mercoledì, Gennaio 14, 2026
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Complicata la situazione idraulica. La parola a un grande esperto

È instabile l’equilibrio del Garda

Lago di Garda e Adige: due fronti aperti nell’emergenza maltempo. Quello del lago è un problema delicato e al tempo stesso difficile da risolvere. Per capire meglio di cosa si tratta, è necessario un salto all’indietro nel recente passato: «Fino a non molti anni fa, in questo periodo, veniva eseguito uno svaso rapido del Garda, aumentando la portata del Mincio», spiega Alessandro Muraca, docente di costruzioni idrauliche all’università di Brescia e consulente di amministrazioni comunali e della Regione Veneto. «In tal modo, tenendo aperta la diga di Salionze, il livello del Garda calava fino a un livello di 70-90 centimetri sopra lo zero idrometrico. Ciò consentiva, nel caso di piogge consistenti, di accogliere le acque che arrivavano dalla Galleria Mori-Torbole».

Si tratta di una galleria di notevoli dimensioni, che può portare fino a 500 metri cubi al secondo. Una quantità d’acqua notevolissima, che si riversa al confine tra le sponde veronese e trentina. L’operazione di «svuotamento» invernale del Garda, però, aveva un risvolto a volte negativo: «Se nel corso dei mesi successivi si andava incontro a un periodo di siccità», aggiunge Muraca, «il Garda non riusciva a riempirsi in maniera sufficiente, almeno per i livelli desiderati dai residenti».

Accadeva cioè che si rischiava di iniziare la stagione turistica con un lago «basso». Cosa poteva succedere? Il primo effetto era visivo: i turisti si trovavano con un lago basso e poco «invitante». Ma c’era dell’altro. «In certi punti, il livello nei porti era talmente basso che i battelli non riuscivano ad attraccare senza rischiare di incagliarsi. L’altro problema era legato all’agricoltura. Con poca acqua nel lago, infatti, non si riusciva a garantire una portata sufficiente per coprire le esigenze dell’agricoltura, soprattutto nel Mantovano e nel Veronese. Nella stagione di maggior richiesta, infatti, a Salionze venivano prelevati anche 60 metri cubi al secondo».

Diverse esigenze, dunque, potevano essere penalizzate con l’abbassamento invernale. Oltre a ciò, con il passare degli anni, l’utilizzo della Galleria Mori-Torbole è diminuito per gli effetti negativi che ciò poteva creare. «L’acqua dell’Adige, infatti, è molto più fredda di quella del Lago, ma anche più inquinata e ha un trasporto solido notevole che, quando si deposita nel Lago, forma una zona melmosa proprio di fronte ai paesi che si affacciano nella zona», spiega Muraca.

Negli anni recenti, si è optato per una soluzione diversa: mantenere più alto il livello durante l’inverno, rischiando qualcosa in termini di rischio-piene, ma garantire durante l’estate un Garda «pieno». Il livello massimo, infatti, si raggiunge in tarda primavera, in genere a maggio, quando l’acqua sale a 1,40 metri. «Siamo perciò di fronte a un compromesso. Rischiare qualcosa in inverno per avere un’estate tranquilla, o il contrario. La soluzione potrebbe arrivare da una razionalizzazione delle risorse per uso irriguo. Se si riduce il prelievo in estate potrà aumentare anche il deflusso invernale».

Emergenza idrica e gestione

Il secondo aspetto dell’emergenza idrica riguarda più strettamente l’Adige. «Il problema è comune a tanti altri. I fiumi, e in genere tutti i corsi d’acqua, tendono a riempirsi di più per colpa della massiccia cementificazione», spiega Muraca. «Ormai il verde è poco nelle città. Tutte le volte che si costruisce, a parità di precipitazioni, aumenta il deflusso meteorico. L’acqua non penetra più nel terreno e finisce nelle fognature o nei fossati di scolo che, spesso, non sono in grado di sopportare tali quantità. Il ciclo, comunque, si conclude nei recapiti finali: fiumi, fossati, progni, che finiscono per tracimare».

Ma c’è una soluzione o siamo destinati ogni volta che arrivano queste precipitazioni a rischiare allagamenti più o meno consistenti? «La soluzione c’è e in alcuni paesi europei è già praticata. Basta obbligare chi costruisce a favorire il deflusso delle acque. Ci sono allo scopo pavimentazioni porose che consentono il drenaggio; oppure creare degli invasi che favoriscono il drenaggio sotterraneo o raccolgono l’acqua in contenitori che, poi, una volta finita l’emergenza, la rilasceranno nel sottosuolo. Tutto ciò ha un costo, che va a carico di chi costruisce, ma che è comunque inferiore a quello che la collettività paga in caso di inondazioni».

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