domenica, Giugno 16, 2024
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Secondo il prefetto di allora il centro del Garda aveva due facce: medioevale e malsana quella interna, solare e ricca quella sul lago. Nel 1928 il grande cambiamento: la Gardesana orientale porta il turismo

Bardolino «ridente» saluta l’alba del ’900

«Passerà sulla riva? O in alto tra il paese e la colline?» Se lo chiedeva nel dicembre del 1926 Gianfranco Betteloni, poeta e scrittore figlio del più famoso Vittorio. Dubbi cancellati nel gennaio del 1928 e sempre resi noti dalle colonne della rivista . «Dicono che a Bardolino la strada starebbe bene alta. Lo dico anch’io. Hanno ragione: il lago più si è alti sul pelo dell’acqua più è mirabile». Il riferimento era alla Gardesana orientale realizzata a ridosso degli anni Trenta per mettere in comunicazione i vari centri che si susseguono lungo le sponde del Benàco. Lo sforzo è imponente: la sistemazione con molti tratti di costruzione ex novo, di 54 chilometri di strada realizzati con una larghezza minima di otto metri. L’opera, importante sia dal punto di vista ingegneristico che economico, venne ufficialmente inaugurata alle 10 del 28 ottobre del 1928 arrecando una notevole trasformazione del paesaggio. A trarne vantaggio il turismo grazie alle comunicazioni più rapide. Inevitabile anche il cambiamento di Bardolino: l’espansione del centro abitato, lo sfogo edilizio che pian piano continua la lenta ma inesorabile distruzione dell’entroterra. Ma com’era Bardolino all’alba del ’900. La fotografia è del conte Luigi Sormani Moretti senatore e prefetto di Verona nel 1898. «Avanzi di mura merlate, viuzze strette, tortuose e certi interstizi far casa e casa che in mancanza di fogne servono troppo facilmente d’immondezzai senza scolo e però talvolta puzzolenti e malsani. Bardolino ha tutt’ora nel suo interno l’aspetto medioevale. Il paese s’apre invece ridente sul lago per le grosse ville: Guerrieri che distinguesi far l’altro pel visto, ben disposto giardino, Terzi, Fabrello ora Giuliari e Bottagisio nonché per i suoi moderni caseggiati sulla spianata del porto. Al porto si arriva per una recente larga contrada dove si forò, testè in un angolo un profondo pozzo tubolare ad assicurare, non inquinata e buona, l’acqua potabile. La residenza comunale, un edificio modesto, ristretto con ampia sala però è abbastanza ben tenuto ma i locali delle scuole elementari di grado superiore lasciano a desiderare assai. San Severo, infine è ridotto ora ad uso di pubblici eventuali trattenimenti anche teatrali». Un quadro tetro reso due decenni più tardi solare dalla penna di Gianfranco Betteloni che non dimentica la «guerra incruenta tra il popolo e i signori» per la creazione del lungolago ottenuto interrando la spiaggia tutta intorno all’antico porto (l’ampliamento avvenne con il sindaco Giorgio Metlzler. I lavori iniziarono nel settembre del 1964 e finirono il 28 febbraio del 1966 per una spesa complessiva di circa 85 milioni) unificando i due corni del Golfo. Un’opera osteggiata dai proprietari delle ville che si affacciavano direttamente sul lago. Nel dopoguerra Bardolino, che non aveva subito grossi danni bellici intraprende la scelta di una conversione economica tutta orientata all’attività turistica che contribuì in pochi anni al largo benessere economico testimoniato da una massiccia urbanizzazione della Riviera. Stefano Joppi Nel 1960 a una estate piovosa, con il livello del lago a metà settembre a quota più 128 centimetri invece dei preventivati più 70 sopra lo zero idrometrico, seguì un autunno con piogge abbondanti. I danni maggiori furono provocati non tanto dall’acqua alta quanto dalla burrasca scatenatasi nella notte tra il 14 e il 15 ottobre 1960. Il lago, quella notte, si scatenò con una violenza terribile. Le onde, altissime, si infrangevano contro il molo del porticciolo. L’acqua arrivò in Piazza Matteotti fino alla nicchia dov’è situata l’edicola della Madonna del Latte. Ai lati della piazza c’erano le passarelle e il negozio del barbiere Isotta allagato. Le barche furono portate in secca in piazza in attesa che il lago rientrasse nel proprio alveo. Addirittura alcuni contadini furono costretti a vendemmiare in barca. La foto illustra proprio quell’avvenimento: a poppa si vede un cestone di vimini pieno di grappoli di corvina, mentre il contadino-rematore si avvicina alle viti. Alle sue spalle una donna e un ragazzo attendono, forbici in mano, di iniziare la vendemmia. Passarono circa 40 giorni prima che tornasse tutto come prima. Alla cerimonia del 4 novembre intorno al monumento ai Caduti, realizzato da Albino Loro, e inaugurato nell’aprile del 1923, c’erano le passarelle (vedi foto nell’ultima pagina di Obiettivo su Bardolino). (s.j.) Due giorni da favola, nella quiete di Villa Rizzardi. In questo monumentale complesso che da Porta Verona all’interno del paese giunge sino al lungolago Mirabello soggiorno nell’agosto del 1990 per tre giorni lady Diana Spencer, la “Rosa” d’Inghilterra che ha fatto piangere il mondo intero con la sua tragica scomparsa. Nella villa principesca, ospizio per i soldati convalescenti durante la Prima Guerra Mondiale, Lady D trascorse giornate di assoluta tranquillità nonostante la pressione di fotografi e giornalisti giunti in gran parte da Londra. Ospite della contessa Cristina Rizzardi Guerrieri la principessa di Galles trascorse ore intense divise tra nuotate nel lago di Garda, serata in Arena (rovinata dalla pioggia) e la fuga notturna a Venezia. Un week- end sereno con gita in motoscafo sul Benàco, nuotata al largo e ritorno con attracco al molo del Circolo Canottieri posto a due passi dalla villa. Qui sbarcò tra l’indifferenza dei bagnanti che non si erano accorti del personaggio. La sera nella cantina della Villa un incontro con poche persone del paese per una festa in semplicità allietata dalla chitarra di Arnaldo Bonometti pronto a dedicarle la nota “Diana” di Paul Anka. Il giorno dopo il rientro in patria con la mamma Francess Shand Kydd. (s.j.) Frutta e confetture. Grazie al clima, al terreno e alla gran voglia di lavorare della gente il territorio di Bardolino ha sempre dato tanti frutti e tanta frutta, come si vede nella foto qui accanto. Oltre l’uva, quindi, pere, mele, limoni, cedri e altro ancora. Tanto è vero che il farmacista e chimico Felice Vivaldi impiantò una redditizia fabbrica di marmellate. Fu podestà di Bardolino dal 1924 al 1928. A fine Ottocento con i soldi incassati dalla cessione dell’attività di speziale nella centralissima Piazza Matteotti, il cavaliere Vivaldi mise in piedi una fabbrica di marmellata all’interno della sua ampia abitazione di Via Croce a due passi dal centro storico. Nello stesso periodo avviò la produzione di liquori: dal vermouth all’elysir di China alla mandorla amara. Prodotti di nicchia che fecero breccia sul mercato gardesano. Ma mai quanto la marronata, la confettura di marroni prodotta ad inizio anni ’30. In quel periodo una ventina di persone, quasi tutte donne, erano a servizio del Vivaldi con turni, in piena produzione, tutt’altro che leggeri. «Si cominciava alle otto e si andava avanti fino alle tredici, dopo la pausa pranzo si tirava dritto fino alle dieci di sera», raccontano ancor oggi in paese. Marronata inizialmente riposta in scatole di legno rivestita di carta stagnola. Si passò poi alle scatole di cartone e al barattolo di vetro. Confezioni di varie dimensioni: da quaranta grammi fino ad un chilo. La distribuzione avveniva tramite un carretto per le zone circostanti. Quando la fama della marronata del cavalier Vivaldi superò i confini benacensi il prodotto veniva trasportato alla stazione ferroviaria di Peschiera da dove in treno raggiungeva i mercati del Nord: Torino, Brescia, Cremona e Padova le mete più battute. La produzione era tutta artigianale e arrivò a coinvolgere intere famiglie di bardolinesi. Ci si portava a casa il lavoro, cioè i marroni da sbucciare e da restituire nella casa di Via Croce, una volta puliti anche della pellicina. La remunerazione era a cottimo: tanti chili di castagne sbucciate tanti soldi. I Vivaldi arrivarono fino a 60 dipendenti.

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