Pietro Biancardi, nella seconda parte del servizio sulla Repubblica di Salò, pubblicata il 2 settembre 1945 sulla , dedicò alcune pagine anche al mondo delle segretarie, «le grandi e sciocche credenti nella religione della V.1, della V.2, e delle V.3». Anche loro ebbero una lunga parentesi di villeggiatura. «Nel dicembre 1943 comparvero sui lungolago i primi sciami di dattilografe. Erano, in generale, belle ragazze che correvano anch’esse la loro avventura. Uscite dagli appartamenti romani da una stentata vita piccolissimo-borghese odorosa di minestrone di verze, uscite da una vita dalla quale la smagliatura di una calza avvelenava tutta una giornata, uscite dalla vita che, negli anni di guerra, aveva negati anche i quindici giorni di villeggiatura a Santa Marinella, trovavano “tanto caruccio” il lago, coi suoi buoni stipendi, coi direttori che lasciavano correre, con la vita in comune con centinaia di ragazze ospitate in qualche improvvisata foresteria». A Salò era possibile assistere alle proiezioni cinematografiche, agli spettacoli delle compagnie di riviste e di operette, alle stagioni d’opera persino con Tito Schipa. «Lo stipendio era buono, le più svelte si arrangiavano con la borsa nera; le calze venivano “passate” dai tedeschi che le avevano requisite per le loro ausiliarie. Le botteguccie di Salò, abituate a una clientela cittadina rurale pedante e sospettosa, non facevano a tempo a procurarsi abbastanza roba da vendere. Qualche modista e qualche sarta coraggiosa spostò qui le sue tende, da Milano e da Brescia; ci fu la corsa alla pelliccia. Le ragazze pagavano tirando fuori dalle loro borsette un pacco di “fogliazzi da mille”, arrotolati con ostentata indifferenza. Venne di moda dire che una cosa costava tre e cinque, invece di tremila e cinquecento. Una pelliccia autarchica che costava “quarantuno” la trovavano regalata. “Dodici” per una bicicletta era un inezia. La “bici” diventò un accessorio indispensabile della toilette, e sulla Gardesana al prima alito marzolino della primavera, le belle ragazze sbicicletavano da un ministero all’altro, come per una gita campestre». Le lievi sottanine di seta stampata si rovesciavano «ad ogni brivido di vento, e gambe giovani, sode, nude, che nel roteare della pedalata si scoprivano senza malizia al bel sole dell’elegante strada». Una profumeria di Salò fu costretta a triplicare il personale «per accontentarle tutte. I parrucchieri, anche nei paesetti arrampicati sui greppi, avevano dovuto comprare in gran fretta gli apparecchi per l’ondulazione elettrica». Quanto ai direttori generali, ai capi di gabinetto, ai segretari particolari, «gente di solito quasi inaccessibile fino al 25 luglio 1943, erano diventati tutti, dopo il 17 settembre, data di fondazione della repubblica sociale, singolarmente gioviali, compagnoni, e alla mano, e in istrada salutavano con una strizzatina d’occhio». Aria di villeggiatura per tutti, dunque. I grandi alberghi, da Rimini a Forte dei Marmi, erano stati distrutti. Ma sul Garda le bombe non avevano provocato danni ed erano tutti aperti. «Si trattava di trovare fra Fasano e Salò, il surrogato del “Gianni Schicchi” viareggino e della “Capannina” di Forte dei Marmi; si trattava di trovare il surrogato della Casina delle Rose e del Rosati, del bar dell’Exelsior e del “Grill Room” degli Ambasciatori di Roma». «I repubblichini intellettuali volevano il surrogato della libreria della Modernissima di Via della Mercede, e non potevano accontentarsi dei semplici libri da sfollamento della vecchia agenzia Molinari di Gardone, né, dopo le mostre romane di Morandi e di Guttuso, accontentarsi dei quadretti esposti alla buona nella bottega d’arte del signor Scarpetta sul lungolago di Gardone. Qualcuno pensò anche di fondare, a Salò, una galleria d’arte, una galleria, si disse a bassa voce, un po’ sul genere di Montparnasse. La noia minacciava dappresso tanta bella gioventù». Per fortuna c’era l’amore e c’erano le belle dattilografe, tuttavia tormentate dal dubbio: «un fidanzato repubblicano poteva rappresentare veramente – senza voler far giochi di parole – un buon partito?». Quanto agli uomini del luogo non sembravano attratti «dai begli occhi e dalle belle gambe delle dattilografe cicliste». Le famiglie dei funzionari vivevano una loro vita. I tedeschi avevano requisito le dimore migliori. E così ministri, sottosegretari, prefetti, capi di divisione repubblicani «e giù giù fino agli uscieri, avevano dovuto accontentarsi delle briciole lasciate dal fedele alleato, arrampicandosi fin sulle colline, allo Spino, a Monte Cucco, a Morgnaga a San Michele per sentieri da capra. Ma c’era la fede nelle armi segrete che aiutava i pezzi grossi». Il disagio, pensavano, non poteva durare che pochi mesi. Poi ci sarebbe stato il rientro a Roma, a Napoli, a Palermo, a Tripoli. Le V.3 avrebbero fatto il miracolo! «Se la legna verde non si accendeva nella cucina economica, la moglie del prefetto pensava che la V. 4 avrebbe messo fuoco Nuova York. Se bisognava adattarsi a vivere in due per ogni stanza, ci si consolava con l’ultimo articolo di Goebles». Tutto sommato, la vita sul Garda non era poi male. Si trattava di tirare a campare alla meglio. «Le mogli dei prefetti comprarono tende e divani; giurarono che si divertivano molto a coltivare l’orticello, impararono ad allevare conigli». A rompere la monotonia vi erano alcuni riti mondani. «A mezzodì il lungolago era fiorito di abiti estivi, come in una villeggiatura dei tempi felici. I civettuoli caffè di Gardone non avevano un tavolino libero. I più noti “antemarcia” e “sciarpa littorio” succhiavano il gelato da passeggio seduti con raffinata disinvoltura sulla balaustrata del lago. Certi vecchi polverosi caffè di Salò rivaleggiarono con il Rosati e con il Golden Gate di Via Veneto; il “barino” del Grand Hotel di Gardone pareva la succursale dell’Harry’s Bar di Venezia. Le prefetesse e le loro figlie scodinzolavono in succinti pigiamini, tra vermuttini e sandwiccini. Era un continuo incrocio di telefonate per combinare partite di bridge per le signore e di poker per i mariti, e per scambiarsi prosciutti e farina bianca. Si faceva di tutto per dimenticare che, ogni tanto, qualche funzionario s’era dato nottetempo alla fuga, che era partito insalutato ospite, che aveva abbandonato la repubblica e Mussolini in punta di piedi, senza nemmeno riscuotere lo stipendio». Poi il crollo: il 18 aprile 1945 la partenza di Mussolini per Milano e per il suo tragico destino. Lo seguì Claretta che non volle abbandonarlo nell’ora estrema. I giornali diedero ampio spazio alle cronache del drammatico epilogo. Fra i molti dettagli sul viaggio interrotto verso la Valtellina, si legge che Mussolini aveva fatto caricare «le sue cose di valore sul famoso furgoncino che fu poi distanziato dalla colonna tedesca e venne catturato dai partigiani». Molta parte di ciò che è stato inutilmente cercato ancora pochi mesi fa scavando nei giardini del Vittoriale era proprio sul quel furgone.


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