domenica, Giugno 16, 2024
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Così nel ’45 il giornalista Pietro Biancardi ricorda la nascita e la decadenza dell’enclave fascista in riva al Garda. Dove si governava anche in costume da bagno. I primi gerarchi arrivarono alla fine di settembre 1943, requisirono alberghi e le ville pi

Una «repubblichina» da villeggiatura

Domani e sabato, dopo il prologo di oggi entrerà nel vivo a Salò il convegno sul tema «Agricoltura e vita quotidiana al tempo della Repubblica Sociale Italiana», organizzato dal Centro studi e documentazione sul periodo storico della RSI presieduto dal professor Roberto Chiarini. L’incontro offre lo spunto per rileggere alcune pagine pubblicate dalla stampa pochi mesi dopo la conclusione di quel governo effimero. La prestigiosa rivista milanese «L’Illustrazione Italiana» ospitò, nell’agosto 1945, un lungo servizio in due puntate in cui Pietro Biancardi ricostruì giorni abbastanza diversi da quelli lugubri di tragedia che caratterizzarono i circa venti mesi della cosiddetta Repubblica di Salò. Con piglio ironico – e usando le lettere minuscole citando la Rsi – l’autore ricordò che era esistita «la repubblichina, molto ministeriale» e che fu chiamata, «meno pomposamente», Repubblica di Salò. Sulla Riviera del Garda la guerra era parsa per molti anni assai lontana. Poi, improvvisamente, verso il 20 settembre 1943, al tramonto, apparvero le prime staffette. «Erano rapidissime automobili dalle quali scesero giovanotti dall’accento romano o fiorentino. I tedeschi di Kesserling, con fragorose colonne di carri armati, avevano occupata la Gardesana, e avevano fatto sgombrare in ventiquattro ore migliaia di sfollati ricoverati negli alberghi e nelle pensioni. Nella scia di quei carri armati fecero la loro comparsa le automobili arroganti dei neorepubblicani, le staffette di una dozzina di ministeri improvvisati sul tavolo di una birreria di Monaco. Suonarono ai cancelli delle vile, incollarono agli usci cartelli di requisizione, stampigliarono tessere annonarie – ogni ministeriale aveva tre tessere – sparpagliarono uffici, segreterie, prefetti, capi di gabinetto, archivi, scartoffie vecchie e nuove, timbri e sigilli, poliziotti travestiti da fattorini e alti funzionari in pantaloni bianchi da villeggianti fra gli uliveti e i cipresseti, lungo i nastri d’asfalto delle strade fra Gargnano e Desenzano, fra Brescia e Salò, e su per i sentieri sassosi dei paesotti a mezza costa». Arrivò così «la “repubblica sociale italiana” coi primi mitra, sempre più numerosi, coi primi rotoli di filo spinato, coi primi carichi di cemento per la costruzione di ricoveri antiaerei». In meno di ventiquattro ore vennero fatti sloggiare i tubercolotici ricoverati nei sanatori, soprattutto in quelli di Gardone Riviera, e partirono . Alle partenze fecero seguito gli arrivi: gerarchi, servi negri emigrati da Addis Abeba, tenori convertiti alla “cooperativa lirica repubblicana sociale”. Arrivò anche «qualche rottame di naufragio futurista, qualche canuto storico senza memoria, qualche ex comunista da tempo foraggiato dalle casse della polizia politica». La gente si chiedeva per quale ragione fossero giunti tutti sulle sponde tranquille del lago di Garda. Dovevano fondare quella che sarebbe passata popolarmente alla storia come Repubblica di Salò. E subito, all’indomani, «il prezzo dell’olio era raddoppiato, il fornaio veniva invitato a cuocere un po’ di pane bianco per gli stomaci delicati, la legna triplicava di prezzo, le stufe di ferro (si prevedeva un inverno rigido) erano requisite e diventavano introvabili, assieme alle cucine economiche. Le fabbriche di mobili dei dintorni ricevettero frettolose ordinazioni di centinaia di scrivanie e cartelliere. Arrivarono camioncini carichi di macchine per scrivere. I ministeriali avevano “fame di domestiche”, dato che le vecchie fantesche romane non se l’erano sentita di seguire i neo repubblicani nell’avventura del Nord. Le mogli dei prefetti e dei capi di gabinetto non badavano a spese. L’economia privata del Garda subì il primo colpo dell’inflazione. Nelle ville vuote, spalancate le finestre, con giovanotti armati di mitra ai cancelli, rinascevano le segreterie del partito, i comandi dell’esercito, la polizia, i ministeri. I ministri non avevano nei primi giorni, un tavolo, e tenevano l’apparecchio del telefono in terra. Ricevevano il pubblico in mutandine da bagno, perché il lago era a due passi e, fra una pratica e l’altra, un tuffo era un vero refrigerio». Il Vittoriale faceva gola molti perché considerato una possibile sede della sfollata Accademia d’Italia, o dimora di Mussolini, oppure per ospitare il ministero della Cultura. Mussolini, dal canto suo, «fece capire che il Vittoriale, con la sua mole di pietre bianche, era un bersaglio troppo individuabile dall’alto». Inoltre «aveva guardato sempre d’Annunzio con sospetto, e non gli garbava di dormire con quel celebre morto muro a muro». E così la casa del vate non fu occupata. Gli alberghi vennero trasformati in ospedali e accolsero migliaia di feriti. «Sulle strade, dove passavano i gerarchi repubblichini con le loro automobili da villeggianti politici, prendevano il sole, coi moncherini all’aria, i mutilati, quelli che sarebbero tornati in Germania senza una gamba, senza un polmone, senza gli occhi». A Gardone, a mezza costa sul colle, si «scavarono in ottobre le prime fosse di un cimitero di guerra. Una salve di fucileria salutava i morti che scendevano nella pace di questa terra italiana: morti tedeschi e prigionieri russi, inglesi, americani che s’erano spenti all’ospedale. Il cimitero, in quell’aria da panorama da manifesto turistico, in quel clima da viaggio di nozze, allineò di mese in mese centinaia di tombe; e fu l’unica cosa seria di quell’atmosfera che gravò per un anno e mezzo su questa collana di ville e villette che fu la disseminata capitale gardesana della sanguinosa e folle repubblica sociale». Divenne «una capitale da villeggiatura». Il Quartier Generale – come venne ampollosamente chiamato – non «viveva sotto la tenda, ma in ville borghesi, con bagno e acqua calda corrente, con vasca per i pesci rossi in giardino, con in salotto ancora il pianoforte della padrona di casa e sul leggio i Notturni di Chopin. Partivano da qui gli ordini di presentazione alle armi, i decreti legge che comminavano le fucilazioni ai “ribelli”, i piani di organizzazione dei Tribunali». Ma la cornice era quella di una villeggiatura di lusso. Per questo, appena passato il ponte di Gavardo, che costituiva il confine della repubblica sociale, ministri e funzionari, segretari politici e federali, comandanti di brigate nere e capi di reparti di polizia segreta «si trasformavano negli eleganti clienti della stazione climatica in voga, fedeli al bridge e al cocktail, al piccolo flirt e all’ora di sport elegante».

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