sabato, Febbraio 24, 2024
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Il prete bresciano visse nove anni in Uruguay; oggi è sepolto a Gaino

Don Pierluigi Murgioni, martire dell’America Latina

Beffardo destino quello di essere recluso in una prigione che ha per nome “Colonia Libertad”. È il destino che toccò a don Pierluigi Murgioni (1942-1993), prete gavardese di origine sarda, che la diocesi di Brescia offrì in dono (fideidonum) alla diocesi di Melo (Uruguay) nel 1968, in un periodo in cui andavano moltiplicandosi lungo tutto il continente latino-americano, dal centro al sud, le dittature militari strettamente collegate all'imperialismo economico statunitense.
Era anche il tempo in cui la chiesa latino-americana viveva la sua esperienza evangelica post-conciliare, e prendeva posizione, nei suoi documenti ufficiali, contro l'ingiustizia sociale, schierandosi apertamente dalla parte dei poveri e degli emarginati. Un libro di Anselmo Palini, dal titolo Pierluigi Murgioni «Dalla mia cella posso vedere il mare» (ed. AVE, pp. 228, 2012) racconta la biografia di questo prete accompagnandola con documenti di prima mano, entrando nel vivo delle vicende narrate con grande lucidità, guardando ai tempi e ai contesti storico-politici, e non trascurando i pensieri, i drammi intimi di un prete che s'interrogava su come vivere il vangelo e restare in comunione col suo vescovo.
A volte le pagine portano in sé una tale intensità di dramma che la commozione impedisce di proseguire nella lettura. Lungo tutto il libro seguiamo l'evolvere di una personalità serena, amante della vita, attratta dai numeri come strumenti di armonia, sia in matematica che in musica, incantato sempre dagli ampi orizzonti, come quelli che si trovano nel mare di Sardegna, o sulle rive del mar della Plata, o sul Garda, quando si orienta lo sguardo verso sud, dove il lago si fa mare.
Pierluigi Murgioni (nella foto sopra, a sinistra) visse nove anni in Uruguay: cinque li trascorse in carcere, dopo essere stato arrestato nel 1972. Carcerato senza prove, senza processo, senza condanna! Carcerato e torturato, sottoposto a ogni tipo di sevizie, anche le più umilianti. Spersonalizzato, senza più nome, chiamato solo per numero: 756. Sottoposto alla tortura della scossa elettrica, tenuto a digiuno e senz'acqua per giorni interi, privato del sonno. Si cercava da lui una confessione, si voleva che facesse nomi. E non parlò. Comunicava con i prigionieri, che gli erano diventati amici e da lui cercavano conforto, cantando o zufolando canzoni. La chiesa bresciana non lo lasciò mai solo ma gli fece sentire tutta la vicinanza possibile.
Il vescovo Morstabilini lo visitò in carcere e mandò più di una volta i suoi rappresentanti ufficiali per aver notizie e dare a lui il sostegno della solidarietà fraterna. Paolo VI, che lo aveva ordinato prete il 3 luglio 1966 in San Pietro, s'interessò al suo caso. Il libro di Palini riporta l'omelia che il Papa aveva fatta in quell'occasione, davanti alle rappresentanze ufficiali delle nazioni sudamericane. Chissà se vi furono presenti, allora, anche i dittatori dell'Uruguay? Tra le altre cose, Paolo VI, rivolgendosi ai neo-ordinati, ebbe a dire: «Voi siete il sostegno di chi soffre, di chi attende giustizia, di chi ha bisogno di pentimento… Cristo non si contenta di una giustizia puramente formale ed esteriore…».
Il 9 ottobre 1977 Pierluigi Murgioni uscì finalmente di prigione e fu espulso dall'Uruguay, ma era ormai distrutto nel fisico, nonostante egli fosse di forte fibra. Ci volle del tempo perché si riprendesse un po'. Gli ultimi anni di sua vita il vescovo Foresti lo fece parroco a Gaino, dove ebbe una comunità che lo amò, consolato dai confratelli, rasserenato da un paesaggio di rara bellezza.Fu in quegli anni che tradusse in italiano (prima traduzione assoluta) il diario di mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato durante la celebrazione della Messa. Padre Turoldo gli fece la postfazione.
Pierluigi Murgioni morì accettando l'ultima sofferenza di un male incurabile. Con grande semplicità e dignità, è sepolto in terra nel piccolo cimitero di Gaino, vicino al padre e alla sorella. Morì, dunque, di morte naturale, se così si può dire; in realtà morì perché la morte ormai gli si era annidata dentro, dopo tante torture, per aver testimoniato con coerenza il vangelo nel quale credeva. Anche per scoprire questo prete vale la pena fare un salto a Gaino, e leggere il libro di Anselmo Palini.

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