lunedì, Luglio 22, 2024
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Le sue vicende nella cronistoria di Gaetano Bellucci. «Quarant’anni fa il reparto bagni era pubblico»

Vita, morte e miracoli dell’ospedale di Salò

«Il canto del cigno. L’ospedale di Salò fra cronaca e storia». È il titolo del libro pubblicato dall’ex direttore amministrativo Gaetano Bellucci, che ripercorre lo sviluppo e il declino del nosocomio. Le attenzioni maggiori sono rivolte agli ultimi quarant’anni. «Nel ’64, quando arrivai – ricorda Bellucci -, al piano terra c’erano due uffici, un deposito-archivio dove esercitava Giovanni Gentili, aiuto volontario del primario chirurgo Giuseppe Porta, il reparto bagni (il sabato pomeriggio e la domenica mattina una suorina distribuiva saponette e faceva funzionare una decina di docce per i salodiani che non avevano la vasca in casa), gli ambulatori dell’Inam». «Al primo piano, a destra dell’atrio che si raggiungeva dallo scalone d’ingresso, si entrava nell’ampio corridoio di medicina femminile. Di fronte, c’erano la casa delle suore, due grandi locali adibiti a corsia di degenza per la medicina maschile (già utilizzati dai militari feriti durante la prima guerra mondiale) e le sette-otto stanze di pediatria, nelle quali operava Stefano Bersatti. Giuseppe Borgo veniva da Brescia una volta alla settimana, ed esportava adenoidi o tonsille, dopo avere visitato i bambini in ambulatorio. A metà del corridoio, a sinistra, si accedeva al settore dozzinanti; in fondo, le scale e la rotonda. Da lì si accedeva alla sala operatoria con servizi annessi, dominio incontrastato di suor Cesira, e alla camerata per chirurgia». «Il tutto era molto deprimente. Al secondo piano si intravedevano invece delle novità. Il reparto di Ostetricia-gineocologia, ristrutturato da pochi anni, costituiva un vero punto di richiamo per le donne del Garda bresciano e della Valle Sabbia. All’ingresso, una struttura avveniristica: il nido Elena Frera, con una ventina di culle, quasi sempre piene di neonati. Nell’ala verso la casa di riposo si trovava oculistica: una quindicina di letti su otto stanze, una delle quali (oh, meraviglia!), l’unica in tutto l’ospedale, aveva un suo bagno interno. In un fabbricato staccato, il dispensario per la lotta alla tubercolosi». Gli amministratori erano il notaio Mario Frera (presidente), Achille Rapetti, corrispondente di giornali, Maria Traverso Faucaniè, vedova di un alto magistrato, Giuseppe Zanenga, pensionato, e Guerrino Regali, negoziante. In 190 pagine, tra ricordi personali e documenti, Bellucci ripercorre il tempo delle speranze e del declino. «La struttura – conclude l’ex direttore amministrativo – è rimasta fatiscente, la distribuzione dei locali costituisce un labirinto, l’attività quasi nulla. Ma almeno è cessato lo spreco di miliardi».

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