Il presidente, in visita a San Martino e a Solferino, ha richiamato la necessità di recuperare il senso perduto della storia. V

Ciampi, andare alle radici dell’unità d’Italia

Di Luca Delpozzo
M. Bernardelli Curuz

Una forte atte­sa. Il min­istro Mar­ti­no non dirà niente, pre­an­nun­ciano i romani, né v’aspettate che Ciampi si las­ci andare a qualche dichiarazione sull’impegno ital­iano nel­la guer­ra. Mar­ti­no, per­cor­ren­do il viale di ghi­a­ia che dall’ossarrio por­ta alla som­mità del colle, sus­sur­ra imbaraz­za­to: «No com­ment. Nel pomerig­gio dif­fonder­e­mo un comu­ni­ca­to uffi­ciale». In un ango­lo, un tran­quil­lo grup­po dei Social forum di Bres­cia e del Gar­da — sot­to un cipres­so la cui cima fu moz­za­ta il 24 giug­no 1859 da un colpo di can­none — sta in silen­zio, alzan­do i fogli sui quali sta scrit­to «No alla guer­ra». Attorno i labari delle asso­ci­azioni di ex com­bat­ten­ti, gen­i­tori con i figli, gente che gri­da anco­ra «Viva l’Italia», decine di mil­i­tari in alta uni­forme — tra cui Belli­ni, il pilota del­la guer­ra del Gol­fo — sui cui pet­ti tin­nis­cono stor­mi di medaglie. L’azione è con­cer­ta­ta per­fet­ta­mente dal pro­to­col­lo. Nes­suno par­lerà di guerre vicine. Nes­suno, durante la cam­mi­na­ta sul viale, dovrà pre­cedere Ciampi. Il pres­i­dente è giun­to a San Mar­ti­no per mostrare le radi­ci più pro­fonde dell’unità ital­iana, per cer­care di sot­to­lin­eare la base genet­i­ca di una nazione che ha edu­ca­to se stes­sa a una scarsa autosti­ma. Par­lerà di Risorg­i­men­to come di una guer­ra di lib­er­azione carat­ter­iz­za­ta da una forte pre­sen­za di volon­tari-intel­let­tuali. Richi­amerà la neces­sità di recu­pero del tri­col­ore, rimuoven­do l’imbarazzo che sta nel sen­tir­si uni­ti, nelle infi­nite sfu­ma­ture di una diver­sità che arric­chisce. Men­zion­erà quel­la ten­sione europeista, che cir­cola­va già a quei tem­pi con istanze inter­nazion­ali di lib­ertà, dal­la Polo­nia all’Ungheria fino agli Sta­ti d’Italia, figli delle fram­men­tazioni delle Sig­norie e man­tenu­ti sostanzial­mente sep­a­rati dalle dom­i­nazioni straniere. Tra i molti par­la­men­tari pre­sen­ti si nota l’assenza di quel­li del­la Lega. Nes­sun faz­zo­let­to verde per Ciampi. La Lan­cia del pres­i­dente imboc­ca il viale dei cipres­si di San Mar­ti­no alle 11,55. Il sole è schi­et­to, l’aria è dom­i­na­ta dall’odore umi­do e cit­ri­no degli alberi. La fol­la è con­seg­na­ta al di là del­la recinzione del­la zona mon­u­men­tale, men­tre l’area dell’ossario è rag­giun­gi­bile soltan­to dalle numerose autorità civili, mil­i­tari e reli­giose. La chieset­ta rilas­cia tra i mar­mi il tepore ocra dell’intonaco. Un plo­tone di artiglieri di con­traerea del Quar­to reg­g­i­men­to mis­sili di Man­to­va pre­sen­ta le armi al pres­i­dente, la trom­ba impos­ta il «Silen­zio», due cor­razz­ieri guidano una coro­na d’alloro fit­ta di sfere argen­tee nel cuore oscuro dell’ossario. Su una lapi­de sta scrit­to: «Gio­van­ni Bal­let­ti (…) Cade­va. Oh lun­go mar­tirio sof­fer­to a diciott’anni per la lib­ertà del­la patria». Il pres­i­dente si fer­ma in rac­cogli­men­to. Fis­sa i crani, le tibie, gli omeri impi­lati al di là del­la rete dell’ossario, quell’ordinato caos nel quale la sto­ria ha spen­to ogni indi­vid­u­al­ità per rac­con­tare il dram­ma corale di una gen­er­azione. Ciampi per­corre la sali­ta per diriger­si ver­so la torre. Si fer­ma breve­mente davan­ti ai cip­pi e ai mon­u­men­ti che ricor­dano l’impegno e il sac­ri­fi­cio delle diverse Armi. Ascol­ta l’inno ital­iano suona­to dal­la ban­da dell’esercito, pas­sa in rasseg­na la bandiera e il plo­tone dei gra­natieri di Sardeg­na che vestono l’uniforme stor­i­ca — sul capo por­tano un mon­u­men­tale col­bac­co di pel­lic­cia scu­ra, sor­mon­ta­to dal­la croce sabau­da — stringe la mano ai com­bat­ten­ti del­la sec­on­da guer­ra mon­di­ale, e, quan­do entra nell’area mon­u­men­tale, all’ombra del­la torre, abban­dona il cen­tro del­la stra­da per cam­minare a filo delle siepi, al di là delle quali è sis­tem­a­ta la fol­la. Sor­ride, stringe anco­ra mani, fa striscia­re la sua giac­ca blu con­tro la siepe alzan­do un inten­so pro­fu­mo d’alloro, si fer­ma davan­ti a bam­bi­ni timi­di, ne accarez­za i volti sus­sur­ran­do «Ciao, gio­van­ot­to». La gente dice: «Gra­zie pres­i­dente, viva l’Italia» e s’alza un’aria d’altro tem­po, come un ven­to deam­i­cisiano di pic­cole vedette lom­barde, pri­vo di ver­gogna pur negli anni cini­ci dell’antieroismo e delle revi­sioni antirisorg­i­men­tali, un’aria che scorre tra i baf­fi dei ses­san­ten­ni e i sor­risi dei ragazzi del Liceo Bagat­ta, tra gli occhi che scin­til­lano delle bam­bine. È gente diver­sa dal pub­bli­co che, in altri luoghi, ma con lo stes­so entu­si­as­mo, accoglie gli esclusi del «Grande fratel­lo» all’uscita dal vetri­no tele­vi­si­vo. Ciampi fir­ma una perga­me­na che ricorderà la sua visi­ta, come avvenne con Vit­to­rio Emanuele II e ascol­ta l’indirizzo di salu­to di Faus­to Fon­dri­eschi, pres­i­dente del­la Fon­dazione Solferi­no-San Mar­ti­no, che par­la dell’orgoglio d’essere ital­iani e dell’atto di fon­dazione dell’Italia, sug­gel­la­to su questo colle arioso. Il pres­i­dente las­cia San Mar­ti­no poco pri­ma delle 13, abbrac­cian­do il sin­da­co di Desen­zano, Felice Anel­li. L’auto del pres­i­dente è in fon­do al viale, quan­do il gen­erale Alber­to Ficu­cel­lo, Coman­dante delle forze di ter­ra, dichiara breve­mente: «Siamo sol­dati. Siamo pron­ti a partire».