Un racconto di Marta Sartori

Cuor di Leòn

30/10/2013 in Cultura
A Affi, Dro
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Di Redazione

Leòn ricor­di il giorno che ci siamo incon­trati?”

In rispos­ta un uggi­o­lio sommes­so. “Ah vec­chio mio, era­no altri tem­pi quel­li. Un’altra vita. Una famiglia al mio fian­co. Sgangher­a­ta sì, ma pur sem­pre una famiglia era. Una bel­la casa, un lavoro soli­do, una macchi­na da sbal­lo, le strepi­tose feste e i viag­gi ver­so i trop­i­ci nei migliori resort”. Alber­to si stringe nell’abito sgual­ci­to e carez­za il folto pelo dell’unico ami­co rimas­togli al fian­co. “Face­va tan­to fred­do quel­la sera, tira­va un ven­to geli­do e le pre­vi­sioni atmos­feriche non promet­te­vano nul­la di buono. Già, Sve­va ed io l’indomani dove­va­mo par­tire per un week end in un fas­tosa bai­ta con i coni­u­gi Mon­ti­ni. Ho las­ci­a­to l’ufficio pri­ma del soli­to quel giorno per­ché pen­sa­vo di fare una bel­la sor­pre­sa alla cara mogli­et­ti­na. E lì sot­to casa men­tre mi affret­to a cer­care le chi­avi nelle tasche del cap­pot­to sen­to un guaito flebile provenire dal ces­ti­no dell’immondizia. Mi fer­mo insospet­ti­to e ascolto con più atten­zione; non mi ero sbaglia­to. Mi avvi­ci­no e con scon­cer­to ti vedo là col musi­no rosa che spun­ta da un sac­chet­to di plas­ti­ca, gli occhi anco­ra chiusi, il pelo rado. E così hai fat­to irruzione nel­la mia placi­da vita. Mi tol­go il sopra­bito per riparar­ti dal gelo e cor­ro ver­so la portine­r­ia. La porti­na­ia mi viene incon­tro e osser­va stupi­ta il ten­ero fagot­ti­no che ten­go tra le brac­cia. Subito mi porge la copia delle chi­avi notan­do la mia fret­ta e richia­ma l’ascensore. Non c’è tem­po. Mi pre­cip­i­to su per le scale fino al ter­zo piano, armeg­gio con la ser­ratu­ra del­la por­ta ed entro chia­man­do a gran voce la mia Sve­va per decidere insieme come aiu­tar­ti, nutrir­ti e riscal­dar­ti ansioso di con­di­videre le mie ansie con lei. La casa è strana­mente silen­ziosa, la luce del­la stan­za da let­to in fon­do al cor­ri­doio è acce­sa. A pas­so sped­i­to la rag­giun­go e…”

Leòn pog­gia la zam­pa sulle gambe di Alber­to e l’osserva con occhi acqu­osi e lan­gui­di. “Vedo la don­na che tan­to ama­vo tra le brac­cia del mio più caro ami­co, il Mon­ti­ni. In un istante il mon­do mi è crol­la­to addos­so”. Alber­to affer­ra la bot­tiglia di sca­dente e vi si attac­ca avi­da­mente scolan­dosi un lun­go sor­so. Poi col dor­so del­la mano s’asciuga il men­to e sospi­ra mal­in­con­i­co. Ora vive­va per le strade di Milano con il bel cane pas­tore dal man­to arruffa­to e sporco. Dopo la sof­fer­ta sep­a­razione si era las­ci­a­to travol­gere dal dolore pre­cip­i­tan­do nel vizioso vor­tice dell’alcolismo.

I figli più volte gli ave­vano teso le mani per trasci­narlo in sal­vo ma con l’orgoglio fer­i­to dal­la loro scelta di seguire la madre fuori cit­tà ave­va rifi­u­ta­to ogni aiu­to e s’era abban­do­na­to a quei dol­ci vapori che gli anneb­bi­a­vano la mente facen­dogli dimen­ti­care ogni tris­tez­za. Così anche la sua pres­ti­giosa azien­da era anda­ta a rotoli las­cian­do i poveri dipen­den­ti sen­za un impiego dall’oggi al domani. I ric­chi ami­ci del­la crème milanese gli ave­vano volta­to le spalle, men­tre la lus­su­osa casa, la cos­tosa auto­mo­bile con tut­ti gli altri averi gli era­no sta­ti pig­no­rati e mes­si all’asta in segui­to al fal­li­men­to; i con­ti cor­ren­ti svuo­tati e bloc­cati. Non possede­va null’altro che il bel com­ple­to di seta blu con la cam­i­cia imma­co­la­ta con i gemel­li d’argento ai pol­si e le ele­gan­ti scarpe di coc­co­drillo e… Leòn che in quei tremen­di giorni era cresci­u­to al suo fian­co giocherel­lan­do e mordic­chi­an­do le carte mai spul­ci­ate di banche e avvo­cati che Alber­to abban­don­a­va stordi­to e sopraf­fat­to sul luci­do par­quet di mogano del­lo stu­dio. Il cagnet­to denu­tri­to e frag­ile si era presto trasfor­ma­to in un enorme cane dal pelo ful­vo lun­go e setoso che s’avvicinava al padrone abban­do­na­to sul­la poltrona sfio­ran­done le mani col muso umi­do per atti­rarne l’attenzione.

L’uomo spes­so risul­ta­va con­fu­so o svenu­to e allo­ra l’amico fedele s’impegnava per rian­i­marne i sen­si e far­lo rin­venire lec­ca­n­done il viso con forza. Poi paziente s’accucciava ai suoi pie­di aspet­tan­do che Alber­to tor­nasse vig­ile. Dal can­to suo Alber­to nei momen­ti di lucid­ità trascor­re­va tut­to il pro­prio tem­po col nobile cane por­tan­do­lo a passeg­gia­re nel­lo spazioso e verde par­co sot­to casa fino al giorno in cui al loro ritorno trovarono ad atten­der­li un invi­a­to dell’Ufficio Giudiziario che affigge­va alla por­ta un cartel­lo con numero e ind­i­riz­zo cui riv­ol­ger­si nel caso si volesse parte­ci­pare all’asta giudiziaria per l’acquisto dell’immobile. Alber­to si finse un con­domi­no dis­in­ter­es­sato, rag­giunse il quar­to piano segui­to di malavoglia da Leòn, si accoc­colò sul pianerot­to­lo delle scale con la tes­ta tra le gambe e pianse in silen­zio.

Ora Alber­to alza gli occhi al cielo pre­gan­do che la notte non sor­pren­da la cit­tà calan­do il pro­prio man­to nevoso. Scon­so­la­to carez­za la grossa tes­ta del suo Leòn e pen­sa che in fon­do è for­tu­na­to ad avere quell’angelo peloso al fian­co per­ché sa che ci sarà sem­pre nel bene e nel male. Leòn non ha mai cam­bi­a­to l’amore che prova­va per lui nem­meno quan­do si sono ritrovati a fru­gare tra gli scar­ti sul retro dei ris­toran­ti per placare i crampi allo stom­a­co e Alber­to ricam­bi­a­va quel­la lealtà felice di vedere il bel cane scod­in­zo­lare alla vista d’un pic­co­lo bot­ti­no sapor­i­to.

L’inverno ogni giorno era un mira­co­lo soprav­vi­vere alle tem­per­a­ture pun­gen­ti, si ripar­a­vano nel­la met­ro­pol­i­tana o alla stazione fer­roviaria ma la notte era­no in balia del­la sorte. I cen­tri che accoglievano i sen­za­tet­to offren­do loro un pas­to cal­do, un bag­no rigen­er­ante e un como­do giaciglio non accetta­vano ani­mali per ques­tioni di igiene e Alber­to non pote­va abban­donare il suo insep­a­ra­bile com­pag­no di vita così preferi­va sof­frire insieme a lui che mai l’avrebbe las­ci­a­to solo. L’estate la vita era più facile, si abbev­er­a­vano e si rin­fres­ca­v­ano nei pres­si delle fontanelle dei parchi e la notte le stelle tenevano loro com­pag­nia.

Leòn, vieni qui! Ecco da bra­vo ami­co mio, stringiamo­ci così ci scal­diamo un poco”. Un car­tone per cop­er­ta e per riscal­dare gli ani­mi un grande dol­cis­si­mo cuor di Leòn.

Mar­ta Sar­tori

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