I racconti degli anziani. Per il «mondol», bastava un sasso

«Da bambina giocavo così»

14/03/2006 in Attualità
A Salò
Di Luca Delpozzo
Sergio Zanca

I non­ni rac­con­tano. Alla casa di riposo di Salò, tra le attiv­ità di ani­mazione, con­dotte con gar­bo e seren­ità, c’è la rac­col­ta degli scrit­ti e dei ricor­di degli anziani. Nel­l’ul­ti­mo numero del peri­od­i­co «Noi», Rosa Pasi­ni, nata a Gavar­do nel ’28, in una famiglia di con­ta­di­ni, rivede il suo pic­co­lo mon­do anti­co. «Abitava­mo nel vico­lo dove era sit­u­a­to l’asi­lo — spie­ga — e in famiglia tut­ti mi chia­ma­vano Rosi­na. Da pic­co­la il mio gio­co prefer­i­to era il mòn­dol. Si face­va un dis­eg­no per ter­ra che sem­bra­va una griglia, si lan­ci­a­va un sas­so in un riquadro presta­bil­i­to, si salta­va in ognuno con una gam­ba sola, cer­can­do di rac­cogliere il sas­so sen­za cadere». «In casa il cibo non man­ca­va — con­tin­ua Rosa -. Maci­nava­mo il fru­men­to per avere la fari­na da vendere al for­naio in piaz­za, il Porte­si, che in cam­bio ci dava pane per tut­to l’an­no. Ave­va­mo un po’ di gra­n­otur­co per la polen­ta, un grande orto per le ver­dure e qualche ani­male: galline, conigli, due muc­che, il maiale. Io non beve­vo altro lat­te se non quel­lo del­la muc­ca For­men­ta. Quan­do si uccide­va il maiale si face­va fes­ta grande. Veni­va immer­so in acqua bol­lente per togliere le setole. Poi la carne si divide­va in base alla qual­ità. La più bel­la fini­va per essere des­ti­na­ta ai sala­mi, la più sca­dente ai cote­chi­ni. Il pro­ced­i­men­to, comunque, era lo stes­so. Entrambe veni­vano maci­nate per ricavare il pestom, poi si aggiungevano le spezie (sale, pepe, chio­di di garo­fano). La cot­i­ca, rica­va­ta dal­la schiena, in parte veni­va mes­sa nei cote­chi­ni, e in parte uti­liz­za­ta nel lar­do. Si tagli­a­vano poi alcu­ni pezzi per avere le coto­lette. Il frig­orif­ero non esiste­va, e con­ser­var­le era un prob­le­ma. Così veni­vano cotte subito ai fer­ri. In un mese man­giava­mo a lesso le ossa, tenute sot­to sale». «Poco dis­tante — aggiunge Rosa — c’era l’asi­lo gesti­to dalle suore. Quan­do ave­vo un atti­mo di tem­po mi reca­vo da loro. Mi han­no inseg­na­to a cucire. In famiglia c’er­a­no tre uomi­ni (il papà e due fratel­li, San­to e Giuseppe), che ave­vano bisog­no di cam­i­cie, pan­taloni e, soprat­tut­to, rat­top­pi. Ricor­do che per con­fezionare una cam­i­cia com­per­ava­mo tre metri e 20 si stof­fa, poco più di quan­to ser­vi­va. Con­ser­vava­mo i pezzi per cam­biare il col­lo e i polsi­ni quan­do era­no con­sumati. La vita di quel capo di abbiglia­men­to veni­va così rad­doppi­a­ta o, addirit­tura, trip­li­ca­ta». «Una sera, appe­na fini­ta la guer­ra ‑con­clude Rosina‑, ero coi miei gen­i­tori ad ascoltare San­to che suon­a­va nel­la ban­da. Un uomo si è mes­so accan­to e mi parla­va in con­tin­u­azione. Lo chia­ma­vano Bepi. Sei anni dopo sarebbe diven­ta­to mio mar­i­to. Allo­ra c’era una rego­la: pri­ma dove­vano sposar­si i fratel­li più vec­chi, così io ho dovu­to atten­dere». Sto­rie sem­pli­ci, che ven­gono rac­colte con pazien­za. «Non smet­te­va più di par­lare ‑affer­mano Mon­i­ca e Pao­la, le due ani­ma­tri­ci che si ded­i­cano alla ricer­ca -. In quel pomerig­gio d’au­tun­no, sot­to la memo­ria di un sole sfu­ma­to ver­so il tra­mon­to, la sua voce dis­eg­na­va pae­sag­gi nel­l’aria. Qua­si pare­va di vedere tutte quelle per­sone di un tem­po lon­tano, eteree com­pagne dei suoi pas­si pre­sen­ti. Affas­ci­nate, ascoltava­mo nar­rare episo­di ed even­ti, lo sguar­do incres­pa­to dal­la mal­in­co­nia di emozioni di una vita. Per noi, l’oc­ca­sione nuo­va di ass­apo­rare espe­rien­ze nem­meno immaginate».

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