Rosella da 50 anni ogni mattina all’alba va a ritirare le sue reti. Cominciò aiutando il papà, ha continuato per lavoro e per passione. A 61 anni è sempre ai remi sul Garda che è stato anche rimedio ai dolori della sua vita: il primo marito morto in un in

La prima e ultima pescatrice

20/06/2006 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Giuditta Bolognesi

Ha 18 anni, Rosel­la, nel­la foto in cui mostra una grossa tin­ca appe­na pesca­ta. Il suo sguar­do par­la di forza e orgoglio ma anche di timidez­za e dol­cez­za. È così, Rosel­la Orlan­di, anche oggi che di anni ne ha 61. Con­tin­ua a guardar­la drit­ta negli occhi, la vita. Pesca­trice da sem­pre, conosce il suo pez­zo di lago e sa dove dirigere la bar­ca. Ha dovu­to super­are dolori e dif­fi­coltà, come un lago in tem­pes­ta. È sta­ta la pri­ma pesca­trice, oggi è l’ultima a prati­care questo mestiere e non vede ere­di. «Quan­do ero ragaz­za ce n’erano delle altre», ricor­da, «ma non pen­so che abbiano mai avu­to pas­sione per la pesca. Per­ché per me pescare è la vita. Forse per questo sono anco­ra qui che, ogni giorno, esco in bar­ca per gettare le reti e tornare poi a ripren­der­le». La pesca è entra­ta nel­la sua sto­ria quan­do era anco­ra bam­bi­na. «Si pesca­va per lavoro, ma anche per man­gia­re. Io usci­vo con mio papà, Gino. È sta­to lui a inseg­n­ar­mi tut­to: come fare le reti, i pun­ti di rifer­i­men­to sul­la cos­ta, il fon­dale del lago con i suoi pendii, gli argi­ni o le zone più piat­te, da conoscere come una cam­pagna. Io anda­vo anche a scuo­la, ma pescare mi piace­va di più. Quan­do lui è rimas­to sen­za il com­pag­no di bar­ca, mi sono pro­pos­ta io. Pen­sa­vo fos­se solo per un peri­o­do; invece è diven­ta­ta la mia grande pas­sione». La pas­sione coin­volge ogni aspet­to del­la pesca: il con­tat­to con la natu­ra, il rap­por­to con l’acqua e il ven­to. È un mestiere duro, dif­fi­cile, non a caso qua­si sem­pre maschile. Rosel­la dice che l’ha allena­ta ad affrontare le avver­sità, anche quelle del­la vita. E per Rosel­la queste iniziano presto: si sposa a 23 anni con Ange­lo Baru­so­lo; 80 giorni dopo le nozze i gio­vani sposi restano coin­volti in un inci­dente stradale. Ange­lo perde la vita, Rosel­la finisce in coma per alcu­ni giorni. Al risveg­lio apprende di essere vedo­va e di essere inc­in­ta. Nove mesi dopo nasce Angela, che resterà la sua uni­ca figlia: Angela diven­terà mam­ma per la pri­ma vol­ta tra poche set­ti­mane. Rosel­la dopo il mat­ri­mo­nio era anda­ta a vivere a Forte Laghet­to; vedo­va, ritor­na nel­la casa dei gen­i­tori, a San Benedet­to, la stes­sa dove abi­ta tutt’ora. La sua famiglia si era trasferi­ta lì dopo la piena del lago del 1960, che li ave­va costret­ti ad abban­donare la casa in local­ità Vec­chio muli­no, irrepara­bil­mente dan­neg­gia­ta dal ven­to e dall’acqua. «Dopo la morte di mio mar­i­to mi han­no aiu­ta­ta i miei famil­iari e il lago a super­are quel brut­to momen­to; ho ripreso a pescare insieme a mio padre Gino. Quan­do anche lui è man­ca­to, per qualche anno ho chiesto di dar­mi una mano in bar­ca al Mario: un vec­chi­et­to sim­pati­cis­si­mo, che ripete­va spes­so “non penserai di fami pescare sino a cent’anni”…» La vita va avan­ti. Gli uomi­ni van­no a cac­cia, dice­va Vic­tor Hugo, le donne sono pesca­tri­ci. Rosel­la decide di risposar­si con Car­lo: si conoscono da ragazzi, sono entram­bi pesca­tori. «Un uomo bravis­si­mo e molto buono. Una per­sona ones­ta», dice Rosel­la, ma la voce è vela­ta di nos­tal­gia: anche Car­lo la las­cia presto. Muore un mat­ti­no del 1980, men­tre sono fuori in bar­ca insieme, come tut­ti i giorni. «Erava­mo al largo del por­to dei Bergami­ni, qui, di fronte a San Benedet­to. Ha avu­to gius­to il tem­po di dir­mi che si sen­ti­va male e si è accas­ci­a­to. L’ho per­so in un atti­mo. È sta­ta dura, anco­ra di più che la pri­ma vol­ta». Per Rosel­la è un momen­to di crisi. Gli ami­ci le dicono che deve a tut­ti i costi tornare sul­la sua bar­ca, ma lei è incer­ta: ha sem­pre pesca­to con qual­cuno e non sa se è in gra­do di arran­gia­r­si da sola. Poi, una notte, sogna il mar­i­to. «Dice­va di andare, di ripren­dere a pescare. Allo­ra, mi sono det­ta, bisogna provare. E così ho ripreso: è molto diver­so dall’essere in due, ma ho vis­to che me la cavo. Da 18 anni in qua pesco da sola. Qualche vol­ta por­to con me Nerone, il mio cane». Nerone è oggi l’unico autor­iz­za­to a salire con Rosel­la, che dice di non essere dis­pos­ta a pren­dere in bar­ca altre per­sone, siano tur­isti, curiosi o gior­nal­isti. «Io vado sul lago per lavo­rare; non pos­so star lì a perdere tem­po o a par­lare». Ogni mat­ti­na con la sua bar­ca, che si chia­ma «Angela», las­cia il por­to dei Bergami­ni ver­so le 5, per andare a tirar su le reti che ha cala­to nel lago la sera pri­ma. Due uscite quo­tid­i­ane di cui non conosce in anticipo la dura­ta per­ché «dipende da quel che si pre­sen­ta da fare». Rosel­la ha lo sguar­do pieno di vital­ità e la risa­ta pronta. Non è arrab­bi­a­ta con la vita che, dice, «ha dato e ha tolto. Io», aggiunge, «ringrazio il Sig­nore mille volte al giorno del­la forza che mi ha dato per portare le mie cro­ci. Ho tri­bo­la­to tan­to, ma mi sen­to ser­e­na: va bene così. Non ho ricor­di brut­ti; solo dispi­ac­eri». Fin che la bar­ca va, insom­ma… E lei, la pri­ma e ulti­ma pesca­trice, può ben dir­lo. Anche se, pre­cisa con una risa­ta «so un pescador de bonas­sa», per­ché si limi­ta a pescare nel parte di lago che ben conosce, lo spec­chio d’acqua che arri­va sino a poco sopra Pacen­go e si chi­ude a Sirmione. «Non vado mai tan­to fuori; solo quan­do devo pescare il lavarel­lo, per­ché quel­lo si tro­va a 35, 40 metri di pro­fon­dità. Per il resto mi bas­ta il bas­so lago, dove sot­to è come una grande pia­nu­ra». Guar­da il suo lago, Rosel­la, e sor­ride. Tut­ta la sua esisten­za l’ha pas­sa­ta qui, «anche i mar­i­ti era­no del pos­to. Non mi sono sposta­ta tan­to nel­la vita; non ce n’era pro­prio bisog­no. I castel­li in aria non ser­vono a niente». Lei attende che arrivi la luce del giorno per ripren­dere la sua bar­ca e andare sul­la sua cam­pagna som­m­er­sa, a rac­coglierne i frut­ti. «Il lago va rispet­ta­to, per­ché se si arrab­bia non per­dona. Bisogna essere buoni tim­o­nieri e poi sper­are che vada bene. Io, però, ho impara­to negli anni a non andare se le con­dizioni sono troppe brutte. Le bur­rasche non fan­no più per me. Di lavoro ne ho lo stes­so tan­to da fare. E domani mi aspet­ta un’altra gior­na­ta di pesca».

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