Un bilancio lusinghiero per il gruppo di volontari che lavorano da anni nella Guinea Bissau

Le missioni tra i poveri? «Sono una scuola di umiltà»

Di Luca Delpozzo
Sergio Zanca

Mar­co e Daniela han­no rin­un­ci­a­to ai regali di nozze. E si sono sposati nel­la chieset­ta di Cisano invi­tan­do gli ami­ci a non com­prare nul­la: meglio des­tinare i quat­tri­ni a chi ha poco o nul­la. L’operazione Africa dei volon­tari di San Felice del Bena­co è ric­ca di gesti come questo. Dice Annun­ci­a­ta: «Il con­tat­to con gente così sem­plice, ospi­tale, povera ma dig­ni­tosa ha toc­ca­to il cuore di tut­ti. Ci ha fat­to capire che siamo parte di un mon­do immen­so. Ognuno di noi può fare qual­cosa e allun­gare una mano, in modo che si for­mi una cate­na. Sen­za accorg­ersene, cam­bia la pro­pria scala di val­ori». Ste­fa­nia: «Io e mio mar­i­to Fabio abbi­amo scel­to una vacan­za diver­sa dal soli­to. Così siamo andati in Guinea. Un’esperienza che ci ha fat­to riflet­tere, e mes­so un po’ in crisi. Pre­si dal vor­tice stres­sante dei rit­mi quo­tid­i­ani, ci fer­mi­amo poco a pen­sare. Là, invece, pur aven­do bisog­no di tut­to, sono ric­chi den­tro». Mat­tia: «Mi sono adegua­to a fare un po’ di tut­to: il mura­tore, il faleg­name, il manovale, l’imbianchino. Ho scop­er­to la bellez­za di gettare un seme. Sto impara­n­do a essere umile e più pic­co­lo. In una ter­ra dove il tem­po sem­bra esser­si fer­ma­to, chi arri­va con­vin­to di dover civ­i­liz­zare è costret­to a un pro­fon­do esame di coscien­za». Nel salone dell’ex palaz­zo comu­nale di San Felice, alla pre­sen­za di un folto pub­bli­co, sono sta­ti ricor­dati i dieci anni di spedi­zioni in Africa, con la proiezione delle splen­dide immag­i­ni di Oscar Salet­ti. «Nel ’92 — ricor­da Anni­bale Bis­so­lati, ex vicesin­da­co — 18 volon­tari han­no deciso di par­tire per una ter­ra lon­tana e sconosci­u­ta: la Guinea Bis­sau, una ex colo­nia por­togh­ese sul­la cos­ta atlanti­ca. Con gli anni, il mal d’Africa ha coin­volto altre per­sone: di Roè Vol­ciano, Salò, Polpe­nazze, Vil­lan­uo­va, Cal­ci­na­to, Lona­to. Tan­to da arrivare a un numero di 85, tut­ti acco­mu­nati dal­lo stes­so deside­rio di sol­i­da­ri­età: portare aiu­to a una popo­lazione pri­va di mezzi. Il peri­o­do propizio per andare è da dicem­bre alla fine di gen­naio. Due i motivi: cli­ma favorev­ole (non piove e il cal­do è sop­porta­bile, pur rag­giun­gen­do i 30–35°) e, nel peri­o­do natal­izio, c’è più disponi­bil­ità di tem­po da parte nos­tra». Il pri­mo inter­ven­to, nel gen­naio ’92, a Man­soa, una cit­tad­i­na a 60 chilometri dal­la cap­i­tale Bis­sau, per real­iz­zare un nuo­vo edi­fi­cio poli­va­lente di 350 metri qua­drati (poi adibito a scuo­la di cuci­to, ambu­la­to­rio, servizi igien­i­ci, locali per incon­tri), cir­conda­to da un ampio por­ti­ca­to, ritenu­to indis­pens­abile nel­la cul­tura abi­ta­ti­va africana. Nel 92–93, a Bis­sorà, 100 chilometri dal­la cap­i­tale, la ristrut­turazione di un edi­fi­cio esistente, per com­p­lessivi 430 mq. (allog­gi delle suore mis­sion­ar­ie, sala cuci­to e altre stanze pluriu­so). Nei due anni suc­ces­sivi, sem­pre a Bis­sorà, la costruzione del­la chiesa par­roc­chiale di 400 mq., con un por­ti­co di 200 mq. e gli affres­chi dietro l’altare. Margheri­ta: «Non sape­vo quali col­ori portare. Così ho scel­to i più alle­gri e i più for­ti. E ho dip­in­to un gran­dis­si­mo albero di poilon, la pianta sacra». Nelle due spedi­zioni seguen­ti la real­iz­zazione del­la casa poli­va­lente a Bis­sau: 400 mq. più i soli­ti 200 di por­ti­cati. Nel 97–98, a Quelele, il cen­tro per le suore frances­cane (300 mq.): accol­go­no ragazze che stu­di­ano, garan­ten­do loro vit­to, allog­gio e cop­er­tu­ra delle spese sco­las­tiche. Nel ’99, a causa del­la guer­ra, il grup­po di San Felice ha cam­bi­a­to rot­ta, andan­do in Brasile, a San Pao­lo. Là ha rifat­to il tet­to di un asi­lo e di un cen­tro di for­mazione per ado­les­cen­ti. Nel 2000 di nuo­vo a Bis­sau, a riparare i dan­ni provo­cati dal con­flit­to. Adesso, a Man­soa, la costruzione a rus­ti­co (strut­tura por­tante e mura­ture) del­la casa per le suore, e a Quelele l’installazione di un ser­ba­toio da 3000 litri per l’acqua pota­bile, appog­gia­to a una strut­tura tral­ic­cia­ta in fer­ro. Là han­no pau­ra a scav­are i pozzi: andan­do sot­to ter­ra restano mag­a­ri sen­za respiro, e dan­no la col­pa agli spir­i­ti. Ogni volon­tario deve pagar­si le vac­ci­nazioni e il bigli­et­to aereo. Il grup­po provvede all’acquisto dei generi ali­men­ta­ri nec­es­sari al peri­o­do di per­ma­nen­za (pas­ta, scat­o­lame, acqua, for­mag­gio), e li invia due mesi pri­ma con un con­tain­er, assieme alle attrez­za­ture e ai mate­ri­ali (sab­bia, cemen­to) che ser­vono per i lavori da effet­tuare. L’ingegner Rober­to Benedet­ti man­da con largo anticipo i prog­et­ti, in modo da ottenere le autor­iz­zazioni. «Ved­ervi sgob­bare assieme — ha det­to suor Gian­na Rosolin — ha aiu­ta­to la gente del vil­lag­gio a essere meno ego­ista, ad acquisire il sen­so del grup­po e del­la comu­nità. La tes­ti­mo­ni­an­za di un val­ore importante».