Quando in via Piave si sentiva cantare il più grande soprano I vicini si arrampicavano sulle scale lungo il muro del parco ma anche Luchino Visconti, pur di ascoltarla, si offrì «come giardiniere». Maria Callas, gli anni a Villa Meneghini Dal 1949 al 1

Maria Callas: una Divina compaesana

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Di Luca Delpozzo

Maria Callas cit­tad­i­na zeviana. Non ad hon­orem: la Div­ina fu pro­prio com­pae­sana, anche se nul­la in paese lo tes­ti­mo­nia. Statu­ra 1.73, cor­po­ratu­ra rego­lare, col­ori­to scuro, capel­li cas­tani, fronte rego­lare, occhi cas­tani, naso e boc­ca rego­lari… È la descrizione di Kalos Sofia Cecil­ia (il vero nome del­la can­tante lir­i­ca) nel­la sua pri­ma car­ta d’identità ital­iana. Il doc­u­men­to, data­to 6 set­tem­bre 1949, por­ta la fir­ma del sin­da­co zeviano Giuseppe Polet­to. Dal set­tem­bre 1949 al giug­no 1958 la can­tante ebbe la res­i­den­za in via Piave 3 (ora la stra­da è inti­to­la­ta a Giusep­pina Menegh­i­ni, suo­cera del­la Callas), nel­la casa del mar­i­to Gio­van­ni Bat­tista Menegh­i­ni. Maria visse qui momen­ti feli­ci. La sua car­ri­era era al mas­si­mo e Zevio ebbe il priv­i­le­gio di sen­tire echeg­gia­re nelle sue strade la voce sopranile incom­pa­ra­bile: pur di udire cantare la Callas, il grande reg­ista Luchi­no Vis­con­ti disse di essere dis­pos­to a venire «a far­le da gia­r­diniere». Lei era figlia di gre­ci emi­grati negli Sta­ti Uni­ti. Parla­va sette lingue, ma l’italiano con l’inflessione dialet­tale zeviana-veronese pre­sa dal mar­i­to, quel Tit­ta Menegh­i­ni indus­tri­ale dei lat­er­izi poi las­ci­a­to per Aris­totele Onas­sis, l’armatore gre­co che la con­sacrò regi­na del jet set. Glo­ria, onori e oblio: la pri­madon­na si lascerà morire a Pari­gi in soli­tu­dine, stron­ca­ta a soli 54 anni. Infar­to, sem­bra, da impas­tic­ca­men­ti per lenire i dispi­ac­eri di una vita non più scan­di­ta dai tran­quil­li rit­mi zeviani. Era il 16 set­tem­bre 1977. Il suo cor­po fu cre­ma­to, le ceneri dis­perse nell’Egeo. Maria Callas arrivò a Verona, povera, il 29 luglio 1947. Il diret­tore artis­ti­co dell’Arena, Gio­van­ni Zenatel­lo, l’aveva scrit­tura­ta a New York per la Gio­con­da. Lei si era indeb­i­ta­ta per var­care l’Atlantico su un mer­can­tile rus­so. Il 30 giug­no l’incontro con l’industriale Menegh­i­ni. Lui con­duce­va dod­i­ci for­naci di lat­er­izi e ave­va 52 anni; lei di anni ne ave­va meno del­la metà, 24. «Quan­do la conob­bi, can­ta­va da sette anni e non era nes­suno. Io la feci diventare pri­ma al mon­do», riven­di­ca Menegh­i­ni nel libro Maria Callas mia moglie, scrit­to nel 1980 con la col­lab­o­razione del gior­nal­ista veronese Ren­zo Alle­gri. Menegh­i­ni morirà il 20 gen­naio 1981 a 85 anni. Rac­con­ta Ren­zo Alle­gri, autore di tre lib­ri sul­la Callas: «Nel 1947 il facoltoso indus­tri­ale vive­va al ris­torante Pedav­e­na di Verona, in piaz­za Bra: era appas­sion­a­to di lir­i­ca, del­la tavola e di donne in carne. La can­tante di orig­ine gre­ca — pet­to vis­toso, spalle for­ti, capel­li neri, occhi pro­fon­di — era impo­nente con il suo quin­tale di peso. A tavola con ami­ci, Menegh­i­ni invi­ta Maria a Venezia. Lei ten­ten­na per­ché non ha un vesti­to. In gita la can­tante si con­fi­da: la madre lit­i­ga con il padre, lei deve arran­gia­r­si, Verona è l’ultima sper­an­za di car­ri­era. Menegh­i­ni decide d’aiutarla. L’inizio fu poco roman­ti­co, ma poi il rap­por­to tra i due fu sin­cero, rispet­toso e d’autentica affet­tu­osità. All’inizio era sta­to un capric­cio maschilista di Menegh­i­ni: un’infatuazione fisi­ca, sen­suale, che volle sod­dis­fare subito, usan­do i sol­di. Dal­la gio­vane Callas venne un’accondiscendenza inter­es­sa­ta. Maria era triste, pre­oc­cu­pa­ta. Nel 1945 ave­va las­ci­a­to la Gre­cia come stel­la del­la lir­i­ca. Ave­va stu­di­a­to con la grande Elvi­ra De Hidal­go. Alla fine del­la guer­ra era sta­ta accusa­ta di col­lab­o­razion­is­mo per aver can­ta­to per le truppe nemiche e fu cac­cia­ta. Era tor­na­ta in Amer­i­ca, dov’era nata, ma in due anni non le riuscì di tenere un con­cer­to. L’occasione offer­tale dall’Arena pote­va essere la salvez­za. Accettò un con­trat­to cape­stro». Con­tin­ua Alle­gri: «Menegh­i­ni era uno scapo­lo impen­i­tente e ric­co. Quan­do vede­va una don­na che gli piace­va, si but­ta­va. Si com­portò così anche con la Callas: com­in­ciò subito a corteggia­r­la e, pur di por­tar­la in macchi­na, orga­niz­zò la gita a Venezia per tut­ta la com­pag­nia. La sera, tor­nan­do, si fer­mò per stra­da e la baciò. Due giorni dopo, il 4 luglio, portò la Callas sul Gar­da per stip­u­lare con lei un con­trat­to che coin­vol­ge­va affet­ti e affari: per sei mesi Menegh­i­ni avrebbe pen­sato a tutte le spese. Accor­do da rivedere alla sca­den­za». «Maria non era un’ingenua», rac­con­ta anco­ra il gior­nal­ista veronese. «Capì che le con­veni­va e accettò. Nelle let­tere che scrisse all’avvocato Bagarozzy, suo man­ag­er amer­i­cano e spasi­mante, ironiz­za­va su Menegh­i­ni». Alle­gri ricor­da che il debut­to are­ni­ano del­la Callas non ebbe par­ti­co­lare ril­e­van­za, poi andò male un provi­no alla Scala. «Pas­sa­ta l’infatuazione, Menegh­i­ni com­in­ciò a trascu­rare la Callas. Men­tre Maria orga­niz­za­va il ritorno in Amer­i­ca, si fece vivo Tul­lio Ser­afin che l’aveva diret­ta nel­la Gio­con­da are­ni­ana, per offrir­le la parte di Isot­ta nel Tris­tano a Venezia. Per Maria fu la salvez­za: riscosse un suc­ces­so strepi­toso. Menegh­i­ni intuì d’avere per le mani un fenom­e­no e cam­biò atteggia­men­to: divenne con­sigliere, pro­tet­tore, innamora­to, la trat­tò come una regi­na, la sposò». A Verona la sto­ria Menegh­i­ni-Callas scatenò i com­men­ti. Ostil­ità e pet­te­golezzi non fer­marono il re del lat­er­izio e la can­tante: i due si sposarono nel­la chiesa di San Fer­mo, a Verona. Era il 21 aprile 1949. Per sposar­si, come scriverà Bat­tista, l’industriale dovette abban­donare l’azienda di famiglia e battagliare in curia: la Callas era orto­dos­sa. Osta­coli che sem­brarono insor­montabili, tan­to che la cop­pia ave­va pro­gram­ma­to di sposar­si in munici­pio a Zevio. «Ci sposam­mo di pomerig­gio in sacres­tia alla pre­sen­za del par­ro­co e di due tes­ti­moni; la cer­i­mo­nia solenne ci fu nega­ta per­ché Maria era orto­dos­sa», scriverà anco­ra Menegh­i­ni. L’atto di mat­ri­mo­nio è cus­todi­to all’ufficio ana­grafe di Zevio, dove l’industriale-pigmalione, nato a Ron­co il 23 otto­bre 1895, ebbe la res­i­den­za per 43 anni: dal novem­bre 1915 al giug­no 1958. Il banchet­to fu da Pia Menegh­i­ni, sorel­la di Giambat­tista, per sette anni ami­ca, con­sigliera e accom­pa­g­na­trice del­la Callas. Se sul pal­cosceni­co la Callas era con­sid­er­a­ta una tigre, nel­la vita la don­na era «una ragaz­zona roman­ti­ca, buona», come spie­ga Alle­gri. E Menegh­i­ni, com’era? «Un uomo con­cre­to con doti di man­ag­er. Ave­va ered­i­ta­to dal padre, mor­to gio­vane, un’azienda che con­solidò e con la quale sis­temò tut­ti i dieci tra fratel­li e sorelle. Quan­do capì che Maria ave­va doti eccezion­ali, la pose nel­la con­dizione di dare il meglio. I due for­marono una per­fet­ta macchi­na per il suc­ces­so». «Il rap­por­to tra Maria e Bat­tista fu bel­lis­si­mo nonos­tante i 28 anni di dif­feren­za», aggiunge Michele Nocera, criti­co musi­cale e biografo del­la Callas. Nocera è asses­sore alla cul­tura di Sirmione, altro Comune in cui la cop­pia visse. «Maria amò Menegh­i­ni per­ché solo accan­to a lui tro­vò la famiglia che non ave­va mai avu­to. La Callas veni­va da un’infanzia dif­fi­cile: la mam­ma parteggia­va per la figlia mag­giore, più magra e pianista. Per questo la Callas non l’amerà mai. Menegh­i­ni cer­cò di ricom­porre i dis­si­di, inutil­mente. Il peri­o­do d’oro di Maria Callas dura dal 1949 al 1959», spie­ga anco­ra Nocera. «Quan­do las­cia Menegh­i­ni, la can­tante non stu­dia più. Maria farà anco­ra cose buone come la Tosca e la Nor­ma, ma la sua voce non sarà più al meglio». Tra il 1953 e il 1954 la Callas scese dal quin­tale a 65 chili. Era rimas­ta incan­ta­ta dal­la fil­i­forme Audrey Hep­burn. «Da bale­na a far­fal­la», scriverà Menegh­i­ni. Gior­nali e roto­calchi scrissero che la Callas ave­va inger­i­to uova di tenia, il verme soli­tario che può arrivare a metri di lunghez­za, con una cop­pa di cham­pagne. Nell’intestino del­la can­tante il paras­si­ta c’era davvero, riv­el­erà il com­menda­tore, «per­ché Maria man­gia­va spes­so carne cru­da». Lib­er­atasi del­la tenia, para­dos­salmente la Callas iniz­iò a perdere peso. Nocera esclude con­tem­po­raneità tra calo di voce e dima­gri­men­to: «La Callas can­tò benis­si­mo per anni dopo essere divenu­ta un fig­uri­no gra­zie a un dietol­o­go svizze­ro». Sul caso disse la sua anche Pia Menegh­i­ni: «Con­tro il parere di Tit­ta e di mio mar­i­to, suo medico per­son­ale, Maria si sot­to­pose a una peri­colo­sis­si­ma cura prat­i­ca­ta da medici svizzeri. Assunse dosi mas­s­ic­ce di estrat­to sec­co tiroideo per accel­er­are le fun­zioni meta­boliche, elim­i­nan­do così il gras­so super­fluo in tem­pi bre­vis­si­mi. Non solo: impaziente, Maria si fece ini­ettare iodio diret­ta­mente nel­la tiroide. Fu un trat­ta­men­to d’urto che le regalò una lin­ea invidi­a­bile ma le alterò il matab­o­lis­mo, rov­inan­dole il sis­tema ner­voso e dan­neg­gian­dole la voce». Frat­tan­to il menage famil­iare in casa Menegh­i­ni pros­egui­va all’insegna delle regole «prus­siane» det­tate dal­la can­tante. A ogni nuo­vo ruo­lo di reper­to­rio, l’industriale regala­va alla pri­madon­na un gioiel­lo. Prover­biale la miopia del­la Div­ina: al ter­mine di un con­cer­to alla Scala, il sopra­no rac­colse sul pal­cosceni­co un maz­zo di ravanel­li lan­ci­a­to dal log­gione cre­den­do­lo un bou­quet di fiori. Era invece una provo­cazione dai fan del­la rivale Rena­ta Tebal­di. In sce­na la Callas non vede­va nep­pure la buca del sug­ger­i­tore, né quan­do il mas­tro d’orchestra dava l’attacco, per cui man­da­va tut­to sor­pren­den­te­mente a memo­ria, sfut­tan­do un for­mi­da­bile intu­ito musi­cale. Si rac­con­ta che in gioven­tù la Div­ina avesse avu­to come «mae­stro» un canari­no, sul cui gorgheg­gio lei cer­ca­va di mod­u­lare la voce. Un giorno la besti­o­la cadde stordi­ta per un sovra­cu­to di Maria nel­la Lucia di Lam­mer­moor. La pri­madon­na incon­tra per la pri­ma vol­ta il mil­iar­dario Aris­totile Onas­sis nel 1957, a Venezia; poi a Pari­gi nel 1958. Lo igno­ra. Sette mesi dopo la cop­pia Menegh­i­ni accetta l’invito gale­ot­to sul pan­fi­lo Cristi­na. A bor­do anche Win­ston Churchill e Gian­ni Agnel­li. «Gente un po’ mat­ta», annoterà Menegh­i­ni, «le donne e anche gli uomi­ni pren­de­vano il sole nudi e amoreg­gia­vano davan­ti a tut­ti. Onas­sis mi sem­bra­va un goril­la, tan­to era peloso. Quan­do iniz­iò la tresca tra mia moglie e l’armatore gre­co, Maria si scatenò nel bal­lo e disse che dove­vo smet­tere di essere la sua ombra». Qualche notte dopo una don­na piom­ba sul let­to di Bat­tista dis­er­ta­to dal­la Callas: è Tina, la moglie di Onas­sis. Con­fi­da a Tit­ta che la Maria è tra le brac­cia del suo Ari. Il dis­tac­co defin­i­ti­vo è la sera del 19 agos­to. Rac­con­ta il biografo Nocera: «Accom­pa­g­na­to dall’autista, Onas­sis arrivò a Desen­zano ubri­a­co di whisky. Alla fine l’armatore si portò via la Callas dicen­dole, con una ridut­ti­va allu­sione al lago: “Cosa ci , tu, in ques­ta poz­zanghera!” Al com­menda­tore ave­va offer­to un asseg­no in bian­co chieden­dogli quan­ti mil­iar­di volesse per la moglie. Menegh­i­ni gli strap­pò l’assegno sot­to gli occhi». Nel 1968, colpo di sce­na: l’armatore gre­co, che alla Callas ave­va regala­to l’isola di Sko­r­pio, sposa Jacque­line Kennedy, vedo­va del pres­i­dente assas­si­na­to a Dal­las. «Fu un mat­ri­mo­nio politi­co: l’armatore vol­e­va avere acces­so alle com­pag­nie petro­lif­ere amer­i­cane», ipo­tiz­za Nocera. «Lui comunque rimase innamora­to del­la Callas; non si è mai capi­to per­ché non l’avesse sposa­ta». Forse le cose sareb­bero andate diver­sa­mente se nel 1966 fos­se sopravis­su­to il figlio di Maria e Aris­totele, Omero, nato a . «Non si è mai saputo dove sia sepolto. Io», aggiunge il biografo, «ne ho nega­to la nasci­ta per anni per poi ricre­d­er­mi. Quand’era con Menegh­i­ni, Maria ave­va fat­to trat­ta­men­ti con­tro la steril­ità. Evi­den­te­mente ebbero effet­ti tar­di­vi. La con­fer­ma del par­to è venu­ta da Bruna, la gov­er­nante del­la Callas, e dal fat­to che tra novem­bre 1959 e luglio 1960 c’è un buco nelle esi­bizioni del sopra­no, abit­u­a­ta a cantare qua­si tutte le sere». Intan­to Menegh­i­ni, rimane solo e depres­so nel­la vil­la sul Gar­da. «Las­ciò per anni la por­ta aper­ta giorno e notte per con­sen­tire a Maria di tornare a qual­si­asi ora», con­fi­da Nocera. Quan­do la grande can­tante morì, Bat­tista ave­va appe­na subito un infar­to. «Il medico dovette chi­ud­er­lo in cam­era per impedire che par­tisse per Pari­gi. Ci andò qualche tem­po dopo quan­do Maria, da cui non ave­va mai divorzi­a­to, già era sta­ta cre­ma­ta. Diver­sa­mente la Callas sarebbe sepol­ta a Sirmione, accan­to a Menegh­i­ni: la legge francese con­sente al mar­i­to di dis­porre del­la salma del­la moglie». Vil­la Menegh­i­ni-Callas, nel­la stu­pen­da peniso­la cat­ul­liana, è diven­ta­ta un res­i­dence con 18 appar­ta­men­ti. Dei bei tem­pi ha con­ser­va­to solo l’aspetto ester­no. Per­ché tute­la­to dalle Belle arti.

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