Oggi e domani la seconda parte del convegno sulla fine del Duce, intanto arriva un nuovo libro ricco di retroscena. Le memorie del figlio Romano: «Noi, famiglia in affitto a Villa Feltrinelli». «Distrussi io buona parte del carteggio Churchill» La strana

Mussolini, ultimo atto sul Garda

17/06/2005 in Storia
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Di Luca Delpozzo
Attilio Mazza

Dopo le gior­nate di Salò del 20 e 21 mag­gio, si svol­gerà a Don­go, oggi e domani, la sec­on­da parte del con­veg­no «Da Salò a Don­go. Il dram­ma e l’enigma», orga­niz­za­to del­la Fon­dazione Isti­tu­to Stu­di Stori­ci Europei. Tema delle due nuove gior­nate sarà: «La fine di un uomo: gli ulti­mi giorni di Mus­soli­ni». Inter­ver­ran­no docen­ti, stu­diosi e tes­ti­moni, fra i quali Luciano Garibal­di, Fabio Andri­o­la e Giuseppe Par­la­to che rispet­ti­va­mente pre­sieder­an­no le tre ses­sioni dei lavori. ***Romano Mus­soli­ni, con il libro edi­to da Riz­zoli, fres­co di stam­pa, «Ulti­mo atto. Le ver­ità nascoste sul­la fine del Duce» (178 pagine, 15 euro), antic­i­pa, in cer­to qual modo, i temi che saran­no dibat­tuti a Don­go. Le pagine scritte dal figlio del Duce — più che tes­ti­mone degli even­ti — si pos­sono leg­gere per­cor­ren­do il filo di almeno tre temi: 1) il carteg­gio Churchill, di cui «Bres­ciaog­gi» si è ampia­mente occu­pa­to nell’edizione del 23 set­tem­bre del­lo scor­so anno; 2) l’oro di Don­go, di cui «Bres­ciaog­gi» il 7 agos­to 2004 riferì la tes­ti­mo­ni­an­za rac­col­ta da Aga Hrus­ka; 3) gli ulti­mi giorni del­la famiglia Mus­soli­ni sul Gar­da, a Vil­la Fel­trinel­li di Gargnano. IL CARTEG­GIOCHURCHILL­Ro­mano Mus­soli­ni scrive parole che si pos­sono con­sid­er­are defin­i­tive sul carteg­gio Mus­soli­ni – Churchill. A più riprese, e in più pagine, rac­con­ta del­la sorte delle famose let­tere che pre­oc­cu­parono lo stes­so sta­tista inglese, e la cui ricer­ca impeg­nò servizi seg­reti, gior­nal­isti e stori­ci. Sulle famose borse di cuoio con­te­nen­ti i doc­u­men­ti, Romano infor­ma di aver avu­to la pos­si­bil­ità, col tem­po, «di rac­cogliere in propos­i­to infor­mazioni di pri­ma mano. Ho anche qualche ricor­do per­son­ale per­ché per uno stra­no scher­zo del des­ti­no, toc­cò pro­prio a me dis­trug­gere una parte di quel­la doc­u­men­tazione». Le let­tere era­no per Churchill «una grossa spina nel cuore». E vol­e­va recu­per­ar­le per­ché «tutte imbe­vute di ammi­razione e di attes­ta­ti di ami­cizia» nei con­fron­ti del Duce. Tale incar­ta­men­to — scrive anco­ra Romano Mus­soli­ni — «del quale da sessant’anni viene di tan­to in tan­to annun­ci­a­ta la ricom­parsa, pos­so dire che ques­ta è del tut­to improb­a­bile: infat­ti io stes­so bru­ci­ai buona parte di quell’epistolario. Era rimas­to nelle nos­tre mani dopo la pre­cip­i­tosa parten­za di mio padre (da Gargnano), e fu pro­prio lui a rac­co­man­dar­mi di far sparire tut­to quan­to avrebbe potu­to risultare com­pro­met­tente per noi nel momen­to in cui (come poi avvenne) gli Alleati ci avessero pre­si. Non so, ones­ta­mente, se le let­tere che get­tai nel fuo­co fos­sero le più impor­tan­ti, né ricor­do con esat­tez­za quante ne dis­trussi». E così con­clude: «So però che il carteg­gio Churchill cessò di esistere, quan­to meno nel­la sua interez­za, nell’aprile 1945». Che cosa con­tenevano, allo­ra le due borse di doc­u­men­ti che Mus­soli­ni portò con sé uscen­do dal­la Prefet­tura di per il suo ulti­mo dram­mati­co viag­gio? Romano scrive che, sec­on­do sue infor­mazioni, suo padre «ave­va con sé una serie di let­tere di Hitler, che dimostra­vano in modo inequiv­o­ca­bile come la deci­sione di entrare in guer­ra fos­se sta­ta subi­ta dal gov­er­no fascista. C’erano poi le mis­sive di Vit­to­rio Emanuele III e di Badoglio e un ver­bale con il reso­con­to stenografi­co del­la sedu­ta durante la quale, il 29 mag­gio 1940, fu deciso l’intervento dell’Italia nel con­flit­to. Man­ca­vano, invece, uno in parte e l’altro del tut­to, due dossier di gran­dis­si­ma impor­tan­za: il carteg­gio del Duce con Churchill (molte let­tere ven­nero appun­to bru­ci­ate dal­lo stes­so Romano) e un det­taglia­to rap­por­to sul­la figu­ra e le abi­tu­di­ni pri­vate del principe ered­i­tario Umber­to di Savoia». Nelle due borse che il Duce affidò all’attendente Pietro Car­radori vi era­no anche cinque mil­ioni di lire: «i dirit­ti d’autore che pochi giorni pri­ma mio padre ave­va rice­vu­to per i suoi lib­ri», infor­ma anco­ra Romano. Mus­soli­ni con­sid­er­a­va di estrema impor­tan­za le carte che por­ta­va con sé. Lo con­fidò a Claret­ta Petac­ci a Mus­so, pres­so il lago di Como, poco pri­ma che la colon­na fos­se inter­cetta­ta dai par­ti­giani. Quan­do «gli Alleati lo avessero cat­tura­to — anno­ta Romano -, lui avrebbe potu­to dis­col­par­si e dimostrare la sua buona fede. E a lei disse: “È meglio che una delle due borse la cus­todis­ca tu, non si può mai sapere”». Ma quan­do Mus­soli­ni venne fer­ma­to a Don­go dai par­ti­giani del­la 52° briga­ta Garibal­di, una delle due borse «era già spari­ta». Nel momen­to in cui fu riconosci­u­to, scrive sem­pre Romano, «il Duce ave­va sul­la tes­ta la busti­na dell’esercito ital­iano e por­ta­va con sé la bor­sa super­stite gon­fia di doc­u­men­ti. Al suo inter­no si trova­va tra l’altro la copia del­la let­tera che il 24 aprile 1945 ave­va scrit­to al pri­mo min­istro inglese Win­ston Churchill». Nel mes­sag­gio allo sta­tista inglese — inte­gral­mente riprodot­ta nel libro appe­na edi­to da Riz­zoli — Mus­soli­ni lamen­ta­va di essere sta­to all’oscuro delle trat­ta­tive «in cor­so tra Gran Bre­tagna e Sta­ti Uni­ti con la Ger­ma­nia» e augu­ra­va suc­ces­so all’iniziativa. Ricor­da­va poi a Churchill l’importanza strate­gi­ca dell’Italia e che anche per questo non pote­va «essere sac­ri­fi­ca­ta». Quan­to alla pro­pria posizione davan­ti alla sto­ria, gli scrive­va: «Forse siete il solo, oggi, a sapere che io non deb­ba temerne il giudizio. Non chiedo quin­di che mi ven­ga usa­ta clemen­za, ma riconosci­u­ta gius­tizia, e la facoltà di gius­ti­fi­car­mi e difen­d­er­mi». Infine invo­ca­va l’invio di un fidu­cia­rio inglese: «Vi inter­esser­an­no le doc­u­men­tazioni di cui potrò fornir­lo, di fronte alle neces­sità d’imporsi al peri­co­lo dell’Oriente. Mol­ta parte dell’avvenire è nelle vostre mani; e che Iddio ci assista». A Don­go, durante l’interrogatorio, venne seques­tra­ta a Mus­soli­ni la bor­sa con i doc­u­men­ti che ave­va anco­ra con sé; l’altra l’aveva appun­to affi­da­ta a Claret­ta «che però al momen­to dell’arresto non l’aveva più». Le era sta­ta seques­tra­ta a Menag­gio «per essere poi con­seg­na­ta a un mem­bro comu­nista del Comi­ta­to di Lib­er­azione». Un ten­ta­ti­vo di recu­pero dei doc­u­men­ti venne fat­to anche dall’ambasciatore inglese a Berna, sir Nor­ton, che rag­giunse Vil­la di Chi­aven­na sul con­fine con la Svizzera. «Verosim­il­mente l’ambasciatore agi­va su dis­po­sizione di Churchill, desideroso di entrare in pos­ses­so del carteg­gio cus­todi­to dal Duce. Carteg­gio che in realtà, come io ben sape­vo, solo in parte si trova­va nelle mani del pri­gion­iero. Il piano degli ingle­si andò in fumo quan­do alla casci­na dei De Maria arrivò, evi­den­te­mente avver­ti­to di ciò che si sta­va preparan­do, l’agitatissimo Vale­rio», il colon­nel­lo Vale­rio, ovvero il ragion­ier Wal­ter Aud­i­sio, che sparò gli ulti­mi colpi sul cor­po di Mus­soli­ni (ma la vicen­da non è chiara) e di Claret­ta davan­ti a Vil­la Belvedere di Giuli­no di Mezze­gra alle «quat­tro e dieci del 28 aprile 1945». Romano Mus­soli­ni fa cen­no anche dell’arrivo di Churchill a Gar­done Riv­iera alla fine del luglio 1949 nel ten­ta­ti­vo di recu­per­are quel carteg­gio com­pro­met­tente con Mus­soli­ni che pen­sa­va si potesse anco­ra trovare in qualche vil­la abi­ta­ta dal Duce durante la Repub­bli­ca di Salò. Ma tale carteg­gio, come pre­cisato da Romano, era sta­to da tem­po in buona parte dis­trut­to e il rima­nente era sta­to seques­tra­to al Duce a Don­go e fini­to in mani anco­ra sconosciute. L’ORODI DON­GORo­mano Mus­soli­ni con­fer­ma nel libro appe­na edi­to da Riz­zoli il “seque­stro” di buona parte del cosid­det­to oro di Don­go da parte dei par­ti­giani, come rac­con­ta­to anche dal den­tista di Gar­done Riv­iera, Aga Hrus­ka, figlio del più cele­bre Arturo — il fonda­tore del gia­rdi­no botan­i­co — e pub­bli­ca­to da «Bres­ciaog­gi» il 7 agos­to 2004. Romano rac­con­ta, infat­ti, che all’alba del 26 aprile 1943, pri­ma di muo­vere da Como per la Val­tel­li­na, il Duce venne infor­ma­to che il «fur­gon­ci­no Balil­la che face­va parte del­la colon­na par­ti­ta da Milano si era fer­ma­to nel­la local­ità Garbag­nate» a causa di un guas­to. Il prefet­to Gat­ti fu incar­i­ca­to di recar­si a Garbag­nate alla ricer­ca dell’automezzo la cui sparizione pre­oc­cupò molto Mus­soli­ni. Ma del fur­gon­ci­no Balil­la non si tro­vò più trac­cia: spar­i­to! Sec­on­do un con­tabile del min­is­tero delle Finanze del­la Rsi — infor­ma Romano Mus­soli­ni — sull’automezzo vi era «un grosso quan­ti­ta­ti­vo di val­u­ta ital­iana (nell’ordine di centi­na­ia di mil­ioni di lire dell’epoca) e di val­u­ta estera: per l’esattezza 2.675 ster­line in ban­conote, 2.150 ster­line oro, 149.000 dol­lari, 278.000 franchi svizzeri, 18 mil­ioni di franchi france­si. Sul fur­gon­ci­no, inoltre, era­no sta­ti car­i­cati lin­got­ti d’oro prove­ni­en­ti dal­la Ban­ca d’Italia», di cui lo stes­so Romano scrive di non essere mai rius­ci­to a sco­prirne la quan­tità. Il figlio del Duce affer­ma di aver sem­pre cre­du­to alla sto­ria che il fur­gon­ci­no si fos­se fer­ma­to a Garbag­nate per un guas­to. Tut­tavia, scrive anco­ra, sec­on­do «nuove infor­mazioni che con­sidero attendibili, ora sono con­vin­to che la ver­ità sia ques­ta: non un guas­to, ben­sì la pre­cisa volon­tà dei due passeg­geri fer­mò il Balil­la». Un vero e pro­prio colpo di mano, quin­di, ideato pri­ma del­la parten­za del­la colon­na da Milano. Va det­to che il fur­gon­ci­no non trasporta­va tut­to il “tesoro”, assai più con­sis­tente e in larga parte car­i­ca­to sui camion che for­ma­vano la colon­na. Ma quan­do i mezzi giun­sero a Mus­so «si era molto ridot­to: parte del­la val­u­ta era scom­parsa e ciò che rimane­va fu seques­tra­to dai par­ti­giani e por­ta­to nel munici­pio di Don­go, dove si assot­tigliò ulte­ri­or­mente». Nel 1949 venne aper­to a Milano un proces­so con­tro 51 per­sone chia­mate a rispon­dere dell’accusa «di sot­trazione di beni», vale a dire del “tesoro”. Il proces­so si pro­l­ungò per anni e avrebbe dovu­to ripren­dere nell’aprile del 1957 pres­so la Corte d’Assise di Pado­va. Ma pri­ma del­la ripresa tut­ti i 51 impu­tati furono amnis­tiati e la «prat­i­ca del “tesoro” di Don­go archivi­a­ta». Parte del bot­ti­no, finì nelle mani dei par­ti­giani comu­nisti, come Aga Hrus­ka rac­con­tò alle pagine 222–224 del­l’au­to­bi­ografia Mem­o­rie seg­rete del den­tista di papi e di re pub­bli­ca­ta un anno pri­ma di morire, nel 2002 da Biet­ti. GLI ULTIMI GIORNI A GARGNANORo­mano Mus­soli­ni ricor­da che quan­do il Duce morì, lui si avvi­a­va ver­so i 18 anni. Tra padre e figlio «negli ulti­mi tem­pi, a Gargnano sul lago di Gar­da dove la Repub­bli­ca Sociale Ital­iana ave­va il suo quarti­er gen­erale, tra noi si era sta­bil­i­to un rap­por­to di grande con­fi­den­za. E pro­prio a Gargnano, in quel­la per­pet­ua ansi­età provo­ca­ta dalle notizie che giungevano dai fron­ti di guer­ra, ho assis­ti­to all’ultimo atto del­la vita di mio padre. Ho rac­colto insieme a don­na Rachele i suoi sfoghi al ritorno dagli incon­tri con Hitler e ho vis­su­to i giorni strazianti del­la fucilazione di Ciano con mia sorel­la Edda che sem­bra­va impazz­i­ta dal dolore. L’ho vis­to, il 17 aprile 1945, avviar­si incon­tro al suo des­ti­no da Vil­la Fel­trinel­li, dove la nos­tra famiglia allog­gia­va». Romano Mus­soli­ni — ben noto musicista di pro­fes­sione — affer­ma di ricostru­ire nel libro l’ultimo atto del­la vita del padre. Ma come nel cele­bre film di Akiro Kuro­sawa, Rashomon, ogni tes­ti­mone «for­nisce una ver­sione diver­sa di ciò che è accadu­to» per cui anche la ver­ità sul­la morte del Duce pre­sen­ta anco­ra più aspet­ti che nem­meno il tem­po è rius­ci­to a chiarire. Tra le affer­mazioni di grande rilie­vo, e che mod­i­f­i­cano un pun­to car­dine del­la Rsi, vi è quel­la che non fu Hitler a obbli­gare il Duce a dar vita alla cosid­det­ta Repub­bli­ca di Salò: «È sta­to spes­so affer­ma­to che fu Hitler a imporre a mio padre di fon­dare la Rsi. Pos­so dire che non è vero. Il Duce, superati momen­tanea­mente i trau­mi del­la des­ti­tuzione e del­la pri­gio­nia, ave­va saputo riann­odare i fili del sog­no» e alla Roc­ca delle Carmi­nate si dedicò al prog­et­to con grande impeg­no, lavo­ran­do fino all’alba «per anno­tare appun­ti e scri­vere let­tere. Spes­so appari­va sod­dis­fat­to e desideroso di ricom­in­cia­re in uno slan­cio di vital­ità che scac­cia­va la rasseg­nazione». Durante le passeg­giate in bici­clet­ta nel par­co di Vil­la Fel­trinel­li, il Duce si aprì con il figlio ad alcune con­fi­den­ze. Ad esem­pio gli disse che i tedeschi vol­e­vano sis­temare a Salò i suoi col­lab­o­ra­tori «in una fila di vago­ni let­to fer­mi nel­la stazione fer­roviaria». Su tali vago­ni avreb­bero dovu­to lavo­rare e vivere. Ipote­si inac­cetta­bile. La madre mise al cor­rente Romano che per abitare Vil­la Fel­trinel­li paga­vano un canone men­sile di ottomi­la lire. L’edificio «era sig­no­rile e sorge­va a poca dis­tan­za dal lago, dal quale lo sep­a­r­a­va un ulive­to. La fac­cia­ta era dec­o­ra­ta con mar­mi rosa e l’aspetto gen­erale era davvero sug­ges­ti­vo. Una vol­ta entrati nel­la vil­la, però, la musi­ca cam­bi­a­va: le stanze era­no molto trascu­rate e il mobilio in parte dan­neg­gia­to». Fu la madre, uni­ta­mente alla servitù, a rimet­tere tut­to in ordine. «Ave­va dis­pos­to un min­uzioso piano di pulizie e rior­ga­niz­za­to le cucine, dove ogni giorno trascor­re­va almeno due ore con i capel­li rac­colti in un faz­zo­let­to e i fianchi cin­ti da un grem­bi­ule». In breve tem­po Vil­la Fel­trinel­li «fu luci­da­ta a spec­chio». Romano ricor­da, a questo pun­to, il con­cer­to jazz tenu­to qualche tem­po fa a Gargnano, a poca dis­tan­za da Vil­la Fel­trinel­li, trasfor­ma­ta in alber­go di lus­so e con­fes­sa le pro­prie emozioni: «Le sen­sazioni che ho prova­to vis­i­tan­do l’edificio sono inesprim­i­bili. Mi sono anche sedu­to al pianoforte nel grande salone oggi scin­til­lante di mar­mi e adorno di tende di vel­lu­to. Com’era diver­so da quel­lo che ave­vo conosci­u­to! Mi trasmet­te­va una sor­ta di briv­i­do. Per­ché pen­sate: di tut­ti i miei famil­iari che han­no abi­ta­to Vil­la Fel­trinel­li al tem­po del­la cadu­ta del fas­cis­mo, solo io sono anco­ra vivo. Solo nei miei occhi riv­ive tut­to quel mon­do di per­sone, di avven­i­men­ti e di affet­ti che oggi nes­suno può immag­inare arrivan­do a Gargnano».

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