Un fatto che non può non assumere in questi momenti un valore emblematico.

Nel giardino della pace il piccolo olivo sta morendo

02/10/2001 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo
Franco Farina

Gli atten­tati di tre set­ti­mane fa in Amer­i­ca e le reazioni inter­nazion­ali han­no scos­so le coscien­ze e obbli­ga­to tut­ti a riflet­tere sulle cause dei con­flit­ti e sulle loro con­seguen­ze. Spaz­zan­do via molte illu­sioni sul­l’in­toc­ca­bil­ità di una super poten­za come gli Usa e sul­la sta­bil­ità del­la pace per il mon­do occi­den­tale. Tra chi si sta inter­ro­gan­do su tut­to ciò in questi giorni c’è il pro­fes­sor Fran­co Fari­na, intel­let­tuale rivano, che par­tendo da un aned­do­to scrive:«L’olivo del­la pace, con cui qualche anno fa è sta­to inau­gu­ra­to l’omon­i­mo gia­rdi­no pub­bli­co vici­no alla stazione delle cor­riere di Riva (“par­co” è un nome un po’ pom­poso per un pic­co­lo spazio verde strap­pa­to alla cres­cente urban­iz­zazione…) sta moren­do. Nes­suno pare se ne sia accorto.La cosa non può non assumere val­ore emblem­ati­co in un frangente come quel­lo che sti­amo attraversando.Ricordo viva­mente quel mat­ti­no di sole, i bim­bi delle ele­men­tari con i pal­lonci­ni mul­ti­col­ori affluiti per la cir­costan­za — fres­co mosaico inter­cul­tur­ale. Nel­l’aria, l’ec­c­i­tazione del­l’us­ci­ta all’aper­to, alter­na­ti­va al chiu­so del­la scuo­la, sof­fer­to specie a quell’età.In tes­ta, pavesati col tri­col­ore, i sin­daci del com­pren­so­rio altog­a­rde­sano. Mi trova­vo nel “par­co” per caso. Fuori pro­gram­ma, chiesi e otten­ni di recitare una lir­i­ca bel­lis­si­ma e sconosci­u­ta del poeta iracheno Abd-el-Waheb El Bay­ati: “Si dovrebbe pot­er rid­ere al sole…”. Poi i pal­lonci­ni liberati dalle mani degli sco­laret­ti si levarono alti nel cielo fino a scom­par­ire — vivente e col­let­ti­va scrit­ta col gesto, a sug­gel­lo del­la poe­sia ver­bale. E venne il momen­to cul­mi­nante del­la sim­bolo­gia del­la fon­dazione di pace: la mes­sa a dimo­ra del­l’o­li­vo, subito rin­calza­to con palate di ter­ra dal sin­da­co di Riva e via via dalle altre per­son­al­ità pre­sen­ti, fra cui alcu­ni rap­p­re­sen­tan­ti delle Nazioni Unite. Fu come se cias­cuno di noi si sen­tisse chiam­a­to a con­tribuire conc­re­ta­mente con la sua bra­va pala­ta di ter­ra. La guer­ra, allo­ra, pare­va un’ipote­si astrat­ta, remota.Forte del­la com­plic­ità che mi lega­va a quel­l’iso­la verde in mez­zo a un traf­fi­co urbano sem­pre meno a misura d’uo­mo, ho segui­to giorno per giorno lo sta­to di salute del­la ten­era pianti­na che rias­sume­va in sè il sen­so del “par­co del­la pace” (sul­la tar­ga recante la scrit­ta, una mano roz­za di ado­les­cente pro­ter­vo ave­va dis­eg­na­to nel frat­tem­po un vis­toso fal­lo azzurro…)L’olivo sem­bra­va avesse attec­chi­to bene, ad arguire dal molti­pli­car­si xdelle fogli­o­line argen­tee. Vi lessi un felice aus­pi­cio per le sor­ti del piane­ta, e mi parve gius­to riferirne in un mes­sag­gio poet­i­co al seg­re­tario gen­erale delle Nazioni Unite con cui fra l’al­tro gli esprime­vo la mia riconoscen­za di cit­tadi­no del mon­do per la polit­i­ca di pace da lui perse­gui­ta con fer­mez­za nel­la mar­to­ri­a­ta area del Vici­no Ori­ente. Con­tro ogni aspet­ta­ti­va, arrivò dal Palaz­zo di vetro una let­tera data­ta 4 mar­zo 1998, con la quale Hasan Fer­dous mi ringrazi­a­va a nome di Kof­fi Annan “per le parole di incor­ag­gia­men­to”. In par­ti­co­lare, mi colpì il pen­siero cen­trale del­la mis­si­va sul­la neces­sità di pace costru­i­ta dal bas­so con l’ap­por­to di ognuno di noi e sul­l’im­por­tan­za vitale di una “comu­nità inter­nazionale deter­mi­na­ta e coesa”. Come non pen­sare alle palate di ter­ra a rin­cal­zo del­l’o­li­vo? A dis­tan­za di tre anni, in questi giorni lacerati e dis­umani, le parole assumono un sapore di ama­ra provocazione.Da qualche tem­po l’o­li­vo sim­bol­i­co appari­va intris­ti­to, sffer­ente, all’u­nisono con la pas­sione del mon­do. E giorni fa, men­tre com­pi­vo la con­sue­ta passeg­gia­ta rit­uale mat­tuti­na, ho capi­to — con la forza delle riv­e­lazioni improvvise — che la pianta sta­va moren­do. Col­pa, forse, del­la scarsa vig­i­lan­za dei gia­r­dinieri, in questo “imprev­i­den­ti” come altri “gia­r­dinieri” pre­posti alle sor­ti del­la pace?»

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