Memorie. Si andava a remi e ci si fidava soltanto delle braccia capaci di fiocinare anguille e carpe. Vaifro Bazzoli rievoca antagonismo con San Benedetto e segreti degli esperti Filippo Galetti fu provetto carpentiere, il figlio avrebbe costruito barche

Noi pescatori gli ultimi poeti del lago

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Di Luca Delpozzo

Le due fig­ure rit­mano, come in una dan­za, il gesto forte e sicuro di una rema­ta che fa scivolare via l’esile sago­ma dell’imbarcazione; l’acqua dis­eg­na una riga con­tin­ua sot­to la spin­ta silen­ziosa del­la pala. Chi­unque si affac­ci sul Gar­da dal­lo spec­chio del Min­cio, può vedere, nel­la luce del tra­mon­to, cop­pie di voga­tori per­cor­rere i canali che sot­to­lin­eano la cin­ta muraria del­la Fortez­za. Sono lì in ogni sta­gione dell’anno, per pas­sione e, da oltre un decen­nio, per preparar­si all’appuntamento con il Palio delle Mura. Il loro è un gesto anti­co, come quel­lo fat­to da chi affronta­va tut­ti i giorni il lago con la stes­sa voga­ta, ma nel­la sper­an­za di ritornare cari­co di buon pesce. «Sarà che, allo­ra, non c’erano molte altre risorse, ma pescare e remare era­no al cen­tro del­la nos­tra vita», ricor­da Vaifro Baz­zoli, uno dei pesca­tori stori­ci di Peschiera, con parole anco­ra piene dell’amore e dell’entusiasmo per una vita spe­sa sull’acqua. «E che rival­ità», con­tin­ua, «tra i pesca­tori di Peschiera e quel­li di San Benedet­to: non si perde­va occa­sione per affrontar­ci a suon di remi. Noi di San Benedet­to ave­va­mo barche e reti più gran­di, per­ché uscire in acqua vol­e­va dire fron­teggia­re da subito il lago; a Peschiera, invece, uti­liz­za­vano scafi più leg­geri, idonei ai canali del­la Fortez­za e alla pesca delle anguille: i più capaci rius­ci­vano a cen­trar­le con una fioci­na anche a dieci metri di dis­tan­za». Una rival­ità che scom­par­i­va, però, «nel giorno del “res­tel”: allo­ra si rema­va tut­ti insieme per spin­gere i volatili ver­so il por­to», rac­con­ta Baz­zoli, «dove li atten­de­vano i sig­norot­ti arrivati dalle cit­tà per cac­cia­re». Alla pesca si veni­va avviati sin da pic­coli, per aiutare la famiglia. «Ci affi­an­ca­vano a chi ave­va già espe­rien­za; occor­re­va impara­re da loro tut­ti i truc­chi e i seg­reti del lago, dei suoi fon­dali e dell’arte del pescare. Quan­ti “ e rema” pri­ma di diventare capaci di arran­gia­r­ci da soli». I com­pag­ni di scafo sono sem­pre sta­ti uni­ti da una com­plic­ità par­ti­co­lare, resa anco­ra più forte dal fat­to che quelle quat­tro brac­cia era­no l’unico motore di cui entram­bi disponevano per far ritorno a casa. D’estate veni­vano coin­volte anche le donne: il loro con­trib­u­to con­sis­te­va nel­lo spin­gere chi­as­sosa­mente il pesce nel­la rete. Le imbar­cazioni: sono in tan­ti a ricor­dare Fil­ip­po Galet­ti, car­pen­tiere molto bra­vo a costru­ire barche per la soci­età laghi; anche la sua è sta­ta una pro­fes­sione tra­man­da­ta in famiglia: il figlio Ita­lo ha costru­ito barche a vela, tra l’altro, per com­pe­tizioni sportive e anche per l’Aga Khan e dopo di lui il figlio Car­lo ha con­tin­u­a­to sui pas­si del padre e del non­no. Non­no Fil­ip­po, ter­mi­na­to il lavoro, alla sera in un pic­co­lo locale aggius­ta­va e sis­tema­va le barche dei pesca­tori. «Se no ghe gius­to le barche, no i magna», sol­e­va dire a casa per spie­gare il per­ché di un lavoro di grande sod­dis­fazione ma sen­za remu­ner­azione. «Il fat­to è che, in qualunque sta­gione, le ore in bar­ca non si con­ta­vano», riprende Baz­zoli, «e si rema­va di fila­to, pen­san­do solo a rag­giun­gere il pun­to sta­bil­i­to. Una vol­ta là non si pen­sa­va ad altro che al sole: per non far­lo andar giù, lo avresti tenu­to su anche con il remo, in modo da poter­ti fer­mare lì anco­ra un po’», sospi­ra Baz­zoli, par­lan­do di un lago com­ple­ta­mente trasfor­ma­to dal pro­gres­so «al pun­to, però, di esserne stra­volto: i motori fan­no fare meno fat­i­ca, ma l’unico pesce che ora si tro­va nel Gar­da è quel­lo per così dire colti­va­to; ed è tutt’altra cosa». Baz­zoli non è il solo ad avere ques­ta con­vinzione. «Sarebbe anche quel­la di mio padre», dice Mario But­turi­ni, figlio di Sil­vio, pesca­tore e poi pri­mo pis­ci­coltore del paese, alle pis­ci­coltura dei Sette Pon­ti, dipen­den­za del min­is­tero delle Foreste. «Ricor­do il canale di Mez­zo, in pieno cen­tro stori­co, pieno di trote; veni­va fat­ta la spremi­tu­ra delle uova a mano: si tene­va la tes­ta del pesce con uno strac­cio, in modo da non far­gli male, per­ché poi veni­va riget­ta­to in acqua. Si spre­mevano le uova dal­la fem­mi­na e dal­la pin­na cau­dale del mas­chio il cosid­det­to lat­te; si mescola­va con una piu­ma di gal­li­na, per non rischiare di rompere le uova, e il tut­to veni­va depos­to negli zu». «Gli zu», spie­ga Mario But­turi­ni, «era­no recip­i­en­ti for­mati da bot­tiglioni di vetro roves­ciati e mes­si a boc­ca in giù den­tro a una bacinel­la quadra­ta con al cen­tro un buco; l’acqua sali­va e scen­de­va dal bot­tiglione cre­an­do un cir­cuito che man­tene­va ossi­gena­to l’interno e impe­di­va che le uova si attac­cassero. Decisa­mente altri sis­te­mi rispet­to a oggi, ma non per questo meno effi­caci, anzi». Vita da pis­ci­coltore e da pesca­tore per Sil­vio But­turi­ni, pesca­tore come lo era suo padre Bat­tista. «Ma la gente di Peschiera si ricor­da più di mio padre; sia per­ché la gen­er­azione di mio non­no è trop­po lon­tana, sia per­ché Sil­vio, det­to Nèmece, era famoso per la pesca con la fioci­na: dal ponte San Gio­van­ni o dalle mura del Bas­tione del­la Madon­ni­na, qui in cen­tro, pren­de­va le carpe come pochi». Il sopran­nome Nèmece veni­va dal­la somiglian­za con un per­son­ag­gio di mon­el­lo in voga nel cin­e­ma muto di quegli anni; e Sil­vio But­turi­ni era un pro­tag­o­nista delle sta­gioni del­la Peschiera e del suo «Entra­mar­zo». «Entra mar­zo su ques­ta tera, vole­mo darghe ’na bela butela, ci ela e ci no ela, l’è?» La filas­troc­ca veni­va urla­ta la pri­ma notte di mar­zo dai pesca­tori, dall’alto del ponte dei Voltoni e dai Bas­tioni del cen­tro stori­co. «Veni­vano cre­ate di fan­ta­sia le cop­pie più strane», dice Enza Lonar­di, «quelle che in realtà non avreb­bero mai potu­to met­ter­si insieme; io lo ricor­do anco­ra l’Entramarzo dei pesca­tori, un’usanza scom­parsa del tut­to solo tra gli anni Ses­san­ta e Set­tan­ta, quan­do una di queste cop­pie improb­a­bili finì con il denun­cia­re gli autori del loro con­nu­bio. Una tradizione che oggi sarebbe impos­si­bile ripro­porre per­ché non ci si conosce più come una vol­ta». I pesca­tori veni­vano chia­mati anche pias­saroti per­ché, fini­ta la notte di lavoro in bar­ca, si con­cede­vano ore di pausa giran­do per il paese. «Veden­doli sem­pre in giro di giorno, mol­ta gente pen­sa­va che non facessero niente», ram­men­ta Mario But­turi­ni, «ma in realtà loro ave­vano fat­i­ca­to sino alle prime luci del mat­ti­no. Per il fat­to di essere in giro, però, sono anche servi­ti alla comu­nità: più di una vol­ta, infat­ti, si sono lan­ciati in acqua per sal­vare gente cadu­ta nel lago o roves­ci­atasi con le barche». Tem­pi des­ti­nati ormai solo al ricor­do. «Ma non la tradizione del­la pesca; chi come me l’ha vis­su­ta sin da pic­co­lo», con­clude But­turi­ni, «non la può dimen­ti­care e, a sua vol­ta, cer­ca di tra­man­dar­la a figli e nipoti».

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