Lanciato un allarme dalla sponda veronese: sotto accusa gli scarichi delle fognature. La soluzione? «Per prima cosa va migliorata l’efficienza del collettore»

Qualità dell’acqua, il lago peggiora

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Di Luca Delpozzo
Lago di Garda

«Gli scarichi delle fog­na­ture han­no peg­gio­ra­to la qual­ità del­l’ac­qua — affer­ma il biol­o­go Gior­gio Franzi­ni, respon­s­abile del­l’uf­fi­cio del­l’Arpav, l’A­gen­zia regionale di pro­tezione ambi­en­tale, dipar­ti­men­to di Verona e del­la riv­iera ori­en­tale -, facen­do aumentare anche la pro­duzione delle alghe e, di con­seguen­za, la pos­si­bile pre­sen­za di quelle tossiche, come l’An­abae­na lem­mer­man­nii e la micro­cys­tis, le cui tos­sine provo­cano prob­le­mi gas­troen­teri­ci». E per il futuro? «Si sta andan­do ver­so un lento ma inar­resta­bile peg­gio­ra­men­to del­la qual­ità che, se non ver­rà fer­ma­to, potrebbe causare (entro tren­t’an­ni) il divi­eto del­l’u­ti­liz­zo del­l’ac­qua del lago come acqua pota­bile». Le pompe la prel­e­vano a San Felice del Bena­co, Maner­ba, Moni­ga, Desen­zano e Sirmione e, sul­la spon­da veronese, a Bren­zone, Gar­da, Tor­ri, Castel­let­to, Pai. Pri­ma di immet­ter­la nel­la rete idri­ca, la sot­to­pon­gono a una serie di trat­ta­men­ti di pota­bi­liz­zazione (ozoniz­zazione, fil­trazione, clo­razione). «L’u­ni­co modo per ral­lentare il proces­so — con­tin­ua Franzi­ni — è miglio­rare l’ef­fi­cien­za del col­let­tore, elim­i­nan­do gli scarichi legati, ad esem­pio, agli sver­sa­men­ti dopo for­ti tem­po­rali». L’Arpav prel­e­va cam­pi­oni e stu­dia le alghe che, spes­so, fior­iscono rico­pren­do la super­fi­cie con una «moquette» puz­zo­lente e cos­tosa, la cui rimozione cos­ta parec­chi mil­ioni. La cresci­ta delle piante viene influen­za­ta dal­la trasparen­za del­l’ac­qua (che dipende dalle onde), dal liv­el­lo (le «macrof­ite», ad esem­pio, crescono a una pro­fon­dità non supe­ri­ore ai dieci metri), dal ven­to (se l’ac­qua è limp­i­da, pas­sa più luce), dai nutri­en­ti sul fon­do (i reflui urbani fan­no da concime). «Per le nos­tre conoscen­ze, non preve­di­amo che nel 2002 pos­sa di nuo­vo accadere un fenom­e­no sim­i­le — con­clude il biol­o­go -. In realtà potrebbe essere un caso uni­co, come accadu­to nel­l’Adri­ati­co per la mucil­lag­gine, scom­parsa da sola, così com’era venu­ta. Dal­la scor­sa pri­mav­era abbi­amo effet­tua­to ric­og­nizioni in tutte le zone a ris­chio, da Maner­ba a Lazise. I risul­tati delle anal­isi saran­no pron­ti dopo il 10 gen­naio. «Con­sideran­do, però, che il ciclo vitale delle piante acquatiche dura un anno, ne occor­reran­no altri tre per avere dati sicuri e con­frontabili. Le indagi­ni ven­gono con­dotte assieme all’Au­torità di Baci­no del Po di Par­ma, all’A­gen­zia provin­ciale per l’am­bi­ente di Tren­to (Appa), al Cen­tro ril­e­va­men­to ambi­en­tale di Sirmione e al Cnr di ». Quan­to alla strana moria di pesci e cig­ni, ver­i­fi­cat­a­si in estate, Franzi­ni crede che si trat­ti di un’in­fezione da Aeromonas, bat­teri ambi­en­tali nor­mal­mente pre­sen­ti in quan­ti­ta­tivi non ele­vati. Sot­to accusa gli scarichi abu­sivi e lo stes­so col­let­tore. «Nel giro di un anno — affer­ma — conoscer­e­mo la verità».

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