Una lussuosa bochure ne celebra i fasti che la esaltano ed evidenzia i problemi che l’assillano. Nessuna manifestazione culturale-turistica può vantare sul Garda un così lungo periodo di attività.

Sessanta candeline per l’estate musicale di Salò

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Di Redazione

All’aprirsi di ogni stagione estiva puntuale mi arriva l’invito ai concerti dell’Estate musicale salodiana: è tradizione, ormai, che agli ex sindaci e agli ex presidenti di questa manifestazione giunga l’invito (per me sempre gradito) di chi siede “pro tempore” al governo della città. Devo dire però onestamente di non essere stato assiduo frequentatore dei concerti, una volta che è cessato il mio ruolo pubblico, per una sorta di riserbo e di ritrosia tutta personale. Probabilmente avrei dovuto agire diversamente. Quest’anno, però, avendo promesso al sindaco Cipani la mia presenza all’ultimo dei concerti in cartellone, ho potuto ascoltare la giovane violinista Francesca Dego (l’ho vista di recente anche in tv, in uno stage diretto da Salvatore Accardo), della quale molto si parla con grande positività.

Oltre ai concerti (che hanno visto anche la partecipazione della Filarmonica della Scala), la novità di quest’anno sta nella pubblicazione di una brochure (120 pagine) che tratteggia la storia della prestigiosa rassegna che ha nel nome del liutaio Gasparo da Salò il suo nume tutelare. Nelle pagine curate da Gualtiero Comini si sottolineano gli eventi più significativi, taluni davvero memorabili, che nel tempo l’hanno contrassegnata; tuttavia l’autore lascia trasparire pure l’andamento alterno dei programmi sotto il profilo della qualità, così come si sono svolti secondo le diverse annualità, non tutte di “vacche grasse”.

Nel 1958, quando ebbe inizio il lungo cammino musicale ideato dall’allora sindaco Vittorio Pirlo, avevo quattordici anni, un’età sufficiente per cogliere, nel panorama cittadino, la novità dell’evento e per essere incuriosito dal rigore organizzativo messo in atto persino nell’allestimento della piazza, con sedie nuove di zecca; col drappo inneggiante al leone di S. Marco, preso in prestito dal Vittoriale; con l’addobbo floreale, il luccichio dei fari sul sagrato del Duomo, divenuto per l’occasione il palcoscenico dei concerti (in caso di pioggia, l’arciprete Domenico Bondioli, allora vicepresidente della manifestazione in una solida alleanza tra sfera civile e religiosa, garantiva la disponibilità dell’interno chiesa).  Pensando alle sedie che c’erano in Duomo nei primi anni Cinquanta, di legno e impagliate, con il loro sapore d’antico, dispiace, oggi, rilevare che nei loro confronti si sia adottata una politica di rimozione: furono sostituite, infatti, con sedie fatte di tubolare metallico con la seduta in compensato verniciato. Furono sedie che divennero proprietà della Parrocchia, col solo vincolo del prestito alla piazza per i concerti.

Alla “prima” c’era sempre un folto pubblico di autorità del lago e della provincia, e di amanti della mondanità; non mancavano i musicofili, orfani delle lontane stagioni che, in un passato per loro non troppo lontano, avevano trovato ospitalità nel teatro comunale. La pubblicazione dei sessant’anni (curioso che il cinquantesimo anniversario passò quasi inosservato, senza alcuna celebrazione, mentre per ricordare il compimento dei trent’anni uscì una pubblicazione ad hoc!) mi sollecita a correre dietro ai ricordi, e a guardare soprattutto agli anni in cui  da assessore prima, da sindaco poi, quindi da presidente della Comunità del Garda, ebbi un ruolo di responsabilità sulla manifestazione.

Posso dire che sono stati per me anni esaltanti, di esperienze davvero uniche, di sperimentazioni innovative, ma anche di errori compiuti per carenze strutturali e per difficoltà finanziarie difficili da fronteggiare. Forte delle esperienze vissute in prima persona, mi sono proposto di non lanciare mai una critica pregiudiziale o gratuita a chi impegna le sue energie nel promuovere e organizzare iniziative culturali. Per quel che mi riguarda, devo dire che ho avuto la fortuna di trovarmi accanto dei collaboratori solidali, colti, autorevoli e sgobboni. Il problema principale dell’Estate Musicale è però sempre stato quello di costruirsi un’identità capace di farle fare un salto qualitativo e di renderla riconoscibile sul piano nazionale.

Quello di istituire la rassegna delle orchestre giovanili è stato un obiettivo generoso, che però non ha più avuto seguito. Per accrescere il suo pubblico si tentò pure di aprirle un più vasto orizzonte, oltre la musica classica, verso la musica d’autore o dei cantautori, da Paolo Conte a De Gregori a Battiato, o alla musica da film. Per qualcuno, accostare in cartellone Beethoven e Mozart alle musiche di Bacalov e di Bregovich parve una profanazione. Questione discutibile, certo, e tutta da intendere. Ma, diceva uno che se n’intendeva, la vera distinzione da farsi è tra la musica brutta e la musica bella. E poi si è sperimentato, con la Comunità del Garda, l’allargamento dell’ambito territoriale: da manifestazione cittadina si è provato di farla diventare gardesana, unendo forze culturali strategiche e forze finanziarie interprovinciali e interregionali. Ma anche questo progetto ha avuto breve durata per motivi che non sto qui ad approfondire. Se quell’idea avesse avuto successo, cioè se ci fosse stata una concreta volontà di cooperare tra le diverse realtà locali, si sarebbe potuto ottenere un evento di grande impatto, ben superiore a quello che ci ritroviamo oggi. Per carità, lo so che i tempi sono difficili ma credo che, prima di tutto, ci debba essere un’idea nella quale credere, e poi si va alla ricerca dei finanziamenti, non solo pubblici. Per quel che può valere, cioè solo per amore di testimonianza, mi sia consentito di esprimere la mia personale gratitudine a Carlo Milini, a Paola Fontecedro e a Luigi Bossoni, a Luisella Giorda, al team Signorini-Bergomi, a Flavio Casali. E, perché no?, anche al sindaco Gianpiero Cipani che tanto ha premuto perché ritornassi ad ascoltare un concerto di questa manifestazione che, se ha raggiunto quota sessanta, vuol dire che non è stata affatto un bluff, e che ha ancora tanta strada davanti a sé.

Questo articolo è pubblicato sul numero di Agosto di Gienne.

Pino Mongiello

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