Racconto tratto dal numero di novembre del mensile Gn.

Storie di animali e di amore verso l’uomo

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Di Redazione

Spes­so gli ani­mali, soprat­tut­to i gat­ti o i cani o i cav­al­li, dimostra­no più amore e fedeltà che non l’uomo. Rac­con­ti­amo due sto­rie, una di un cav­al­lo e l’altra di un mulo però.

Siamo nel peri­o­do del­la pri­ma guer­ra mon­di­ale (1915–1918) a Mon­zam­bano, in provin­cia di Man­to­va. In cam­pagna vive Gio­van­ni Gan­di­ni, che tra i tan­ti suoi ani­mali ha anche una mula, Gina, una mulet­ta per­ché è pic­co­la.

Un giorno Gina viene req­ui­si­ta dal­lo Sta­to per­ché serve al fronte in mon­tagna ad accom­pa­gnare gli . Dopo qualche tem­po, anche Gio­van­ni Gan­di­ni, viene richiam­a­to alle armi. Asseg­na­to a un battaglione di alpi­ni, dopo alcu­ni giorni nel cor­tile del­la caser­ma sente un raglio pro­l­un­ga­to, incred­u­lo, si vol­ta e vede  la sua mulet­ta Gina che raglia fes­tosa­mente aven­do­lo riconosci­u­to.

Purtrop­po la vicen­da non ha un lieto fine. Un giorno la mulet­ta Gina, men­tre con altri muli sta­va trasportan­do viveri per gli alpi­ni al fronte, men­tre per­corre un aspro sen­tiero, scivola e pre­cipi­ta in un bur­rone las­cian­do il padrone Gio­van­ni Gan­di­ni nel dolore come gli fos­se man­ca­to un famil­iare. Tan­to, che dopo anni nel rac­con­tare l’episodio una lacrima anco­ra gli spun­ta negli occhi.

La sec­on­da sto­ria ha invece un lieto fine. Siamo nell’agosto 1942, nel­la cam­pagna di Rus­sia avviene quel­la che stori­ca­mente è ricor­da­ta come l’ultima car­i­ca del­la Cav­al­le­ria ital­iana che, dopo irru­en­ti attac­chi, riesce a sfon­dare e con­quistare la posizione tenu­ta dai rus­si. La guer­ra è fini­ta e un reduce di quel­la ulti­ma car­i­ca (il cui nome non è dato a saper­si), men­tre per­corre una via alla per­ife­ria di , nota un cav­al­lo che traina un car­ret­to da ortolano. L’incedere fiero del cav­al­lo gli sus­ci­ta un ricor­do lon­tano. Si avvic­i­na al cav­al­lo che con­tin­ua  a cam­minare e improvvisa­mente chia­ma “Albi­no”, il cav­al­lo si fer­ma di bot­to e, quan­do l’uomo gli si avvic­i­na chia­man­do­lo anco­ra per nome, emette nitri­ti gioiosi. Sì, Albi­no era un cav­al­lo reduce da quel­la glo­riosa car­i­ca del 28 agos­to 1946. Albi­no ver­rà poi acquis­ta­to dal­lo Sta­to e passerà gli ulti­mi suoi anni in una con­fortev­ole stal­la in Piemonte, dove era di stan­za il Reg­g­i­men­to di Cav­al­le­ria, che ormai non ave­va più cav­al­li in dotazione ma mezzi cin­go­lati.

Vi ho volu­to rac­con­tare due sto­rie sem­pli­ci, dove i pro­tag­o­nisti sono due ani­mali, ma due ani­mali che han­no dimostra­to come, a dif­feren­za degli uomi­ni, si pos­sa amare e essere fedeli a quel­la specie di ani­male che spes­so li mal­trat­ta e che si chia­ma “uomo”.

(Foto di Francesca Gar­de­na­to)

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