lunedì, Marzo 16, 2026
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De Stefani ha issato la bandiera della pace sulla vetta più elevata dell’Afghanistan

Nuova impresa dell’alpinista

Un gelidissimo bivacco all’aperto ad oltre 7000 metri di quota dopo aver camminato (e arrampicato) una giornata nella neve sino al ginocchio. Ripresa la lenta marcia, con l’affanno della respirazione in alta montagna che rende tutto più faticoso, un alpinista solitario il 27 luglio calca con i suoi scarponi la vetta del Noshaq, 7492 metri di quota, nella sconfinata catena dell’Hindukush che si stende ai confini tra l’Afghanistan, il Tagikistan, la Cina, il Pakistan. Una zona pericolosa non solo alpinisticamente parlando, ma oggi pericolosa soprattutto per i venti di guerra che, dannazione del genere umano, non hanno ancora smesso di soffiare in questa parte martoriata del mondo. Ed è proprio per sfidare questi venti di guerra con un messaggio di pace che Fausto De Stefani e altri compagni provenienti dall’Italia e da latri paesi europei (Francia, Spagna, Svizzera, Slovenia), dagli Stati Uniti, dall’India, sono partiti in una spedizione organizzata da Mountain Wilderness. Scopo alpinistico della spedizione raggiungere la vetta del Noshaq che, nella catena dell’Hindukush, è superata in altezza solo dal gruppo dei Tirich Mir ed è considerata una delle più difficili montagne di questa fetta di Asia: tant’è che solo nel 1963 i primi uomini, dopo innumerevoli e inutili tentativi, ne scalavano la cima. Lassù, ai confini del mondo, in quel deserto di gelo e di cieli azzurri, De Stefani, ha fatto sventolare due bandiere: quella dell’Afghanistan e quella della pace, la stessa bandiera quest’ultima che già aveva fatto sventolare quando calcò la vetta dell’Everest, la montagna più alta della terra. Ci voleva tutta la caparbietà, la determinazione, il coraggio del barbuto Fausto per raggiungere da solo la meta. Ma ci voleva altrettanto coraggio e determinazione, da parte sua, del capo spedizione Carlo Alberto Pinelli, di tutti i componenti della squadra, ad organizzare un viaggio alpinistico nel tormentato Afghanistan di questi tempi. Quasi una sfida alle teorie sulla guerra infinita; un messaggio di speranza simboleggiato da quelle due bandiere che garrivano al vento dei 7000. Se le bandiere sono un simbolo, un simbolo forte ma pur sempre solo un simbolo, la spedizione internazionale al Noshaq ha anche un progetto molto più pratico, all’insegna di quel principio di unione tra alpinismo e solidarietà che è uno dei punti fermi della filosofia di De Stefani. Progetto della spedizione è organizzare corsi di formazione per gruppi di giovani locali per far di loro affidabili accompagnatori e guide di montagna. Un progetto simile, promosso dall’Associazione Mato Grosso, ha già avuto notevoli successi in Perù. Contribuirà anche qui a far crescere in modo equilibrato la poverissima economia di queste lande dimenticate, rese ancora più povere e martoriate dai Talebani prima e dalle guerra poi. Di questo progetto e dei particolari della sua nuova domanderemo allo stesso De Stefani quando tornerà alle nostre più modeste quote.

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