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Virgilio Guidi Zoran Mušič, a Riva del Garda la mostra “La pittura tra luce e tenebra”

La mostra Virgilio Guidi Zoran Mušič inaugura sabato 5 settembre 2026 alle 18.30 nella Sala Civica “G. Craffonara” di Riva del Garda, ai Giardini di Porta Orientale. L’esposizione, intitolata “La pittura tra luce e tenebra”, sarà presentata da Maria Luisa Crosina e resterà aperta fino al 22 settembre.

Due percorsi tra luce, spazio e memoria

Il percorso accosta opere di Virgilio Guidi e Zoran Mušič, due artisti legati a Venezia e a una ricerca pittorica capace di attraversare dimensioni luminose e zone più dolorose dell’esperienza umana.

Guidi, nato a Roma nel 1891 e morto a Venezia nel 1984, ebbe lo studio sul bacino di San Marco, dove osservò a lungo la luce della laguna riflessa sull’acqua. Dopo aver lasciato l’Accademia si dedicò allo studio dei maestri del passato e partecipò alle principali esposizioni collettive dell’epoca, comprese le Biennali veneziane. Fu tra gli esponenti di Valori plastici e del Novecento italiano, per poi avvicinarsi al Movimento spaziale. Nel 1935 iniziò l’insegnamento all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove rimase fino al 1944.

Dal 1946 sviluppò una significativa attività grafica, con cicli dedicati alle “Visite”, alle “Marine” e alle “Figure nello spazio”. La sua ricerca si allontanò progressivamente dall’arte figurativa, passando dalla luce “meridiana” a quella “spaziale” e “cosmica”, fino ai cicli “Cielo antico”, “Angosce”, “Giudizi”, “Tumulti”, “Prigioniera” e “L’uomo e il cielo”.

La pittura di Mušič tra Venezia e la Shoah

Zoran Mušič, nato a Boccavizza nel 1909 e morto a Venezia nel 2005, è ricordato per i paesaggi con cavalli e per le vedute veneziane avvolte in atmosfere monocrome. Nel 1944 fu arrestato dalla Gestapo per i suoi legami con esponenti della resistenza slovena e deportato prima alla Risiera di San Sabba e poi a Dachau.

A partire dagli anni Settanta tradusse in pittura il ciclo “Non siamo gli ultimi”, dedicato all’orrore della Shoah e basato sui disegni realizzati e nascosti durante la deportazione. Negli ultimi anni la sua ricerca si concentrò anche su interni, cattedrali, ritratti della moglie Ida Cadorin Barbarigo e autoritratti, costruiti con pochi tratti essenziali e una tavolozza dominata da bianco, nero, terra e rosso.

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