Riva del Garda ospita una nuova proposta espositiva dedicata a Virgilio Guidi e Zoran Mušič, con la mostra “La Pittura tra luce e tenebra” in programma alla Sala Civica “G. Crattonara” ai Giardini di Porta Orientale. L’inaugurazione è fissata per sabato 5 settembre alle 18.30, con presentazione affidata alla professoressa MariaLuisa Crosina. Il percorso mette in relazione due protagonisti dell’arte del Novecento, accomunati dall’attenzione per Venezia e dalla capacità di tradurre sulla tela emozioni, contrasti e visioni sospese tra luminosità e oscurità.
Virgilio Guidi, ricerca sulla luce e cicli pittorici
Nato a Roma nel 1891 e morto a Venezia nel 1984, Virgilio Guidi lavorò per lungo tempo con lo studio affacciato sul bacino di San Marco, osservando la luce della laguna riflessa sull’acqua. Dopo aver lasciato l’Accademia, approfondì lo studio dei maestri del passato, da Giotto a Piero della Francesca, passando per Correggio, Chardin, Courbet, Cézanne e Matisse.
La sua presenza fu costante nelle principali esposizioni collettive dell’epoca, in particolare nelle Biennali veneziane. Guidi aderì anche a esperienze artistiche diverse, figurando tra gli esponenti di Valori plastici, del Novecento italiano e poi del Movimento spaziale ideato da Lucio Fontana.
Nel 1935 accettò l’incarico di insegnare all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove rimase fino al 1944. Due anni prima aveva iniziato a dedicarsi anche alla poesia: la raccolta Spazi dell’esistenza sarebbe stata pubblicata solo nel 1959.
Dal 1946 prese avvio una fase importante della sua attività grafica e pittorica, articolata in grandi cicli dedicati allo stesso soggetto-composizione: dalle “Visite” alle “Marine”, fino alle “Figure nello spazio”. In questa evoluzione si allontanò progressivamente dall’arte figurativa con una luce definita dapprima “meridiana”, poi “spaziale” a Venezia e infine “cosmica”. A questi lavori seguirono i cicli di “Cielo antico”, delle “Angosce”, dei “Giudizi” e dei “Tumulti”, caratterizzati da un linguaggio sempre più informale; arrivò poi a “Prigioniera”, influenzato anche dalla pop art. L’immagine veniva ridotta a pochi segni essenziali, mentre i numerosi testi critici e teorici accompagnavano il suo percorso artistico e umano. L’ultimo ciclo significativo fu “L’uomo e il cielo”.
Zoran Mušič tra paesaggi, memoria e testimonianza
Zoran Mušič, nato a Boccavizza nel 1909 e morto a Venezia nel 2005, visse da bambino un’esperienza di profugo in Stiria. Nei suoi dipinti raccontò con delicatezza paesaggi abitati da cavalli dai colori diversi: nelle praterie, lungo i percorsi o sui barconi. Queste immagini diventavano piccole storie autonome, attraversate insieme da malinconia e leggerezza.
A Venezia incontrò Ida Cadorin Barbarigo, moglie e musa ispiratrice. La sua vicenda personale fu segnata anche dall’arresto nel 1944 da parte della Gestapo per i legami d’amicizia con esponenti della resistenza slovena; seguì la deportazione prima alla Risiera di San Sabba e poi a Dachau.
Rientrato a Venezia nel 1949, realizzò la celebre “Stanza di Zurigo”, commissionata dalle sorelle Charlotte e Nelly Dornacher per decorare la taverna della loro villa a Zollikon. Si trattava di una vera “opera d’arte totale”: oltre agli affreschi su intonaco, utilizzò tela di lino e juta e disegnò anche i motivi decorativi ricamati su tende e tovaglia. L’opera, andata in rovina, è stata restaurata grazie all’impegno del cognato Paolo Cadorin ed è stata ammirata nelle mostre di Venezia del ’18 e di Gorizia/Nuova Gorica capitale europea della cultura nel 2025.
Solo dagli anni Settanta riuscì a dare forma al ciclo profetico Non siamo gli ultimi, dedicato all’orrore della Shoah. I lavori derivavano dai disegni realizzati allora in segreto per sopravvivere; successivamente divennero una denuncia artistica della tragedia universale dei campi di sterminio attraverso pile di corpi cadaverici o scarnificati in attesa della morte.
Gli ultimi anni tra interni veneziani ed essenzialità
Negli anni successivi Mušič si concentrò su dipinti più raccolti: interni veneziani ed esterni delle cattedrali avvolti da una nebbia monocroma. In questa fase sembrò trovare un rapporto diverso con il presente nonostante le difficoltà legate all’età avanzata.
Tra le opere più tarde emergono la serie dei ritratti dedicati alla moglie Ida e gli autoritratti: figure-ombra segnate dal tempo che affiorano dal buio con pochi tratti essenziali nei toni del bianco, del nero, della terrae del rosso acceso dei capelli della donna.


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