sabato, Agosto 30, 2025
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Nel '92 la svolta decisiva nei rapporti educativi: meno assistenza e più attenzione all'individuo

Casa Mia: una storia lunga 80 anni

«Deistituzionalizzazione»: parola forse orribile ma capace di sintetizzare la svolta che nel giro di dieci anni ha portato l’istituto Casa Mia a cambiare pelle e contenuti in maniera da adeguarsi ai tempi e continuare a rispondere alle esigenze mutate di minori in difficoltà. La storia comincia nel 1922, e per i primi sessant’anni, fin verso la metà degli Ottanta, è scivolata sui binari d’una certezza consolidata e pacifica: l’assistenza agli orfani era un impegno di cui la società doveva farsi carico, l’offerta di una possibilità a chi la vita aveva già duramente bastonato.Gli orfani in seguito alla grande guerra erano molti in zona. L’orfanatrofio cittadino nacque come risposta alle loro esigenze, per iniziatuiva del comune e di qualche generoso benefattore. Il 13 luglio furono accolti i primi 18 minori, 14 maschi e 4 femmine. Le cure educative erano affidate alle suore di Maria Bambina che sarebbero state sostituite nel 1956 dalle Figlie del Sacro cuore di Gesù. Prima sede nei locali della Filanda Andersamer, nell’omonima via: l’edificio, passato di proprietà alla cartiera, è stato abbattuto. Nel ’37 in seguito ad un accordo con la Provvidenza, a Riva vennero concentrate le ragazze, ad Arco i maschi. Nel ’41 trasferimento nell’albergo Milano, viale Dante 66, dove la cinquantina di ospiti stavano però strette. La sede di viale Trento venne iniziata nel ’60 ed ultimata due anni più tardi. Vita e spostamenti collettivi, orari fissi, cameroni per lo studio e camerate per il riposo notturno caratterizzarono questa fase improntata all’assistenza. A metà degli anni Ottanta l’edificio venne ristrutturato, privilegiando dimensioni più familiari. La svolta, solo impostata, sarebbe maturata nel ’92 con la richiesta di una reimpostazione dei rapporti interni fra educatori ed ospiti ed una revisione delle finalità della permanenza in istituto da orientare verso il massimo sviluppo possibile delle singole potenzialità. Questo significava creare prima di tutto gli operatori, che fossero in grado di disegnare con chiarezza i risultati da ottenere, scegliere i mezzi per conseguirli e soprattutto accettare di mettersi in discussione giorno dopo giorno, al fine di «monitorare» i risultati caso per caso. Se le persone sono tutte differenti una dall’altra, i metodi per ottenere qualche risultato devono variare da individuo a individuo. Ne discende la dimensione familiare come ottimale per la crescita e il gruppo-appartamento come struttura logistica adeguata. Da allora il progetto s’è andato chiarendo: nel settembre ’92 primo esperimento, nel gennaio ’93 prima verifica; nel ’94 i due appartamenti a Sant’Alessandro, in origine come appoggio per le maggiorenni in procinto di uscire dall’istituto. Nel ’98, in seguito a concorso, vennero assunti altri 9 educatori in ruolo e 8 persone a tempo parziale: il gruppo era così salito a 22 unità. Nel ’99 il convegno che ha permesso di fare il punto sui risultati di un’esperimenza che continua.

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