domenica, Giugno 16, 2024
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A 40 anni dalla grande alluvione del 1966 l’Autorità di bacino del fiume confida sempre nel tunnel scolmatore. Ma la galleria Mori-Torbole non basta, sono gli affluenti a fare paura

Il Garda salvezza dell’Adige

Quarant’anni fa si verificò l’inondazione che tagliò in due l’Italia e mise sott’acqua Firenze. Per salvare i beni artistici della città intervennero gli “angeli del fango”, giovani venuti spontaneamente da tutta Europa. Per evitare al capoluogo toscano ulteriori inondazioni dell’Arno, a monte di Firenze si stanno allestendo bacini d’accumulo. Valvole di sicurezza in caso di piene eccezionali. Nel 1966 anche la nostra provincia rischiò grosso. Sul campo della prevenzione, Verona sta muovendosi come Firenze? «Il nostro primo, grande bacino d’accumulo è il lago di Garda», fa presente Nicola Dell’Acqua, segretario generale dell’Autorità di bacino dell’Adige, il nuovo ente sovraregionale che ha la competenza di studiare piani complessivi per il governo del fiume. «Già nel novembre 1966 la galleria Mori-Torbole, che dal 1956 collega l’Adige al Garda, dirottò dal fiume al lago 500 metri cubi di acqua al secondo per 72 ore consecutive. Il Garda s’innalzò di 17 centimetri con la conseguenza indesiderata, però, che all’accresciuto livello i rivieraschi associarono modificazioni al microclima lacustre. Ma quando il fiume in piena trasporta 2.500 metri cubi al secondo», continua Dell’Acqua, «l’inquinamento è ridotto davvero al lumicino: l’acqua è solo sporca di fango che in breve si deposita». Gli fa eco Gianni Sambugaro, grande conoscitore del fiume Adige, da 40 anni funzionario del Genio civile: «In questi casi la sedimentazione nel lago, 300 metri di fondale, sarebbe frazione di millimetro. Niente in confronto ai gravi danni ambientali, igienici ed economici provocati da un’esondazione». Dell’Acqua sottolinea poi che negli ultimi vent’anni la condotta Mori-Torbole è stata aperta solo tre volte. Se la condotta fiume-lago — lunga 10.560 metri e del diametro di 5 — ha i numeri per fare da scudo alla città, la provincia non può dire altrettanto. «Dal 1966 in qua le difese dal fiume sono aumentate», riprende dell’Acqua. «Ciò che ci preoccupa maggiormente non è il fiume in sé, ma il reticolo di suoi affluenti pensili, pericolosi perché la loro base è più alta del terreno circostante. In caso di rotta gli effetti potrebbero essere dirompenti, vista la compressione tra gli argini e la crescente urbanizzazione». Parere del segretario generale è che il livello dell’Adige si possa gestire governandone gli affluenti. Fiumi che hanno nome Tasso, a Caprino, Fibbio, a San Martino Buon Albergo, Illasi, a Illasi, Alpone, nella zona di San Bonifacio. Andrebbero governati allestendo appunto dei bacini in cui accolgiere le piene, che però richiedono investimenti di svariati milioni di euro.

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