Ha trascorso gran parte della sua esistenza dentro e fuori dal mondo del cinema, remando controcorrente, al di fuori degli schemi tradizionali, costantemente animato da una vena surreal-anarcoide: molti lettori avanti con gli anni avranno già intuito, probabilmente, che intendiamo riferirci ad Augusto Tretti, nato e tuttora residente alla periferia di Lazise, regista cinematografico per vocazione. Autore di rari film riservati alla visione di pochi e fortunati spettatori, Tretti è stato definito da Federico Fellini, cui è stato accanto nel 1955 come aiuto regista durante le riprese del film Il bidone, «Il matto di cui ha bisogno il cinema italiano». L’occasione di incontrarlo nella sua incantevole tenuta di Conferazene, dove la sensazione di pace che si assapora nel più totale silenzio (salvo qualche cinguettio proveniente dal vicino boschetto) è impagabile, è stata originata da un avvenimento inaspettato per lo stesso Tretti: l’inserimento, dopo un battage pubblicitario partito dal Corriere della sera , della sua intera produzione in una rassegna organizzata allo Spazio Oberdan di Milano dalla FondazioneMonteCinema Verità di Lugano.


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