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La bolletta della seconda casa: sul Garda si paga anche per i mesi in cui non ci sei

Ad agosto, da Sirmione a Torri del Benaco, le persiane sono quasi tutte aperte. A novembre, sulla stessa fila di case affacciate sul lago, se ne contano poche. È il ritmo di un territorio in cui una quota consistente del patrimonio abitativo lavora otto o dieci settimane l’anno e per il resto resta chiusa. Il contatore del gas, però, non segue lo stesso calendario: resta allacciato alla rete anche quando nessuno apre un rubinetto.

Il momento non aiuta. Secondo l’aggiornamento diffuso da ARERA il 4 agosto, la componente materia prima del gas per i clienti del servizio di tutela della vulnerabilità è salita del 9,7% a luglio 2026 rispetto a giugno, portando il prezzo di riferimento a 134,40 centesimi di euro per metro cubo. Su una casa abitata tutto l’anno un rincaro così si legge nei consumi. Su una seconda casa gardesana, dove i metri cubi bruciati sono pochi o nulli, incide poco: a decidere la spesa è un’altra parte della bolletta.

Sul lago il patrimonio senza residenti è la norma, non l’eccezione

Il censimento permanente Istat del 2021 conta in Italia 9.581.772 abitazioni non occupate, il 27,2% di un patrimonio di 35,27 milioni di unità. La definizione conta: nella categoria rientrano sia le case vuote sia quelle abitate soltanto da persone non residenti, cioè le seconde case di villeggiatura. La Lombardia, con il 21,2%, è tra le regioni con la quota più bassa, ma il dato regionale nasconde territori molto diversi, e la fascia gardesana sta all’estremo opposto della media.

Un indizio della dimensione locale arriva dal patrimonio ricettivo diffuso. Il report della Regione Lombardia ripreso dal Giornale di Brescia censisce 5.950 strutture extralberghiere sul lago di Garda, con oltre mille unità a Desenzano, circa 800 a Sirmione, 608 a Toscolano Maderno, 447 a Tignale e 433 a Tremosine. Sono in larga parte appartamenti vuoti per gran parte dell’anno, e ciascuno porta con sé un punto di riconsegna del gas intestato a qualcuno. Il numero di utenze dormienti, sulle due sponde bresciana e veronese, è molto più alto di quanto suggerisca la popolazione residente.

Perché a rubinetti chiusi il conto non arriva mai a zero

La bolletta del gas si compone di quattro macrovoci: materia gas naturale, trasporto e gestione del contatore, oneri di sistema e imposte. Soltanto una parte della prima varia con i metri cubi prelevati. Il resto poggia su corrispettivi applicati al punto di riconsegna, indipendentemente dal consumo. Nel servizio di tutela della vulnerabilità la componente QVD, che copre i costi di commercializzazione, vale oggi 55,39 euro l’anno per punto di riconsegna oltre alla quota variabile. A questa si sommano la quota fissa della tariffa di distribuzione e misura, fissata da ARERA per ambiti sovraregionali, e le componenti fisse degli oneri generali.

Il ribaltamento dei pesi si vede confrontando i due scenari. Nel prezzo di riferimento di luglio comunicato dall’Autorità, costruito su un cliente domestico tipo, la materia prima assorbe il 47,48% della spesa, la vendita al dettaglio il 4,34%, distribuzione e trasporto il 18%, gli oneri di sistema il 3,7% e le imposte il 26,48%. Su un’utenza da poche decine di metri cubi l’anno la prima voce si comprime quasi a nulla mentre le quote fisse restano identiche: il costo del contatore supera il costo del gas, e la spesa annua resta dell’ordine del centinaio di euro anche a consumo zero.

Il ragionamento cambia poco per chi ha l’appartamento in un condominio con riscaldamento centralizzato, situazione frequente nelle palazzine di Desenzano, Peschiera o Bardolino. Il quarto comma dell’articolo 1118 del codice civile consente il distacco dall’impianto solo se non ne derivano squilibri di funzionamento o aggravi di spesa per gli altri, e chi si distacca resta tenuto a concorrere alle spese di manutenzione straordinaria, conservazione e messa a norma. Le tabelle di ripartizione separano poi il consumo volontario da quello involontario legato alle dispersioni della rete: la seconda quota si paga in base ai millesimi, non ai gradi impostati sui radiatori.

Disattivare, riattivare, voltura: quanto costa muovere il contatore

Per il gas non esiste una sospensione volontaria della fornitura assimilabile a quella elettrica. L’unica alternativa a tenere il punto attivo è la disattivazione, che ARERA definisce come la chiusura del contatore con apposizione dei sigilli o rimozione dell’apparecchio. La si chiede al proprio venditore, che deve trasmettere la richiesta al distributore entro due giorni lavorativi; il distributore ha poi cinque giorni lavorativi per eseguirla. Non equivale al recesso: per chiudere anche il contratto serve una comunicazione separata, con preavviso non superiore a un mese.

Sul fronte dei costi l’Autorità ha standardizzato i contributi. Il distributore addebita 30 euro per la disattivazione di utenze con contatori fino alla classe G6, quelle domestiche, e la stessa cifra per l’attivazione e per il subentro. Se l’impianto è stato nel frattempo modificato, si aggiunge l’accertamento documentale della sicurezza, 47 euro al netto delle imposte per le utenze domestiche fino a 35 kW. Ai clienti in tutela della vulnerabilità il venditore può applicare inoltre 23 euro di oneri amministrativi per voltura e subentro, oltre a bollo e deposito cauzionale se previsti. Il calcolo per il proprietario è semplice: chiudere in autunno e riaprire a giugno costa, tra contributi e pratiche, quanto un anno intero di quote fisse. La disattivazione ha senso su orizzonti lunghi, una casa che resterà inutilizzata per anni, un cantiere o una vendita in corso, non come gestione ordinaria della stagionalità.

Luce e gas: Imposte, letture stimate e la voce che decide la spesa annua

Un equivoco diffuso riguarda la fiscalità. Sull’energia elettrica la residenza pesa parecchio, perché il non residente paga IVA al 22% invece del 10% e sconta l’accisa fin dal primo kilowattora. Sul gas il criterio è diverso: contano l’uso e il volume, non l’anagrafe. L’IVA agevolata al 10% si applica agli usi civili domestici fino a 480 metri cubi standard l’anno e sale al 22% sull’eccedenza, mentre le accise seguono scaglioni progressivi che nel Centro Nord partono da 0,044 euro al metro cubo fino a 120 Smc e salgono a 0,175 euro in quello successivo, più un’addizionale regionale che alcune regioni non applicano. Una seconda casa a bassissimo consumo resta quindi nella fascia più leggera, ma paga l’IVA anche sulle quote fisse.

C’è poi il problema delle letture. Sui contatori tradizionali con consumo fino a 500 metri cubi l’anno il distributore è tenuto a un solo tentativo di lettura annuo, e in una casa chiusa da mesi quel tentativo fallisce quasi sempre. Le fatture vengono allora costruite su stime a partire dal consumo annuo attribuito al punto di riconsegna, con il rischio del conguaglio quando la lettura reale arriva, magari due anni dopo. Il rimedio è l’autolettura: comunicata al venditore nella finestra indicata in bolletta, vale come lettura effettiva e riallinea la fatturazione ai consumi veri, su un’utenza stagionale quasi sempre inferiori alla stima.

Resta la scelta del contratto, ed è qui che il proprietario di una seconda casa sbaglia più spesso bersaglio. Un comparatore come Bollettecasa.it, pensato apposta per le utenze della casa, permette di verificare in pochi minuti se conviene cambiare fornitore: per chi usa l’immobile poche settimane l’anno, confrontare le offerte luce e gas disponibili sul mercato significa ottimizzare i costi in maniera significativa.

In particolare si dovrebbe guardare prima la quota fissa annua di commercializzazione e solo dopo il prezzo al metro cubo: su volumi ridotti uno sconto sulla materia prima vale pochi euro, venti euro di differenza sulla componente fissa si pagano per intero. È un criterio che ribalta l’ordine con cui le offerte vengono presentate, e che sul Garda riguarda decine di migliaia di utenze destinate a restare accese, e in gran parte ferme, per tutto l’inverno.

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