I racconti di Amelì

Anita Voltolini e il cugino Guido Rigoni

30/12/2013 in Storia
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Di Luca Delpozzo

Paoli­no Voltoli­ni, sposatosi con Ter­sil­la Paroli­ni subito dopo la guer­ra del 1915–1918, ebbe quat­tro figlie, Cor­nelia, Ani­ta, Van­da, Ivonne, e un mas­chio, Giuseppe. Le ragazze creb­bero alle­gre, svelte, ama­vano la musi­ca, anda­vano in chiesa ed era­no invidi­ate dalle amiche, per­ché da casa loro, vic­i­na alla Canon­i­ca, attra­ver­so por­ticine e stret­ti cor­ri­doi, rag­giungevano sem­pre un pos­to priv­i­le­gia­to alle fun­zioni, nel coro dietro l’altare mag­giore. Giuseppe, il fratel­lo, si era fat­to un grup­po di ami­ci, tra cui suo cug­i­no Gian­bat­tista Galeazzi, Attilio Rizzetti, Ste­fano Avanzi e Mario Pedri­ni, che ama­vano appas­sion­ata­mente il lago e tor­na­vano a casa a sera tar­di, nonos­tante le gri­da delle madri, dopo nuo­tate, remate e giochi vari sulle spi­agge di Desenzano.

Il 26 dicem­bre 1939 Ani­ta, una delle figlie di Paoli­no, non anco­ra ven­tenne, sposa­va Cesare Zigli­oli, di sette anni più grande di lei, gestore di un suo negozio di salume­ria in via Piat­ti 25. Questo mat­ri­mo­nio fu l’ultima occa­sione in cui si trovarono insieme sereni i Voltoli­ni. Offi­ci­a­va mons. Fer­di­nan­do Arcozzi già mala­to. Suonò lieto le cam­pane il sac­rista Pao­lo Voltoli­ni, il padre del­la sposa. Era­no pre­sen­ti alla cer­i­mo­nia, oltre gli altri figli, la zia Lucia Voltoli­ni in Sala, sua figlia Tere­si­ta sposa­ta nei pri­mi anni ‘30 con il mae­stro Gui­do Rigo­ni, rimas­to vedo­vo con una bambina.

Arrivò più presto di quan­to non si pen­sasse il 1940. In giug­no ci fu la dichiarazione di guer­ra alla Fran­cia e in otto­bre la dichiarazione di guer­ra alla Gre­cia. Il pri­mo a essere richiam­a­to alle armi fu il gio­vanis­si­mo Giuseppe Voltoli­ni, des­ti­na­to al fronte gre­co-albanese. Subito dopo venne con­vo­ca­to alla Caser­ma del Genio di Udine Gui­do Rigo­ni, che come cap­i­tano ricevette il coman­do di una  com­pag­nia. Il cap­i­tano Rigo­ni si fece rag­giun­gere in autun­no dal­la famiglia, dal­la moglie Tere­si­ta e dai figli Maria Luisa, Alber­to, Gra­ziel­la. Alber­to, di sei anni, iniz­iò a fre­quentare la pri­ma ele­mentare a Udine. In prin­ci­pio, sia Giuseppe Voltoli­ni sia Gui­do Rigo­ni scrive­vano rego­lar­mente a Desenzano.

La madre e il padre di Giuseppe Voltoli­ni aspet­ta­vano con ansia le let­tere e rispon­de­vano imme­di­ata­mente. Gui­do Rigo­ni scrive­va alla suo­cera Lucia Voltoli­ni Sala e dava notizie del­la famiglia, inviò qualche bigli­et­to d’auguri pure all’amico chirur­go dott. Dante Bar­beri­ni, conosci­u­to durante i vent’anni di inseg­na­men­to a Desen­zano. Nel novem­bre del 1940 le let­tere di Giuseppe iniziarono a diradare per ripren­dere un cor­so nor­male nell’aprile del 1941 con l’occupazione ita­lo-tedesca del­la Gre­cia, ma si lim­i­ta­vano ai salu­ti e ces­sarono dopo i pri­mi mesi del 1943.

Gui­do Rigo­ni invece, in segui­to all’affondamento nell’Adriatico di una nave che trasporta­va centi­na­ia di diret­ti in Ucraina, venne assim­i­la­to, lui che era del Genio, in un nuo­vo battaglione di Alpi­ni del­la Julia. Salu­ta­ta a Udine dal Re Vit­to­rio Emanuele III la nuo­va com­pagine mil­itare, Gui­do Rigo­ni passò a Tren­to e quin­di con i suoi sol­dati, dopo un viag­gio lunghissi­mo, arrivò a Kar­cov sul Donez nel 1942. L’ultima let­tera di Gui­do Rigo­ni alla famiglia por­ta il tim­bro del 17 gen­naio 1943.

Nel 1945, dopo il caos degli ulti­mi mesi di guer­ra, Giuseppe Voltoli­ni ritornò a fine estate a Desen­zano, dove suo padre era mor­to a 57 anni nell’aprile del 1944. Invece il nome di Gui­do Rigo­ni risultò inser­i­to nel­la lista dei dis­per­si in Rus­sia. L’ultimo a ved­er­lo, dopo che l’ufficiale già fer­i­to era sta­to por­ta­to a spalle per un trat­to di stra­da dall’attendente, fu Edoar­do Spag­no­li, il mag­giore dei cinque fratel­li Spag­no­li di Cap­o­later­ra di Desen­zano. Lo ave­va riconosci­u­to in una per­sona molto inde­boli­ta dis­te­sa su un let­tuc­cio den­tro un’isba del­la pia­nu­ra ucraina. Gui­do Rigo­ni era sta­to il mae­stro ele­mentare di Edoar­do, che lo riv­ide, gia­cente, provan­do “ün gran magù” (una stret­ta al cuore). Gui­do Rigo­ni era solo, per­ché l’attendente era mor­to nel ten­ta­ti­vo di portare in brac­cio oltre un fos­so semi­ghi­ac­cia­to il suo coman­dante, sal­va­to in extrem­is da sol­dati pre­sen­ti a quel gua­do. La pres­sione del­la fiu­mana degli Ital­iani durante quel­la dram­mat­i­ca riti­ra­ta dal Don del mar­zo del 1943 ave­va poi sep­a­ra­to Edoar­do dal maestro.

Gui­do Rigo­ni ebbe il gra­do di Mag­giore e fu dec­o­ra­to al val­or mil­itare. Ci volle tem­po pri­ma che gli affet­ti spez­za­ti, i trau­mi del lun­go con­fit­to decantassero nelle famiglie di Desen­zano e d’altrove. Ani­ta, che ave­va pre­so l’affabilità del padre Paoli­no e la fortez­za del­la madre Ter­sil­la, por­ta­va avan­ti l’andamento famil­iare con cor­ag­gio. Diede alla luce cinque figli, di cui uno mor­to poco dopo la nasci­ta, nati durante la guer­ra e negli anni imme­di­ata­mente suc­ces­sivi. Era orgogliosa dei suoi ragazzi e gli occhi le brilla­vano quan­do ne parla­va.  Oltre a badare alle fac­cende domes­tiche, aiu­ta­va Cesare suo mar­i­to nel­la salume­ria sot­to casa in via Piat­ti. Ave­vano cli­en­ti in via Loren­zi­ni, in via Mura­chette, in via Gher­la, in via Vit­to­rio Vene­to, in via Piat­ti, in via Garibal­di. Durante la guer­ra e nei suc­ces­sivi cinque anni, molte madri di famiglia chiede­vano al Cesare e all’Anita di seg­nare su un quader­net­to dal­la cop­er­ti­na nera quan­to loro dove­vano, per­ché non ave­vano sol­di. Le cli­en­ti si lim­i­ta­vano a com­per­are l’essenziale per la mines­tra o la pas­ta del­la set­ti­mana, se non anda­vano a pren­der­le alla San Vin­cen­zo. Ani­ta e Cesare acconsen­ti­vano sor­ri­den­do a seg­nare il deb­ito e soprat­tut­to Ani­ta ascolta­va con pazien­za le sto­rie famil­iari che qualche don­na si sof­fer­ma­va a far­le, più che altro per sfogarsi.

Ani­ta, col suo volto aper­to e sor­ri­dente, amante delle bat­tute come usa­va allo­ra negli eser­cizi di paese, fu per anni la regi­na di via Piat­ti e di via Mura­chette. Tut­ti conosce­va e tut­ti la conosce­vano. Dopo gli anni ’60 il quartiere e l’atmosfera cam­biarono, per­ché cam­biò la gente che lì abita­va: Desen­zano da paese diven­ta­va cit­tà e le case del vec­chio cen­tro muta­vano inquili­ni e cli­ma sociale.

Appe­na i figli furono gran­di e autono­mi, Ani­ta prese a fre­quentare il Coro di San Gio­van­ni del Mae­stro Ettore Fan­toni, come già suo padre ave­va fat­to parte del coro di don Igi­no Peduzzi pri­ma del­la guer­ra. Can­ta­va da sopra­no, men­tre Angel­i­ca Tonin Tomasi e Adri­ana Fer­ro face­vano da con­tral­to. Ani­ta dice­va che ave­va la musi­ca nel sangue, per­ché in famiglia si face­va musi­ca; infat­ti suo padre Paoli­no Voltoli­ni, come sac­rista, suon­a­va le cam­pane. Parte­cipò alle attiv­ità del coro per anni e, sem­pre col mar­i­to Cesare, anda­va agli incon­tri con­vivi­ali, segui­va le trasferte e non man­ca­va ai viag­gi d’evasione. In non poche occa­sioni por­ta­va dol­cetti, brioche, cioc­co­la­ti­ni. Ani­ta fes­teggiò con il coro il cinquan­tes­i­mo e il ses­san­tes­i­mo di mat­ri­mo­nio, offren­do il pran­zo agli ami­ci. Benché Ani­ta fre­quen­tasse la chiesa di San Gio­van­ni, vale a dire la par­roc­chia di Cap­o­later­ra, una vol­ta alla set­ti­mana scen­de­va in Piaz­za, face­va le spese nei vec­chi negozi dei quali conosce­va bene i gestori ed entra­va a far visi­ta nel Duo­mo di San­ta Maria Maddalena.

Dice­va che ques­ta era la sua chiesa, per­ché era quel­la dell’infanzia e del­la giovinez­za, era quel­la che ave­va fat­to da sce­nario alla vita di suo padre. Ma un giorno d’inverno cadde sul mar­mo bian­co, reso scivoloso dal gelo, dell’ingresso che guar­da vico­lo dell’oratorio e si ruppe il femore. Venne oper­a­ta e con tena­cia si sot­to­pose agli eser­cizi di riabil­i­tazione fino a rimet­ter­si in pie­di e a cam­minare sen­za stam­pelle e bas­tone. Cesare e Ani­ta invec­chiarono con accan­to figli e nipoti nell’appartamento dal bel pog­gi­o­lo, sopra il negozio che il figlio Pao­lo e la gen­tile moglie con­tin­u­ano a gestire. (Nell’immagine: il 50° anniver­sario di nozze di Ani­ta e Cesare.)

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