D’Annunzio l’aveva sognato. Nell’attuale auditorium dove lo Sva plana leggero, sbilanciandosi verso il palco degli oràtori - con quella sua linea forte e vulnerabile di guerriero acheo - avrebbe dovuto sorgere il sacrario di guerra del poeta soldato.

Apre il museo sognato da Gabriele D’Annunzio

02/06/2000 in Cultura
Di Luca Delpozzo
M. Bernardelli Curuz

D’Annunzio l’aveva sog­na­to. Nell’attuale audi­to­ri­um dove lo Sva plana leg­gero, sbi­lan­cian­dosi ver­so il pal­co degli orà­tori — con quel­la sua lin­ea forte e vul­ner­a­bile di guer­riero acheo — avrebbe dovu­to sorg­ere il sacrario di guer­ra del poeta solda­to. La morte colse D’Annunzio pri­ma che una meta­mor­fosi a lun­go pre­med­i­ta­ta gli per­me­ttesse di uscire dal­la vec­chia epi­der­mide eclet­ti­ca del­la Prio­r­ia, per rin­no­var­si nel­lo Schi­fa­mon­do, l’attiguo, nuo­vo edi­fi­cio Dèco, prog­et­ta­to da Maroni, nel quale, pre­sum­i­bil­mente il poeta avrebbe bland­i­to l’idea dell’eternità. La Pri­orìa appartene­va ormai al pas­sato; gli appari­va pesante, quan­to le stanze colme di sup­pel­let­tili che egli descrive ne «Il com­pag­no dagli occhi sen­za cigli». Pesante di fronte allo spet­tro del­la morte. Aspi­ra­va quin­di ad un nuo­vo rig­ore visi­vo nel quale i ricor­di essen­ziali potessero stagliar­si eccezional­mente. Ora quel museo è sta­to real­iz­za­to. Non nel pan­theon dove l’aereo del volo su Vien­na appare come un lieve sauro ala­to, ma diret­ta­mente nell’«appartamento nega­to»; nell’ingresso del­lo Schi­fa­mon­do, nel lun­go cor­ri­doio che divide lo scalone dalle sale dei calchi, nell’ex sala Bac­cara e nel­lo splen­di­do Stu­dio del poeta che s’apre con tre gigan­teschi occhi di cama­le­onte sul­la piazzetta Dal­ma­ta e sul lago. Ora con­viene rac­con­tare, per ren­der­si con­to del­la fiabesca dovizia di mate­ri­ale ines­plorato che giace al Vit­to­ri­ale, com’è nata l’idea del museo e quali scop­erte sono state com­piute negli ulti­mi mesi. La prof. Cic­carel­li, asses­sore alla Cul­tura del Comune di Gar­done, invi­ta il dott. Spa­da ad una visi­ta sen­za bar­riere al Vit­to­ri­ale, già pen­san­do che lo stu­dioso d’onorificenze pos­sa real­iz­zare il prog­et­to dan­nun­ziano. Spa­da accoglie con ris­er­va l’invito; teme — come poi accadrà — d’appassionarsi e di dover affrontare una sta­gione di ser­ra­to ed impre­vis­to impeg­no. Il sopral­lu­o­go dà esi­ti entu­si­as­man­ti. Spa­da accetta di affrontare le ricerche nei labir­in­ti «arche­o­logi­ci» del Vit­to­ri­ale, ma dan­nun­ziana­mente, pone un vin­co­lo: non dovrà con­frontar­si con com­mis­sioni, con assem­blee tec­ni­co sci­en­ti­fiche. Accetta un con­fron­to esclu­si­vo con la pro­fes­sores­sa Cic­carel­li e la pro­fes­sores­sa Andreoli, pres­i­dente del Vit­to­ri­ale. E si mette al lavoro. Esplo­ra poet­iche can­tine, accede a porte seg­rete, anal­iz­za le stanze che un tem­po appartenevano alla servitù, per­lus­tra mag­a­zz­i­ni, sem­pre segui­to dai suoi col­lab­o­ra­tori, il pro­fes­sor Luciano Faverzani e il cav­a­lier Vin­cen­zo Rug­geri, nonché — affer­ma — dal­la sig­no­ra Mar­i­an­gela Calu­bi­ni e da tut­to il per­son­ale del Vit­to­ri­ale». «I reper­i­men­ti — rac­con­ta la prof. Anna­maria Andreoli, pres­i­dente del Vit­to­ri­ale — sono sta­ti moltepli­ci. Bandiere, in gran numero, ric­chissime, di seta e d’oro, che rac­con­tano tutte le fasi del­la guer­ra. In uno sgabuzzi­no, Spa­da ha persi­no trova­to l’unica scul­tura al mon­do real­iz­za­ta dal futur­ista Marinet­ti, opera dona­ta con ded­i­ca al poeta. Quin­di diplo­mi, pergamene dip­inte a mano sem­pre di grande rilie­vo artis­ti­co. È sta­to persi­no indi­vid­u­a­to un apparec­chio che è l’antesignano del reg­is­tra­tore, con rul­li a cera. Pre­sum­i­bil­mente D’Annunzio affidò a quell’apparecchiatura fono­grafi­ca la det­tatu­ra di let­tere». «Dietro un arma­dio — pros­egue Andreoli — Spa­da ha poi rin­venu­to due stu­pen­di bas­so­rilievi bronzei raf­fig­u­ran­ti aquile, real­iz­za­ti da Rena­to Brozzi, l“animaliere” del Vit­to­ri­ale. Quin­di vetri, por­cel­lane ed altri ele­men­ti dec­o­ra­tivi con i quali sono poi sta­ti arredati i bag­ni del­lo Schi­fa­mon­do». «Non ho volu­to real­iz­zare un museo tec­no­logi­co o per­cor­si didat­ti­ci — affer­ma Spa­da — ma ho con­cretiz­za­to, così come promes­so, un museo-casa come sarebbe sta­to allesti­to dal Poeta. Il mate­ri­ale espos­to rap­p­re­sen­ta l’affetto e l’ammirazione dei quali D’Annunzio seppe sem­pre cir­con­dar­si in ogni cir­costan­za; tut­ti gli innu­merevoli diplo­mi a lui des­ti­nati, le fotografie a lui ded­i­cate, e le centi­na­ia di ogget­ti che dal più sem­plice Legionario al pri­mo Mares­cial­lo d’Italia, gli furono donati per­me­t­tono di riper­cor­rere tra i più impor­tan­ti e sig­ni­fica­tivi momen­ti del­la vita di D’Annunzio e del­la nos­tra sto­ria nazionale». Nel­la pri­ma sala ecco i cimeli del­la Bef­fa di Buc­cari, con­dot­ta con sec­co fega­to e cuor duro; quin­di lun­go lo scalone il sacrario del­la bandiere: quel­la di Mon­tenevoso che cala son­tu­osa­mente dal sof­fit­to, col monte imma­co­la­to e le vaghe stelle dell’orsa in seri­ci, com­pat­ti campi cobal­to, quin­di tan­ti ves­sil­li, sfran­giati dalle imp­rese, bag­nati d’acque antiche e ridot­ti, ai mar­gi­ni a lac­er­ti tes­sili; quin­di anco­ra la bandiera nel­la quale fu avvolto il cor­po dell’eroico Ran­dac­cio, il cui sangue appare anco­ra come un tenue alone sul­la tra­ma; poi i diplo­mi e i reliquiari set­te­cen­teschi nei quali lo stes­so poeta pose reli­giosa­mente i ricor­di più inten­si del­la guer­ra e di Fiume. E le divise, le medaglie al val­ore — tra le quali quel­la d’oro, raris­si­ma, appartenu­ta a un ami­co del poeta -, la medaglis­ti­ca cel­e­bra­ti­va, i sac­chet­ti tri­col­ori con sug­hero e bus­solot­ti nei quali D’Annunzio pone­va i mes­sag­gi di una vit­to­ria prete­sa, las­cian­do che gal­leg­giassero fino alle mani nemiche. Il volo su Vien­na viene evo­ca­to dal museo attra­ver­so mon­coni d’aerei dell’epoca — la fusoliera era di com­pen­sato, le ali di stof­fa -, la car­ta geografi­ca sro­to­la­bile e riavvol­gi­bile con la quale il poeta guidò il pilota su Vien­na, e i volan­ti­ni che lan­ciò sul­la cap­i­tale nem­i­ca e che egli stes­so fotografò in cadu­ta, i quali appaiono come tante colombe guer­resche sui tet­ti, fat­te levare dal suono del motore. M. Bernardel­li Curuz