Dai Due Mondi a casa nostra

GARIBALDI BRESCIANO D’ELEZIONE

16/04/2007 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Maurizio Bernardelli Curuz

Venne nom­i­na­to cit­tadi­no ono­rario di Bres­cia ed accolse l’offerta con una parte­ci­pazione che, conoscen­do la schi­et­tez­za del niz­zar­do, fu forse min­i­ma­mente — ma solo min­i­ma­mente — arte­fat­ta dal­la retor­i­ca del­la riconoscen­za. Era il 15 aprile 1860. Garibal­di rispose sen­za esi­tazione che se «vi è una cit­tad­i­nan­za di cui pos­sa ono­rar­si un indi­vid­uo ed andarne suber­bo essa è ben quel­la del­la cit­tà di Bres­cia». Men­zion­a­va i fat­ti del Quar­an­tanove, le bar­ri­cate. E la conoscen­za diret­ta di ques­ta gente, nel ’59. E la fede tri­col­ore dei volon­tari che, pro­prio in quei giorni, mat­u­ra­vano l’adesione all’impresa seg­re­ta dei Mille.Era giun­to dalle nos­tre par­ti nel 1859, appun­to, indos­san­do il col­let­to, che gli sta­va stret­to, di gen­erale dell’esercito sar­do. Dopo aver occu­pa­to Berg­amo, mandò in avanscop­er­ta l’8 giug­no, a Bres­cia, il tenente Pisoni. Il 12 giug­no entrò a Palaz­zo­lo, quin­di, con la veloc­ità di un treno fre­neti­co che dovesse sor­pas­sare un grup­po di vec­chi car­ri impan­ta­nati nel­la piana, tenne mano a destra, rasente al Mon­tor­fano, con­ducen­do le pro­prie truppe poco sot­to la col­li­na, men­tre gli aus­triaci, dall’altra parte del monte, bef­fati, se ne sta­vano accam­pati tra Chiari e Coccaglio.Entrò a Bres­cia alle 9 del 13 giug­no per por­ta San Gio­van­ni, più o meno nel­lo stes­so pun­to in cui oggi, sul solenne cav­al­lo di bron­zo, nel­la piaz­za a lui inti­to­la­ta, osser­va il traf­fi­co del ring, aven­do di fronte a sé la cupo­la del Duo­mo che svet­ta sulle case. Dichiarò che l’accoglienza rice­vu­ta dagli abi­tan­ti era «bres­ciana, cioè uni­ca», quin­di si defilò dalle par­ti di Sant’Eufemia e, come capi­ta a chi sceglie la sco­mod­ità dell’eroismo, prese son­no su un tavolac­cio di faleg­name. Poiché i movi­men­ti delle truppe fran­co-piemon­te­si con­vergevano in direzione del Gar­da, il gen­erale ricevette l’ordine di rag­giun­gere Lona­to, ché la stra­da, tra l’altro, era libera.Informazione pri­va di qual­si­asi fon­da­men­to per­chè Vir­le Tre­pon­ti era tut­to un biancheg­gia­re aus­tri­a­co. Fu scon­tro. La battaglia si pro­trasse dai pri­mi, mat­tuti­ni scam­bi di fuo­co — che seg­narono le 7,30 — alle due del pomerig­gio, con gravi perdite. Poi il gen­erale sostò a Paitone, rag­giunse Gavar­do, dove fece alle­stire, in breve, un nuo­vo ponte, poichè il prece­dente era sta­to dis­trut­to dal nemico.Il 18 fu a Salò, accolto con il soli­to entu­si­as­mo dal­la fol­la. Poichè i suoi uomi­ni trasci­na­vano un paio di obi­ci sot­trat­ti al nemi­co, Garibal­di pen­sò bene di ind­i­riz­zarne le boc­che con­tro un piroscafo nemi­co, ormeg­gia­to alla dis­tan­za. La nave venne affon­da­ta. Al gen­erale venne asseg­na­to l’incarico di pro­teggere l’azione del­lo scon­tro prin­ci­pale, che si sarebbe svolto in pia­nu­ra, copren­do le forze fran­co piemon­te­si alle spalle. Per questo, essendo giun­ta voce di truppe nemiche che pre­mevano allo Stelvio, il 21 giug­no — a ridos­so del giorno di San Gio­van­ni, il 24, in cui sarebbe avvenu­ta la battaglia cam­pale di San Mar­ti­no e Solferi­no — pun­tò a Nord. In quei giorni dovet­tero pro­fi­lar­si prob­le­mi con lo Sta­to mag­giore sabau­do. A Lovere si sfilò lib­er­a­to­ri­a­mente le inseg­ne del gen­erale dell’esercito sar­do, per indos­sare di nuo­vo il faz­zo­let­to rosso. Dopo aver incon­tra­to a Bres­cia il gen­erale Lamarmo­ra, e aver comunque rib­a­di­to, la pro­pria lealtà nei con­fron­ti di Vit­to­rio Emanuele II.Dieci mesi dopo era in Sicil­ia, con i Mille, impre­sa per la quale la Giun­ta bres­ciana ave­va stanzi­a­to la som­ma di 110mila lire, met­ten­do a dis­po­sizione anche i trem­i­la fucili del­la Guardia civi­ca. Pure cinquan­ta sac­er­doti ave­vano rac­colto denaro per l’impresa, men­tre il gior­nale «La Sen­tinel­la bres­ciana» mise a dis­po­sizione dell’eroe dei due mon­di una spada.Il 1862 bres­ciano s’aprì per Garibal­di con numerosi invi­ti. Fu nel­la nos­tra provin­cia per inau­gu­rare numerose soci­età di tiro a seg­no, realtà che non si svilup­pa­vano tan­to per assec­on­dare un’esigenza sporti­va quan­to per creare un ser­ba­toio di volon­tari adde­strati all’uso delle armi che, fino a quel momen­to, era­no sta­ti alla base delle for­tune del gen­erale, che cer­ca­va forze moti­vate dai prin­cipi ide­ali. Il pro­gram­ma delle inau­gu­razioni lo portò a Orz­in­uovi, poi a Chiari, Coccaglio e Rova­to. Inau­gu­ra­va e tes­se­va nuove trame. Il 13 aprile era di nuo­vo in cit­tà, all’albergo Italia, dove, chiam­a­to dal­la fol­la, si pre­sen­tò al bal­cone: «È cer­to l’avvenimento più felice del­la mia vita trovar­mi tra il popo­lo di Bres­cia — disse -. Popo­lo che meri­ta da me tan­ta sim­pa­tia e tan­to affet­to come quan­ti amano l’Italia». Trascorse nel capolu­o­go alcu­ni giorni, inter­ve­nen­do come spet­ta­tore, a con­cer­ti e a spet­ta­coli al teatro Guil­laume e al Grande. Il 14 rag­giunse vil­la Fac­chi a Mom­piano, del­la quale fu ospite fino al 17 giug­no, giorno nel quale si trasferì a Rez­za­to, a Vil­la Fenaroli. Qui, ricor­dano le cronache, il niz­zar­do decise, per amor di patria, di sot­to­scri­vere una petizione final­iz­za­ta all’eliminazione dalle mense di tut­ti i vini che non fos­sero tricolori.Particolare cer­to inin­flu­ente per la grande sto­ria, ma che risul­ta indizio del grande lavoro svolto da Garibal­di per infer­vo­rare gli ani­mi a un altro nuo­vo obi­et­ti­vo d’italianità este­sa. Per quan­to il fine fos­se seg­re­to, v’era con­sapav­olez­za che la pre­sen­za del gen­erale nascon­desse il prog­et­to di una nuo­va impre­sa da portare a ter­mine nel Trentino.Il 14 mag­gio 1862, per evitare peri­colosi salti nel buio, furono arresta­ti il colon­nel­lo Francesco Nul­lo e Giuseppe Ambiveri, accusati di aver prepara­to una spedi­zione al di là del con­fine, ver­so Tren­to. I due ven­nero por­tati, con altri «parte­ci­pan­ti al com­plot­to», a Sar­ni­co, ma qui la fol­la chiese che i pri­gion­ieri fos­sero liberati. La trup­pa, per reazione, sparò sul­la fol­la. A ter­ra restarono quat­tro vit­time e diver­si feriti.Tutto, dopo la par­ente­si di sangue, venne rin­vi­a­to al 1866, nel quadro del­la Terza guer­ra d’indipendenza. Quel­la vol­ta Garibal­di giunse a Bres­cia la mat­ti­na del 17 giug­no. Prese stan­za all’albergo Italia e, nel pomerig­gio del giorno suc­ces­si­vo partì per Salò. L’obiettivo era il Trenti­no. In quelle ore, spo­stan­dosi con un biroc­cio, con­trol­lò come un vian­dante dis­trat­to le postazioni aus­tri­ache a Ponte Caffaro.Poi iniziarono gli scon­tri. Sulle pen­di­ci del lago d’Idro, il gen­erale venne fer­i­to e ricov­er­a­to alla roc­ca d’Anfo.Il 9 agos­to, men­tre le truppe garibal­dine si spingevano più a Nord, rispose con il cele­ber­ri­mo «Obbe­dis­co» all’ordine di riti­rar­si dal Trenti­no. Una deci­sione ama­ra. Garibal­di tor­na a Bres­cia. È pron­to a dira­mare un duro mes­sag­gio all’Italia. ma con amarez­za, recede. Scioglie il cor­po dei volon­tari, rifi­u­tan­do, a loro nome, ogni pro­pos­ta di ricom­pen­sa.