Una vita difficile quella di uno degli ultimi pescatori "romantici e tradizionali" tornato a fare il pescatore professionista dopo una vita passata tra i banconi delle reception di alberghi

Il mestiere del pescatore

26/02/2000 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo
Claudio Chiarani

Scusi sig­nore, non avrebbe filet­ti di per­si­co”? “Se lo desidera glieli pos­so preparare per domani, mi las­ci il nome che pren­do nota…”. Nelle ces­te del motove­i­co­lo che Tracisio Dag­no­li, nato a Limone sul Gar­da il 23 gen­naio 1936, pro­fes­sione pesca­tore, mette in bel­la mostra tutte le mat­tine in Piaz­za delle Erbe, luc­ci, cavedani, per­si­ci e core­go­ni si muovono anco­ra. Quel pesce è davvero fres­co e le richi­este di pre­li­bate prede dal nos­tro lago non man­cano. Una vita dif­fi­cile quel­la di uno degli ulti­mi pesca­tori “roman­ti­ci e tradizion­ali” come egli ama definir­si, tor­na­to a fare il pesca­tore pro­fes­sion­ista dopo una vita pas­sa­ta tra i ban­coni delle recep­tion di alberghi o degli altri locali da lui gesti­ti tra Limone e Mal­ce­sine. “C’era bisog­no di lavo­rare in famiglia, e allo­ra nel ’52 ho inizia­to a fare il cameriere ma da dieci anni a ques­ta parte il fas­ci­no del­la bar­ca e del­la pesca han­no avu­to il sopravven­to. Ho dato un taglio a tut­to e ho deciso di calare le reti”. Licen­za ele­mentare, famiglia numerosa, cinque tra fratel­li e sorelle con il mag­giore, Vale­rio, por­ta­tore del­la Apolipopro­teina A‑l Milano, quel gene sconosci­u­to che fu scop­er­to nel ’79 nel suo sangue. Un gene che preser­va cuore e arterie in pre­sen­za di ele­vati val­ori di coles­tero­lo e trigliceri­di. “In me non l’han­no trova­ta — dice — ma sono quel­lo che sta meglio di tut­ti”. Avvia numerose attiv­ità in cui pro­fonde impeg­no e pas­sione, nei ritagli di tem­po va ad aiutare gli ami­ci pesca­tori, ma la genet­i­ca ered­i­ta­ta dal non­no Gia­co­mo, lenza accani­ta, padre di undi­ci figli e sacrestano a Limone non pote­va, alla fine, non affio­rare. “Si cer­to è una vita dif­fi­cile, fat­ta di sac­ri­fi­ci, ma si vive a con­tat­to con la natu­ra e col lago, con la pesca. Il lavoro che poi com­por­ta il pesca­to va fat­to con cura, con amore, solo così ti puoi real­iz­zare in ciò che fai”. Inizia dieci anni fa com­pran­do una bar­ca in soci­età, le reti, l’at­trez­zatu­ra, cose che poco dopo ril­e­va per intero restando da solo. “Ho inizia­to sul­la “fre­ga” del core­gone, andan­do a Mal­ce­sine da ami­ci, uscen­do assieme si è anche più sicuri. Si parte alle due e mez­za del pomerig­gio e si posano le reti che si sal­pano attorno alle nove di sera, per­ché se si alza il ven­to è peri­coloso — pros­egue Tar­ci­sio — è meglio qualche pesce in meno ma portare a casa la pelle”. Episo­di brut­ti? “Avete vis­to anco­ra il lago in tem­pes­ta? Beh, vi auguro di non trovar­vi­ci mai in mez­zo su di una bar­ca. Una vol­ta è inter­venu­ta la nos­tra pro­tet­trice, la Madon­na di Mon­te­castel­lo, alla quale siamo tut­ti devoti. Sta lassù a Tig­nale, e ci guar­da dal­l’al­to”. Un grop­po di com­mozione nel ricor­dare un episo­dio che deve aver­lo seg­na­to, ma sul quale preferisce glis­sare presto. Ora ha un sog­no: orga­niz­zare delle ser­ate-incon­tro per far conoscere e val­oriz­zare il pesce di lago. Dag­no­li sarà ben lieto di met­tere a dis­po­sizione la sua espe­rien­za.

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