Nuovo filosofo a Garda in casa Crescini: Elisa studia i reati del Settecento

Liti nelle osterie e rapine in strada

21/05/2001 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo
Angelo Peretti

Quel­la dei Cresci­ni è una famiglia di filosofi. Da sem­n­pre. Con lau­rea e sen­za. Il pri­mo fu Agosti­no, pesca­tore. Men­tre tut­ti anda­vano a perder tem­po e quat­tri­ni all’osteria, lui sede­va sul molo a guardare il “suo” lago e a med­itare. La mat­ti­na, quan­do si alza­va, si abbrac­cia­va dicen­do: «Te ringrà­sio Sign­or che te n’è regalà n’antra zornà». Suo figlio Ange­lo trasfor­mò in mestiere la nat­u­rale pre­dis­po­sizione famil­iare: lau­re­atosi all’ Cat­toli­ca di nel 1954, ha inseg­na­to filosofia teo­ret­i­ca a Roma e filosofia del­la scien­za all’Università di Tri­este. Il nipote Pino la lau­rea in let­tere e filosofia l’ha con­se­gui­ta a Pado­va nel ’64: scom­par­so nel 1990, ha las­ci­a­to ai garde­sani lib­ri stra­or­di­nari (splen­di­do il suo “Vocabo­lario dei pesca­tori di Gar­da”) e in paese gli han­no inti­to­la­to la comu­nale. Ora ecco che in famiglia è arriva­ta una terza lau­rea in filosofia: l’ha con­se­gui­ta all’Università di Verona, col mas­si­mo dei voti e la lode, Elisa Cresci­ni, sulle orme del­lo zio Pino e del prozio Ange­lo. E ne arriverà molto prob­a­bil­mente una quar­ta: anche Leonar­do, cug­i­no di Elisa, sta stu­dian­do filosofia. Elisa Cresci­ni lau­rea e lode li ha mer­i­tati con una tesi stor­i­ca a carat­tere garde­sano: «La Mag­nifi­ca Patria di Riv­iera durante il dominio vene­to. Crim­i­nal­ità e gius­tizia agli inizi del Set­te­cen­to». Per chi­unque s’occupi di sto­ria bena­cense, rifer­i­men­to d’obbligo è Bon­gian­ni Grat­taro­lo, scrit­tore salo­di­ano del Cinque­cen­to. Elisa Cresci­ni ha pre­so le mosse pro­prio dal­la “His­to­ria del­la Riv­iera di Salò”, nel­la quale il Grat­taro­lo descrive i garde­sani come gente d’ingegno, sagace, cat­toli­ca, abile nel com­mer­cio, ma anche liti­giosa. Tant’è che «è come in prover­bio che tut­ti porti­no sem­pre gli Statu­ti alla cin­to­la»: come se oggi si viag­giasse col Codice civile in tas­ca. Del resto, come osser­va la gio­vane neo­filoso­fa, «per rius­cire ad aggi­rare le sev­eris­sime leg­gi di Venezia e del­la Riv­iera era nec­es­sario conoscer­le bene». Per di più, «le sin­gole comu­nità del­la Riv­iera sol­lecita­vano ques­ta sor­ta d’indottrinamento obbli­gan­do una vol­ta all’anno il notaio a leg­gere e spie­gare gli statu­ti all’assemblea dei capi­famiglia». Alla crim­i­nal­ità si ten­ta­va di porre freno con pesan­ti sanzioni. Le pene più fre­quen­ti era­no il ban­do, il carcere, il servizio forza­to ai remi delle galere, che pote­vano però essere con­ver­ti­ti in pena pecu­niaria. Nei casi più gravi scat­ta­vano l’impiccagione o la decap­i­tazione. Le mis­ure delle punizioni com­mi­nate sono doc­u­men­tate nelle “raspe delle con­danne”, lib­ri da con­ser­var­si “in per­petuo” che rac­coglievano le sen­ten­ze pro­nun­ci­ate dal tri­bunale del­la Riv­iera di Salò. Elisa Cresci­ni ha stu­di­a­to una serie di “raspe” salo­di­ane del Set­te­cen­to. «Le scene più fre­quen­ti dei reati — scrive nel­la sua tesi — era­no le osterie, le vie cit­ta­dine, le pub­bliche piazze e le strade che col­le­ga­vano pae­si vici­ni tra loro, dove si com­pi­vano agguati, aggres­sioni, rap­ine e dove si svol­gevano liti e risse tra bande». Spes­so la lite fini­va nel sangue: molti por­ta­vano con sé armi. Ad esem­pio il 21 set­tem­bre 1700 Gio Bat­ta Mac­er di Limone uccise a colpi di coltel­lo Gio Bat­ta Toset­ti dopo un diver­bio in oste­ria. Un furioso liti­gio, che las­ciò per ter­ra un mor­to e un fer­i­to, scop­piò nel feb­braio del 1705 quan­do alcu­ni uomi­ni di Mader­no prete­sero d’entrare a una fes­ta pri­va­ta nel­la casa di un tal Domeni­co Faus­ti­ni. Dalle set­te­cen­tesche “raspe” del tri­bunale del­la Mag­nifi­ca patria emer­gono anche ingan­ni e sto­rie d’alcova, episo­di che sem­bra­no trat­ti da vec­chi romanzi popo­lari. Pren­di­amo la vicen­da di Alber­to Pase e del­la sua tresca con le sorelle Vesina. Il bell’Alberto abita­va a Tremo­sine, sui mon­ti bres­ciani del Gar­da. Mes­si gli occhi su due sorelle del­la vic­i­na Vesio, Fausti­na e Maria, pen­sò che tan­ta grazia non gli dove­va sfug­gire e di tutt’e due «coltivò con­tem­po­ranea­mente l’amore», facen­do all’una e all’altra promes­sa di mat­ri­mo­nio. Quan­do volle pren­der moglie, scelse Maria. Ma nel frat­tem­po ave­va pure colto il “fior verginale” di Fausti­na e ebbe tim­o­re d’averla ingravi­da­ta. La con­dusse dunque fuori paese e le inferse dieci coltel­late. Quan­do la gio­vane stra­maz­zò al suo­lo, l’abbandonò in un fos­so. Ma la ragaz­za non era mor­ta. San­guinante, riuscì a trasci­nar­si in stra­da. La rac­colsero alcu­ni pas­san­ti. Si riprese, e lo denun­ciò. Lui fug­gì. Fu con­dan­na­to al ban­do per­petuo dal­la Riv­iera. Se l’avessero pre­so sarebbe fini­to impic­ca­to. Non sem­pre i pro­ces­si d’età veneziana c’entravano comunque con fat­ti di sangue. Un cer­to Fausti­no Fusina si riv­olse ad esem­pio ai giu­di­ci per­ché durante un suo viag­gio a Venezia la moglie Cate­ri­na l’aveva tra­di­to con Gia­co­mo Tes­ta, restandone inc­in­ta. Gli aman­ti fug­girono. Proces­sati in con­tu­ma­cia, furono con­dan­nati al carcere o al ban­do. Sulle loro teste c’era una taglia. L’infedeltà era reato grave. Oggi i tem­pi sem­bra­no cam­biati. C’è di che filosofeggiarne.

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