Fermo da 54 anni l'orologio all'Inviolata

Ore che non passano

26/08/2000 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo

Nel cam­panile del­l’In­vi­o­la­ta c’è un orolo­gio che, sostiene Eddo Col­orio nel­l’ul­ti­mo annuario del­la Sat cit­tad­i­na, detiene un prob­a­bile record: quel­lo del minor fun­zion­a­men­to. Degli ulti­mi cen­t’an­ni ne ha pas­sati almeno 86 immo­bile e muto.Agli inizi del sec­o­lo l’orolo­gio fun­zion­a­va, ed era qua­si in cam­pagna. Intorno al ’10 — ma non ci sono tes­ti­mo­ni­anze dirette — il mec­ca­n­is­mo s’è pianta­to. Gli anni suc­ces­sivi sono sta­ti pieni di cose più impor­tan­ti. Solo nel ’46 Elidio Patuzzi, un dipen­dente comu­nale, antes­ig­nano geniale del fai­datè (costru­i­va vio­li­ni dopo gior­na­ta), decise che l’orolo­gio dove­va tornare a scan­dire le ore per una cit­tà che un po’ alla vol­ta si sta­va sveg­lian­do. Tro­vò il sosteg­no gius­to nel dot­tor Bruno Alber­ti, pri­mario del­la med­i­c­i­na di quel­lo che era l’ospedale e pri­mo sin­da­co di Riva demo­c­ra­t­i­ca. L’im­pre­sa s’an­nun­ci­a­va molto com­p­lessa. Il mec­ca­n­is­mo era tut­to arrug­gini­to, i den­ti incro­sta­ti, i bilancieri incro­sta­ti di pol­vere, i fili man­giati o spar­i­ti. L’orolo­gio ave­va, e dovrebbe avere tut­to­ra, la spe­cial­ità rara di suonare solo le sei ore: per cui dopo aver bat­tuto sei colpi alle sei, riparte da capo e ne bat­te uno alle sette, due alle otto, sei a mez­zo­giorno, uno alle tredi­ci, uno alle dician­nove e così via. Il mec­ca­n­is­mo è mosso da pesi: tre cariche, una di fian­co all’al­tra. Ver­so il bas­so tira­no alcune grossi cilin­dri di mar­mo. Ver­so il pianerot­to­lo imme­di­ata­mente supe­ri­ore, dove s’apre la cel­la cam­pa­naria (i due bronzi attuali, seques­trati quegli antichi dal­l’Aus­tria per esi­gen­ze bel­liche, sono sta­ti rifusi nel ’36, uti­liz­zan­do prede di guer­ra. Lo affer­ma una scrit­ta intorno alla cam­pana) sale il filo (spez­za­to) che muove­va il battaglio per i rin­toc­chi delle ore. Elidio Patuzzi riuscì a rimet­tere in movi­men­to l’orolo­gio, anche se Eddo Col­orio sug­gerisce che l’im­pre­sa gli sia costa­ta trop­po. Già malanda­to in salute, gli spif­feri e le sudate a salire a scen­dere le scalette del cam­panile, lo ammalarono. Deter­mi­na­to a finire il suo lavoro, non rispet­tò nem­meno la con­va­lescen­za impostagli dai medici. Morì il pri­mo mar­zo del ’46, a 47 anni d’età. L’orolo­gio con­tin­uò per un paio d’an­ni, e poi tacque. Prob­a­bil­mente a dec­re­tarne il silen­zio con­tribuì anche il fat­to che per cari­car­lo non c’era altro sis­tema che salire, tut­ti i san­ti giorni man­dati dal Sig­nore in ter­ra, le strette rampe delle scalette interne (ora cop­erte d’e­scre­men­ti dei pic­cioni che abi­tano da padroni la torre), e tirare i pesi in alto. Negli anni avvenire, quan­do il restau­ro del­l’In­vi­o­la­ta avrà provve­du­to a sal­va­guardare le cose più impor­tan­ti, affres­chi e stuc­chi, altari, coro e sacres­tia, qual­cuno met­terà mano anche al cam­panile, anche all’orolo­gio. Rimane la raz­za, uni­ca e sola sul­la fac­cia­ta merid­ionale, ripetu­ta all’in­ter­no del­la torre. Il sog­no di Elidio Patuzzi potrebbe avver­ar­si, pas­san­do però il mec­ca­n­is­mo al museo, dov’è il suo posto.

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