Un anno e mezzo fa l’«invasione» di piante acquatiche, poi le morie di pesci e i decessi di cigni forse a causa di tossine prodotte dalle alghe

Quanto al futuro, non c’è motivo di stare allegri.

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Di Luca Delpozzo

Quan­to al futuro, non c’è moti­vo di stare alle­gri. «Purtrop­po», sot­to­lin­ea il biol­o­go. «si sta andan­do ver­so un lento ma inar­resta­bile peg­gio­ra­men­to del­la qual­ità delle acque del lago. Un peg­gio­ra­men­to che se non ver­rà fer­ma­to, entro trent’anni potrebbe causare il divi­eto dell’utilizzo dell’acqua del lago come acqua pota­bile (le pompe la prel­e­vano a Bren­zone, Gar­da, Tor­ri, Castel­let­to e Pai. Quin­di l’acqua viene resa pota­bile, anal­iz­za­ta e immes­sa nel­la rete idri­ca, n.d.r. ), oltre e ren­dere impos­si­bile la bal­neazione. La direzione ver­so cui sti­amo andan­do è ques­ta, l’unico modo per ral­lentare il proces­so è miglio­rare l’efficienza del col­let­tore e smet­tere di immet­tere scarichi acci­den­tali nel lago, scarichi cioé prove­ni­en­ti dal­la rot­tura delle tubazioni, causa­ta spes­so da for­ti tem­po­rali. Cosa che sta tut­to­ra avve­nen­do, per­ché quan­do i tubi del col­let­tore sono trop­po pieni e quin­di rischi­ano di esplodere, scar­i­cano al cen­tro del lago. Con il risul­ta­to che poi l’acqua si mesco­la e i reflui si dif­fon­dono». Insom­ma, se il lago corre il ris­chio di ammalar­si, la causa è una sola: gli escre­men­ti umani. Per ora, però, la situ­azione è sot­to con­trol­lo e, anche se sono state chiuse alcune spi­agge, fenomeni strani in questi ulti­mi mesi non se ne sono man­i­fes­ta­ti. E sareb­bero sicu­ra­mente sta­ti indi­vid­uati, per­ché Franzi­ni e i tec­ni­ci imp­ie­gati nel suo uffi­cio han­no mon­i­tora­to il lago ogni giorno. Sono sta­ti prel­e­vati moltissi­mi cam­pi­oni d’acqua e sono state stu­di­ate le alghe e le macrof­ite, cioé le piante acquatiche, la cui lunghez­za varia da pochi cen­timetri a tre metri, che era­no state le colpevoli dell’«invasione» di un anno e mez­zo fa, quan­do han­no cop­er­to come moquette il lun­go­la­go di Desen­zano, Sirmione e Peschiera. Un tap­peto vis­ci­do e puz­zo­lente la cui rimozione è costa­ta decine di mil­ioni ai Comu­ni inter­es­sati che han­no dovu­to portare le alghe in dis­car­i­ca. Negli ulti­mi mesi però non ci sono sta­ti prob­le­mi. Anzi, si è reg­is­tra­ta una dimin­uzione delle alghe che non dipen­derebbe però, come qual­cuno ha ipo­tiz­za­to, dall’uso dei dis­er­ban­ti, come assi­cu­ra Ivano Con­for­ti­ni, itti­ol­o­go del­la Provin­cia. «Non abbi­amo usato alcun prepara­to», spie­ga, «e non mi risul­ta che l’abbia fat­to qual­cun altro, anche per­ché è dif­fi­cile usare dis­er­ban­ti sen­za che nes­suno se ne accor­ga. Quan­to alle alghe, le seg­nalazioni che abbi­amo con­fer­mano una loro dimin­uzione, ma questo dipende esclu­si­va­mente dai fat­tori cli­mati­ci». Quali? Presto det­to. La cresci­ta delle macrof­ite e delle alghe viene influen­za­ta dal­la trasparen­za dell’acqua che dipende dal moto ondoso, quin­di dal ven­to (più l’acqua è limp­i­da più pas­sa la luce che le fa crescere), dai nutri­en­ti pre­sen­ti sul fon­do (l’emissione di reflui urbani fun­gereb­bero da concime e farebbe svilup­pare le piante) e dal liv­el­lo dell’acqua (le macrof­ite crescono meglio a una pro­fon­dità non supe­ri­ore ai dieci metri). Eppure quan­do nel ’99 si è ver­i­fi­ca­ta l’invasione delle macrof­ite, un fenom­e­no insoli­to che non è mai sta­to reg­is­tra­to fino­ra in nes­sun altro lago ital­iano, non era sta­ta ril­e­va­ta alcu­na sovrapro­duzione di macrof­ite. «Sti­amo pros­eguen­do le indagi­ni con l’Autorità di Baci­no del Po di Par­ma, con l’Appa (Agen­zia provin­ciale per l’ambiente) di Tren­to, il Cra (Cen­tro ril­e­va­men­to ambi­en­tale) di Sirmione e il Cnr (Cen­tro nazionale ricerche) di che han­no col­lab­o­ra­to con noi per la cam­pagna di cam­pi­ona­men­to a riva e per quel­la di teler­il­e­va­men­to via satel­lite, ma occor­reran­no altri tre anni per avere dati sicuri, per­ché il ciclo vitale di queste piante acquatiche dura un anno e quin­di occorre tem­po per con­frontare i dati delle diverse «annate». Di qui la dif­fi­coltà di arrivare subito a una con­clu­sione. Il ris­chio è infat­ti quel­lo di pen­sare che un fenom­e­no pos­sa riap­parire quan­do in realtà potrebbe essere un caso uni­co, come è accadu­to ad esem­pio anni fa nell’Adriatico per la mucil­lag­gine, scom­parsa da sola, così com’era venu­ta». Sen­za dimen­ti­care che stu­di così appro­fon­di­ti sulle macrof­ite sono iniziati solo nel ’99, a segui­to dell’«invasione», quin­di non esistono dati degli anni prece­den­ti. «Per le conoscen­ze fino­ra a nos­tra dis­po­sizione non si prevede che l’anno prossi­mo pos­sa riac­cadere un fenom­e­no sim­i­le», sot­to­lin­ea Franzi­ni. «Quest’anno la pro­duzione di macrof­ite è sta­ta nor­male: dall’inizio di aprile abbi­amo fat­to ric­og­nizioni in tutte le zone a ris­chio, da Lazise a Maner­ba. Le abbi­amo anal­iz­zate pal­mo a pal­mo, con­trol­lan­do anche se ci fos­sero fenomeni di dis­tac­co dal fon­do del lago, com’era avvenu­to nel ’99 per una causa anco­ra sconosci­u­ta. I risul­tati di queste anal­isi saran­no pron­ti il 10 gen­naio. Quan­to alla strana moria di pesci e cig­ni, Franzi­ni crede che si trat­ti di un’infezione da Aeromonas , bat­teri ambi­en­tali nor­mal­mente pre­sen­ti nell’acqua in quan­ti­ta­tivi non ele­vati. «In questo caso, però, abbi­amo ril­e­va­to un aumen­to del­la loro con­cen­trazione», affer­ma. «Gli stu­di pro­ce­dono e il col­let­tore è uno degli inda­gati, ma non è il solo, per­ché potreb­bero esser­ci anche scarichi abu­sivi o acci­den­tali. Nel giro di un anno conoscer­e­mo la verità».

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