Uno degli ultimi coltivatori di limoni del Garda abita a Gargnano, e, naturalmente, in via Limonaie. Lorenzo Trevisani, 70 anni, ha passato la vita tra gli agrumi

«Vendevo 500mila frutti, ora lo faccio per passione»

21/10/2001 in Cultura
Di Luca Delpozzo
M. Pa.

Uno degli ulti­mi colti­va­tori di limoni del Gar­da abi­ta a Gargnano, e, nat­u­ral­mente, in via Limon­aie. Loren­zo Tre­visani, 70 anni, ha pas­sato la vita tra gli agru­mi. Ma ora i suoi «gia­r­di­ni» non sono quel­li di una vol­ta. Delle 240 piante che cura­va con suo padre, gliene sono rimaste undi­ci: «Le conser­vo per pas­sione: sono cresci­u­to fra questi alberi». Ma come’era in pas­sato? «Una vol­ta rac­coglieva­mo cir­ca 500mila frut­ti all’anno, oggi si arri­va solo a cinquemi­la. Si vende­vano bene per­ché sono molto ric­chi di aci­do cit­ri­co, per questo si con­ser­vano più a lun­go rispet­to a quel­li prodot­ti altrove. Se rac­colti bene dura­no anche quat­tro mesi. Dopo la sec­on­da guer­ra mon­di­ale, però, sono arrivati gli agru­mi del Sud, la con­cor­ren­za ha fat­to diminuire le ven­dite, e così è diven­ta­to sem­pre più cos­toso man­tenere le pianta­gioni». Ma la scom­parsa delle limon­aie non è solo una ques­tione di costi ele­vati. «Il prob­le­ma è che non ci sono più gio­vani che vogliono fare questo lavoro. Non capis­co, qui c’è aria puli­ta, si è indipen­den­ti e il lavoro non man­ca». Tut­to vero, ma nes­sun gio­vane si fa avan­ti. Forse pro­durre limoni sul Gar­da è un lavoro duro e sac­ri­f­i­cante. E Tre­visani ne sa qual­cosa: «Sulle limon­aie si lavo­ra tut­to l’an­no. A set­tem­bre c’è la potatu­ra, a otto­bre la cop­er­tu­ra con assi e vetri. D’in­ver­no si accen­dono i fuochi per­ché se la pianta è bag­na­ta, si gela. A mar­zo bisogna sco­prire la strut­tura e ad aprile essere pron­ti per la fior­it­u­ra; se il ter­reno è sec­co, poi, occorre subito innaf­fi­are. A fine mag­gio inizia la rac­col­ta, che con­tin­ua per tut­ta estate». E le vacanze? Nem­meno a par­larne: ad agos­to arrivano i paras­si­ti e c’è da spruz­zare l’o­lio bianco».