domenica, Giugno 16, 2024
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Appesi agli ulivi enormi sacchetti neri per raccogliere l’immondizia rompono la magia del posto. Il più bell’angolo del lago deturpato da spazzatura e sporcizia

Baia delle Sirene o dei rifiuti?

Per i turisti e i «forèsti» è la Baia delle Sirene. Per i gardesani autentici, gli originari, «Sentrémole». Gli uni e gli altri sono accomunati dall’opinione che si tratti d’uno dei più fascinosi scorci del Benaco. L’insenatura subito dopo punta San Vigilio è un piccolo paradiso di pietre biancastre, d’ulivi e d’alti pioppi. L’acqua, profonda, ha color blu cobalto: «azzurro Madonna» sembra sia la definizione coniata da sir Winston Churchill quando, dopo la guerra, venne da queste parti per dipingere (e questa era la versione ufficiale, anche se pare che il vero scopo del soggiorno fosse la ricerca di certe imbarazzanti lettere scambiate con Benito Mussolini). D’inverno, la baia è ancora più bella, malinconicamente dolce. Ci si arriva scendendo dai prati a ridosso del posteggio di San Vigilio, fattosi per qualche mese libero, senza custode a chiedere il pagamento del biglietto. Oppure affrontando il ripido, scosceso sentiero che, fra sterpaglie cui nessuno purtroppo mette mano, discende dalla strada Gardesana, poco oltre la punta, in direzione di Torri, vincendo il ribrezzo d’un cartello malridotto su cui una mano ha tracciato l’elenco dei posti del sesso libero sulla riviera. Neppure giù in baia di questa stagione chiedono tariffe. Eppure il parco di San Vigilio, quello sulle terre dei conti Guarienti, è comunque ben tenuto: niente cartacce, i cestini svuotati, perfino le ramaglie degli olivi raccolte a mucchi per essere bruciate col tempo. Ora non ci sono neanche i motoscafi a intasare le acque, divenute pacifico ricovero d’uno stormo di germani e d’un solitario svasso che si tuffa a cercare di che riempire la pancia, trovando abbondanza d’alborelle e d’avannotti. Peccato sia chiuso ormai da decenni lo stradello davanti alla villa disegnata dal Sanmicheli. Era da lì che una volta si scendeva in baia, dopo la messa del giorno di San Marco, il 25 aprile, a festeggiare la fine delle rogazioni, mangiando uova sode sul prato. Dopo la funzione, «finalmente», ha lasciato scritto Pino Crescini, indimenticato studioso della tradizione gardesana, «ci si poteva sparpagliare in libertà: era ora, sbatteva una fame! Famiglie, parentele, sciami di ragazzotti e signorine fra le còle di olivi, fra i dirupi dei Bechéti a specchio del Trép, sui ciottoli bianchi dell’armonioso seno di Sentrémole, coronato di alti pioppi stormenti». Per rimemorare quei tempi, esci dal parco dei Guarienti e prosegui verso i Bechéti, le rocce frastagliate che chiudono l’insenatura a nord, là dove comincia il Trép, il fiordo settentrionale del Garda. Arrivi ai piedi d’una villetta affacciata sul lago. In un anfratto protetto dalle rocce strapiombanti, sai che c’è il più bell’oliveto del lago, fatto di piante piccole, un po’ contorte, che si specchiano nell’acqua: meriterebbe protezione come patrimonio di natura, d’arte, di ingegno umano, e potrebbe dare, se curato, olio di grandissima qualità. Invece resti esterrefatto. Dagli ulivi pendono, come impiccati, grandi sacchi neri da immondizie, quelli che s’usano in albergo. Alcuni penzolano vuoti, come bandiere flosce, altri pieni a metà. L’immagine è spettrale. Crudelmente inutili i chiodi arrugginiti piantanti nel legno d’ulivo per infilzarci gli improvvisati raccoglitori. L’intenzione di mantener pulito il luogo è buona, anzi, ottima. Ma la soluzione non è degna dell’incanto del sito. Il paesaggio è offeso. Basterebbe poco, qualche bidone ben posizionato, per restituire bellezza a un angolo di paradiso oggi perduto. Facendo idealmente risuonare ancora melodioso

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