A una manciata di minuti dal confine nord-orientale della provincia di Brescia, alle Marocche di Dro, nel basso Sarca trentino, c’è una zona protetta e sotto osservazione, come del resto gli altri biotopi della vicina provincia, confinante con la nostra.
Le scoperte sulle Marocche
Di recente, Marco Avanzini – geologo del Museo tridentino di Scienze naturali – è intervenuto con altri esperti, dopo che un agente forestale, Matteo Campolongo, aveva notato delle strane orme, una serie di depressioni, impresse sulla superficie di un grande blocco calcareo.
Era l’autunno scorso e, con il passare dei mesi, le ipotesi sono diventate certezze. Infatti, dopo sopralluoghi ed esami, è stato assodato “senza alcun dubbio” che si trattava di orme di dinosauri.
La zona delle Marocche è bene conosciuta dai bresciani che si recano in Trentino. Collocata poco dopo la cittadina di Riva, è riconoscibile per una grande serie di massi che offrono chiaramente l’idea di un cumulo conseguente a frane successive.
La frana e la sua origine
Fu proprio uno di questi movimenti franosi, caduto circa 2000 anni orsono, a far precipitare a valle un’enorme massa di materiale, staccatasi dalla parte alta del monte Brenta, che si è andata a schiantare sopra un insediamento romano.
In quel luogo, di materiale ne è caduto molto in momenti successivi, al punto che quella delle Marocche di Dro può essere considerata la maggiore frana dell’arco alpino.
Le certezze maturate da Avanzini e dagli altri esperti del Museo tridentino hanno solide basi. Infatti, è da una decina di anni che lavorano con convinzione sull’argomento e, ormai, le “piste dei dinosauri” dei Lavini di Marco, nei pressi di Rovereto, sono ben conosciute anche ai bresciani.
Le caratteristiche delle rocce e le tracce fossili
La formazione rocciosa delle Marocche (calcari grigi) corrisponde a un’epoca successiva a quella dei Lavini di Marco.
Appurato questo, approfondendo la conoscenza delle orme di dinosauro scoperte recentemente alle Marocche, Avanzini è in grado di sostenere che sono molto simili a quelle dello Schelidosaurus, un esemplare di cui sono state trovate tracce in Gran Bretagna.
Ma c’è una seconda pista, lasciata da un prosauropode. Si tratta, in un caso, di un quadrupede erbivoro, una certezza che deriva dall’analisi delle “dita” tozze, larghe e tondeggianti, senza che all’estremità vi appaia la presenza di unghie appuntite.
Caratteristica, questa, propria dei carnivori che – pur avendo anch’essi cinque “dita” – appoggia a terra solo le tre centrali. Uno dei dinosauri di Dro era lungo 6/7 metri e pesante qualche centinaio di chilogrammi.
Era, indubbiamente, più piccolo e di tipo diverso rispetto ai sauropodi che lasciarono le proprie orme ai Lavini di Marco.
Ad un secondo esemplare – carnivoro, questa volta – appartiene invece la seconda pista. Era, probabilmente, un bipede ceratosauro di medie dimensioni (5 metri e mezzo), con le zampe posteriori poco più lunghe di un metro e che si spostava a una velocità di 4 chilometri all’ora: un animale di questo tipo poteva anche superare i nove chilometri di velocità.
Analisi delle impronte e determinazioni
Dall’analisi delle impronte emergono moltissime informazioni. Ad osservarle, ad esempio, si nota che le prime orme riportano la traccia degli arti posteriori sovrapposta a quella degli anteriori e che la distanza tra un’orma e l’altra è ridotta; in questo caso l’animale non aveva ancora iniziato la corsa.
Procedendo nell’esame delle orme, si nota invece che le tracce posteriori e anteriori poggiano su punti diversi e che la distanza tra le stesse aumenta. È un’indicazione che il dinosauro accresceva ritmo e velocità.
È stato possibile accertare (in base a queste e ad altre variabili e tramite una serie complessa di calcoli) la distanza tra gli arti, oltre che il peso e la velocità dell’animale che, nel nostro caso, era più pigro dei suoi simili e viaggiava tra uno e due chilometri all’ora.


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