Svolgimento dell’incontro e temi trattati
In integrazione, tolleranza razziale, xenofobia. Questioni di stringente attualità, come dimostrano le cronache di queste ultime settimane, problematiche che sempre più stanno caratterizzando la nostra società e che si prestano ad essere sviscerate in dibattiti e conferenze. Sull’argomento ha lavorato ieri mattina, in sala 1000 del Palacongressi di Riva, un’assemblea affollata di studenti.
Quelli dell’istituto rivano Giacomo Floriani, che per trattare delle molteplici problematiche legate all’immigrazione, hanno voluto confrontarsi con «gli addetti ai lavori». Un momento di sensibilizzazione, ma anche di dialogo aperto, al quale abbiamo deciso di prendere parte per tastare il polso alla situazione, per capire, soprattutto, come la pensano le generazioni più giovani.
Descrizione della partecipazione e delle attività
Entriamo nella sala «1000» poco prima dell’inizio del dibattito, quando i ragazzi, circa 500, hanno appena finito di assistere alla visione di Est è est, un film suggestivo, e per certi versi anche divertente, che tratta dei problemi d’ordinaria quotidianità di una famiglia pakistana nel grigiore della compassata Inghilterra.
Al tavolo degli esperti sono seduti i due professori Sergio Ragnolini e Romano Turrini. In mezzo a loro il direttore dell’Atas Massimo Giordani, e immediatamente dopo le autorità della Polizia: l’ispettore superiore Walter Chemolli e l’ispettrice Daniela Bartoli, del commissariato di Riva.
Al professore Turrini il compito di rompere il ghiaccio, con la cronistoria dell’emigrazione trentina dal dopoguerra ad oggi. La platea però si scalda quando dalla sua bocca esce il monito: «Dobbiamo sconfiggere il pregiudizio, ossia smettere di giudicare senza conoscere».
Discussione e conclusioni
Dopo di lui interviene Massimo Giordani, il direttore dell’associazione di prima accoglienza degli extracomunitari, che spiega come l’immigrazione sia un fatto ormai ineluttabile, perché «la popolazione trentina è paragonabile a un albero che ha le generazioni più giovani come fusto assai stretto e quelle più vecchie come folta chioma».
Alla fine delle esposizioni, la parola passa ai ragazzi, chiamati ad esprimere le proprie opinioni e curiosità, tramite domande e commenti scritti su fogli di carta e letti direttamente dagli esperti. Il quadro che ne emerge, ascoltando gli interrogativi degli studenti, è di una presa di coscienza generale del problema, in tutte le sue sfaccettature: dalla criminalità alla questione religiosa («È giusto che l’Italia paghi la realizzazione delle loro moschee?»), fino a quella dell’occupazione e della clandestinità.
L’impressione, però, è che vi sia ancora molto da lavorare, anche sui giovani, affinché parole come integrazione e tolleranza non costituiscano più un’emergenza.
Alla fine, uno studente invita tutti a fare maggiore sensibilizzazione per combattere «il razzismo, brutta moda tra i giovani». E come non dargli torto, ascoltando l’ultima domanda: «Invece di dare i soldi agli stranieri, li si deve dare ai terremotati dell’Umbria?»


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