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La frana del tre febbraio 1999 sulla Gardesana Occidentale non fu un «caso fortuito», ma un fatto di «normale prevedibilità».

I periti si pronunciano

La frana del tre febbraio 1999 sulla Gardesana Occidentale non fu un «caso fortuito», ma un fatto di «normale prevedibilità». È questa la conclusione cui giunge la voluminosa perizia che l’ingegner Enrico Manfrini di Rovereto e il geologo Luigi Frassinella di Trento hanno elaborato in questi mesi su mandato del sostituto procuratore della Repubblica Fabio Biasi, che sta cercando di far luce sulla tragica frana che uccise tra Limone e Riva il pensionato trentino Gino Avancini. Ricordiamo che le ipotesi di reato contemplate dal fascicolo del pm di Rovereto vanno dall’omicidio colposo all’omissione colposa di cautele o difese contro disastri o infortuni sul lavoro e alla rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni su lavoro. «Lo studio geomeccanico dell’ammasso roccioso in corrispondenza e nelle vicinanze della nicchia di distacco del 3 febbraio ’99 – scrivono Manfrini e Frassinella – ha consentito di individuare ulteriori situazioni propense al rilascio d’elementi lapidei aventi volume fortemente variabile. La metodologia d’indagine adottata – aggiungono i due tecnici – non richiede abilità tecniche eccedenti l’ordinaria competenza professionale del geologo, né capacità fisiche superiori alla norma… L’assenza di uno studio geologico esaustivo dell’argomento non è dovuta alla lunghezza di tempi tecnici bensì alla mancata decisione di eseguirlo. Si ritiene pertanto che fosse possibile localizzare, con le consuete metodologie operative, le aree esposte a rischio imminente di crolli rocciosi e che tale opera dovesse essere giunta a compimento in tempo utile per prevenire l’evento del 3 febbraio». Le conclusioni della perizia sono destinate a sollevare nuove polemiche sulla tragedia. Diciamo subito che secondo i due esperti la Provincia Autonoma di Trento, che sette mesi prima della frana assunse la responsabilità di manutenere il tratto trentino di Gardesana, non ebbe «il tempo tecnicamente sufficiente per uno studio completo del versante soprastante, dissipato dalla lentezza e dalle inadempienze dell’Anas». La prima di queste inadempienze riguarderebbe la mancanza del geologo previsto nella pianta organica dell’Anas per la zona in questione, che si trovava di stanza in Puglia. Nel novembre ’96 il Compartimento Viabilità del Trentino Alto Adige scrisse a quello di Bari per chiedere la disponibilità per «brevi periodi limitati» del geologo in servizio presso il compartimento pugliese, ma Bari rispose esprimendo parere negativo per «motivi di distanza e carichi di lavoro». Una seconda manchevolezza evidenziata dai periti riguarda i sensori di monitoraggio della parete. Installati a titolo sperimentale, causarono «notevole falsi allarmi» che indussero i tecnici a rimuovere il semaforo che scattava in caso di pericolo e non furono mai più rimessi in funzione dopo il furto dei sensori e del cavo elettrico di trasmissione nel novembre ’97. I periti concludono affermando che le metodologie necessarie per prevedere una frana «sono state acquisite da decenni». Ma sulla Gardesana non sarebbero state applicate.

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