sabato, Giugno 15, 2024
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L’esondazione del Benaco ripropone il problema

Livelli, il piano che non c’è

Mentre il Garda ha cominciato a scendere (ma l’incubo-esondazione non è cancellato, visto che il lago rimane altissimo), si infittisce il dibattito per cercare di trovare una soluzione definitiva al nodo dei livelli, materia di discussione ormai da anni. La gestione delle acque del Benaco oggi è affidata al Magistrato alle acque di Venezia, tramite l’ufficio operativo che ha sede a Verona. Ma sui livelli ogni volta si assiste al braccio di ferro fra le esigenze dei comuni rivieraschi e quelle degli agricoltori del Mantovano e dell’Autorità di bacino. Per fortuna, l’altro ieri il Magistrato alle acque ha sollecitato un minore afflusso nel Garda dai bacini idroelettrici (Molveno, Ponale e Valvestino), visti i livelli. Sulla questione i parlamentari bresciani, a turno, hanno rivolto interrogazioni ai ministri competenti (Lavori pubblici e Ambiente) per sottolineare l’urgenza di una serie di provvedimenti legislativi, e mentre i sindaci di Sirmione (Maurizio Ferrari) e di Peschiera (Umberto Chincarini), hanno stretto un patto d’acciaio per fare fronte unico nella denuncia di latitanza degli organismi ministeriali nel risolvere l’annoso problema-livelli e nel rivendicare un ruolo di maggior partecipazione nelle decisioni. Ora c’è da registrare un importante contributo costruttivo. Viene dal dottor Eugenio Zilioli, coordinatore delle attività del Centro di rilevamento ambientale di Sirmione ed esperto del Cnr, il Centro nazionale delle ricerche. «La dinamica dell’aumento dei livelli del Garda non è come quella di un evento sismico: è ampiamente controllabile, ma occorre un piano di gestione e di coordinamento che oggi non esiste, magari espressamente dedicato e da attivare soltanto durante le fasi di crisi», scrive Zilioli nella sua lettera inviata l’altro giorno alla Prefettura di Brescia, all’Autorità di bacino e al Magistrato alle Acque di Venezia, oltre che ai tre sindaci delle cittadine oggi maggiormente a rischio, cioè Desenzano, Sirmione e Peschiera. «Resta la speranza che a tutto questo non si aggiunga il vento – lo scenario che ne seguirebbe è soltanto immaginabile – e che nei prossimi 12 mesi – rileva ancora Zilioli – che mancano all’autunno 2001 si cerchi di affrontare il problema con ferma volontà». Vediamo ora alcuni dati interessanti raccolti dall’esperto del Cnr. L’anno scorso nello stesso periodo (22 ottobre – 7 novembre) in 19 giorni si è passati da 100 centimetri sopra lo zero idrometrico a 145 centimetri, pari a un gradiente medio di crescita del livello di circa 2,5 centimetri al giorno. Con l’aggiunta di un vento di 23 metri al secondo (circa 80 chilometri l’ora) il 7 novembre 1999 si ebbero ingenti danni. Rileva ancora il dottor Zilioli, che quest’anno è andata ancor peggio. L’altro giorno l’asta idrometrica al porto Castello di Sirmione ha toccato una quota di 173 centimetir. Come lo scorso anno si è avuto un incremento continuo di 3,6 centimetri al giorno . E questo nonostante il limite massimo posto dall’ormai disciolta Commissione ministeriale dei Lavori Pubblici per il periodo autunnale fosse di soli 80 centimetri. Si deve pensare che fino al 14 settembre scorso il Garda era caduto in una fase di preoccupante magra, appena 45 centimetri sopra lo zero. In 50 giorni si è passati ai quasi 2 metri di questi giorni, «a dispetto delle numerose riunioni effettuate – come ricorda Zilioli – e delle buone intenzioni mostrate nell’ultimo anno». Ci si chiede poi: se i prossimi autunni, stando a previsioni affatto irragionevoli, saranno particolarmente piovosi, come la metteremo con il lago di Garda? A proposito: il conto dei danni e i costi della mobilitazione di centinaia di uomini non è ancora stato presentato. A tutto questo si è aggiunta la delicata questione dell’apertura della galleria Adige-Garda, che ha immesso nel lago circa 5 milioni di metri cubi d’acqua. Una operazione che il consigliere leghista desenzanese Rino Polloni ha definito «un disastro ambientale» e per la quale ha presentato una denuncia. Il problema, in questo caso, è che non esiste un regolamento per la gestione, che è affidata alla Provincia autonoma di Trento. Di fatto, però, le competenze non sono state definite. Un motivo in più per sollecitare un ripensamento della gestione delle acque del più grande lago italiano.

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