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Passaggio in Valle Aurina: la miniera di Predoi e la speleoterapia

La miniera di Predoi e la speleoterapia nelle sue gallerie sono al centro della seconda puntata di Passaggio in Valle Aurina, il racconto di Mariateresa Martini sul soggiorno dell’estate 2012 in Alto Adige. La puntata racconta il viaggio sul trenino della galleria St. Ignaz, le sedute nel salone sotterraneo e la storia di una miniera di rame documentata dal 1426 e sospesa nel 1893, compresi i diritti e la vita dei minatori.

Passaggio in Valle Aurina, il racconto in quattro puntate:

  1. Il viaggio fino a Cadipietra
  2. La miniera di Predoi e la speleoterapia
  3. Il museo minerario nel Granaio di Cadipietra
  4. L’enigma di Teresa e il conte Enzenberg

In miniera

Torniamo alla nostra fonderia, costruita dopo l’alluvione nelle immediate vicinanze della miniera: dagli scheletri delle finestre numerosi filamenti di rame, come lunghi capelli fatati, irradiano la luce del sole, memori di un passato celebre. Una breve salita a piedi mi porta all’ex casa del topografo della miniera. È originale, anche se sorta altrove: acquisita dall’amministrazione locale, è stata smontata dopo il 1990 e ricostruita all’imbocco della galleria maestra St. Ignaz, per rendere il contesto più suggestivo e credibile. Sul fianco sinistro c’è “un orso”, ma come si conviene da queste parti l’orso, anche se di rame e pietra, è protetto e incatenato. Orto, fienile e pollaio non ci sono più; è rimasto il balconcino del primo piano, abbellito da molti vasi di gerani rossi, e al piano terra, all’ombra del terrazzo, alcune signore mostrano i loro preziosi pizzi al tombolo. La stalla annessa, ristrutturata, è diventata la cassa del museo. Vecchie attrezzature arrugginite sono esposte intorno agli alloggi.

Negli anni Novanta del Novecento alla miniera, ormai improduttiva, viene offerta una possibilità di rinascita: la galleria maestra è riattivata come una successione di spazi visitabili da turisti, scolaresche e ragazzi dei campi estivi, mentre un grande locale a destra del percorso è usato per la terapia climatica.

E io puntualmente sono qui, all’ingresso della miniera, con mantellina plastificata, casco e due coperte sopra i vestiti invernali: abiti da minatore reinterpretati, in blu, visto che appartengo alla spedizione “seduta terapeutica”. I turisti che seguono i percorsi museali vestono di giallo. Sui vagoncini scoperti e strettissimi del trenino da miniera inizio l’avventuroso viaggio a mille metri di profondità, fino ai giacimenti. Compagni di viaggio tesi, in silenzio, uno accanto all’altro, penetriamo nel cunicolo buio: vietato a chi soffre di claustrofobia! O muore o guarisce! Sferragliano le ruote sui binari, e il “taratata… tutu… tarata” mi riporta alle immagini dei minatori, quelli di Guttuso e di Tancredi che trainavano vagoncini come i nostri. Il buio e il rumore ripetitivo del trenino mi fanno pensare alle persone isolate, prigioniere sui treni verso i campi di sterminio.

Il buio continua, anche se a tratti la luce della piccola locomotiva rimbalza in bagliori sulle pareti: inizio un mio viaggio interiore, che il trenino interrompe fermandosi. Niente più “tata… ratata”: mi risputa fuori, con altri gnomi blu, alla luce di grandi lampade. Ogni volta che faccio il tragitto nel buio del cunicolo, la riflessione interiore viene ripresa, sospesa, riapprofondita.

Una figura in legno di minatore con il vagoncino, in una galleria

Nei pressi della stazioncina, in un vano più grande che diventa area di sosta, si trova il vecchio verricello con cui i cesti del minerale venivano issati dal pozzo Erzherzog Johann, che collegava la galleria St. Ignaz al giacimento sottostante, per una profondità di quasi 90 metri. Iniziamo un secondo percorso, breve e a piedi, sempre a luce fioca. A chi è suggestionato dai motti semplici dei vecchi minatori, il semibuio lascia intravedere antri abitati da gnomi e spiritelli misteriosi. Al verricello i visitatori ricevono le informazioni sulla miniera di rame di Predoi, prima delle due escursioni interne: una sul piano della galleria St. Ignaz, l’altra in discesa al cosiddetto sesto livello, dove un tempo si coltivava il minerale.

Siamo nel mondo sotterraneo interamente creato dai minatori, nei cunicoli ora puntellati da robuste travature di legno, da perni e tiranti d’acciaio, nelle gallerie di rocce grigio piombo di origine marina e vulcanica, alternate a strati scistosi. Negli scavi i minatori hanno trovato quarzi, cristalli di rocca, persino oro, pirite e molto rame. Lungo il tratto pedonale che dal verricello porta al centro della miniera è ancora in funzione l’impianto di cementazione del rame. In una successione di canalette di legno viene convogliata l’acqua che, filtrando attraverso i resti del giacimento, scioglie rame e zolfo e li porta con sé come solfato di rame. Nell’acqua sono immerse barre di ferro vecchio: il ferro, per reazione chimica, fa precipitare il rame disciolto. La fanghiglia che ne risulta, il rame di cementazione, decanta in altre piccole vasche, sistemate tra ulteriori canalette. Già dal 1561 il rame si produceva con questo metodo.

Una galleria della miniera di Predoi

Sono alla ricerca mentale delle nozioni scolastiche di chimica quando mi interrompe una guida che, in un angolo, mostra come una fiammella si alimenti con l’acqua invece di spegnersi. Potenza del carburo! Pochi passi e siamo al salone attrezzato per la speleoterapia. Ogni seduta dura due ore, dopo venti minuti di ginnastica respiratoria per migliorare inspirazione ed espirazione. Per il riposo di tutti è richiesto il silenzio. Avvolti nelle coperte portate dagli spogliatoi, ascoltiamo musica con l’iPod, leggiamo, ci appisoliamo. Le guide-assistenti ci offrono per ben tre volte a ogni turno tisane fumanti al miele. Vivo in prima persona il mito della caverna di Platone, ma rovesciato: entrata nel tunnel, procedo verso il mio io più profondo, medito, mi rilasso, per poi tornare alla luce più consapevole.

Il giorno successivo mi aspetta un percorso analogo, rieducazione al respiro e al riposo, nella pancia della miniera. Come novelli Giona o Pinocchio veniamo inghiottiti nella pancia della balena e poi risputati, per pacificarci nel rapporto io-mondo: altro rovesciamento di un luogo comune! All’interno si può respirare a pieni polmoni, mentre all’esterno, dopo le prime sedute, non ci è ancora consentito.

Cinquecento anni di rame a Predoi

Naturale che si acuisca il desiderio di sapere: mi metto a leggere i testi sacri della miniera, presi in prestito dalla biblioteca locale. A Predoi si è scavato per più di cinquecento anni alla ricerca del rame. La miniera è entrata nella storia nel 1426, data dei primi documenti sui cercatori di minerale che percorrevano in lungo e in largo il Tirolo. Il punto di affioramento si trovava appena sopra il limite del bosco, vicino alla Croce di Val Rossa, a circa 2000 metri di quota. Per cercare il minerale i minatori usavano la bacchetta da rabdomante e un’attenta osservazione della natura. Trovato il giacimento nel punto in cui affiorava, scavavano pozzi e avanzavano per gallerie nel fianco della montagna, seguendo la vena. Le prime gallerie maestre, le più alte, sono state scavate a mano con punta e mazzetta; la galleria St. Ignaz è stata realizzata in tutta la sua lunghezza con la polvere da sparo, impiegata per la prima volta dal 1637, come risulta dai contratti dei minatori.

Contratti che poi sono stati applicati a picconieri, addetti al lavaggio, al raffinamento e alla fusione. Fra i riconoscimenti più significativi c’era il diritto alla casa, una baracca di legno: già nel Quattrocento il Comune in cui i minatori sceglievano di risiedere concedeva loro un terreno su cui costruirsi un’abitazione. La prosperità dell’industria mineraria era così importante per le finanze statali che i principi territoriali facevano valere queste regole anche contro gli interessi dei contadini. Ma venne il tempo dell’Assolutismo e della crisi, quando si tassò pesantemente la costruzione delle case dei minatori, costringendo molti a diventare subaffittuari di altri minatori o di contadini. Le case, pensate per una famiglia, divennero l’abitazione di più famiglie, che condividevano l’unico locale riscaldato, la stube. Il denaro bastava solo per le manutenzioni più urgenti, e le baracche dei minatori mostravano a occhio nudo la miseria dei loro inquilini. Non vi ricorda nulla delle condizioni attuali dei lavoratori?

I diritti dei minatori furono riconosciuti anche agli altri operai del settore: fonditori, addetti ai carrelli e ai verricelli, impiegati, boscaioli, carbonai, addetti al trasporto verso il Granaio. Con i lavoratori esterni, gli imprenditori e gli amministratori della giustizia formavano la Comunità della Miniera, naturalmente con mogli e figli. Se nei primi secoli i minatori erano stati scherniti come gnomi trasandati, perché abitavano ai margini del paese e vestivano di stracci quando dovevano entrare in miniera, via via il loro prestigio aumentò. Nessuna categoria otteneva riconoscimenti quanto gli operai della miniera, e ne erano orgogliosissimi, come della responsabilità individuale nata dalla libertà di decidere del proprio lavoro, spesso passato di padre in figlio. Avevano una giurisdizione autonoma, l’esenzione da una parte delle tasse, esclusa la decima al principe, l’esenzione dai pedaggi, la prelazione negli acquisti, la libertà di caccia, pesca e raccolta della legna, il riposo nelle tante festività religiose. Alcuni minatori intervistati sostengono di essersi sentiti liberi di tutelare al meglio la propria integrità.

«La miniera deve godere di libertà, altrimenti le cose non andrebbero come si deve», scriveva Gätzschmann in Die Lehre von den bergmännischen Gewinnungsarbeiten, raccomandando l’«affidamento a Dio e alla fortuna». «La miniera richiede intelligenza e una buona mano», si legge nel Bericht vom Bergwerck di Löhneyss. Certo, il lavoro dei minatori era pericoloso e insalubre, ma fatto con orgogliosa tenacia. «Chi scava nella miniera e gioca a scacchi, faccia attenzione e lavori con calma», ammoniva Adolf Beyer negli Otia Metallica del 1748.

I diversi mestieri, affidati a personale esperto e specializzato, si esercitavano con contratti d’appalto, a gruppi di lavoratori associati, o a cottimo per chi apriva pozzi e gallerie: era il lavoro più faticoso e pericoloso, perciò pagato più degli altri. Erano ben pagati anche i fonditori, capaci di fare della propria attività un’arte, fino alla qualità più alta del “rame rosetta”. Prestigio e diritti si ridussero invece nell’epoca dell’Assolutismo: l’orario passò da otto a dodici ore e le festività calarono. Rimase in vigore la possibilità di ricevere parte del salario in natura, con beni raccolti nel Granaio dagli amministratori e ceduti ai lavoratori al posto del denaro: attrezzi, cereali, sego. Il rame restava fondamentale: il sovrano lo riceveva a prezzi di favore e lo destinava all’industria degli armamenti per la fusione dei cannoni e la produzione di ottone, all’industria tessile e alle aziende elettriche.

Nel 1893 l’attività mineraria è stata sospesa: il rame del Cile, estratto in grandi coltivazioni a cielo aperto, costava molto meno. Lo ricorda, con un po’ di compiacimento per il passato florido e di malinconia per il declino, la poesia scritta da Hugo von Enzenberg sulla parete di un edificio di Cadipietra: Per quattrocento anni la miniera è fiorita, / molta gente si è curata di lei, / chi con mano intelligente e forte, / chi con pazienza e acuto intelletto. / Il rame era il migliore, / dagli Urali fino alla costa spagnola, / ha portato in valle ricca fortuna, / c’era traffico con slitte e con carri. / Poi arrivò dall’America troppo rame, / là lo estraggono con troppa facilità; / questo ci ha mandato in rovina in breve tempo, / provo pena per la gente e per la miniera!

La terza puntata, «Il museo minerario nel Granaio di Cadipietra», esce sabato 24 ottobre alle 7.

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