Il museo minerario nel Granaio di Cadipietra è la terza tappa di Passaggio in Valle Aurina, il racconto di Mariateresa Martini sul soggiorno dell’estate 2012 in Alto Adige. Nel magazzino settecentesco della miniera di Predoi, museo dal 2000, l’autrice incontra la raccolta dei conti Enzenberg, il presepe del Settecento, le leggende dei coboldi e la preghiera dei minatori.
Passaggio in Valle Aurina, il racconto in quattro puntate:
- Il viaggio fino a Cadipietra
- La miniera di Predoi e la speleoterapia
- Il museo minerario nel Granaio di Cadipietra
- L’enigma di Teresa e il conte Enzenberg
Il Granaio e la salamandra di rame
Sono alla sede del vecchio centro amministrativo della miniera, a Cadipietra, sulle tracce suggerite dalle letture. Nel Granaio, gli enormi spazi che dal Settecento erano il magazzino dei generi alimentari della miniera, dall’autunno 2000 è allestito il museo minerario. Nella concretezza delle sale voglio frenare l’immaginazione che i racconti avevano sollecitato, e confido nell’aiuto del responsabile del museo, il signor Hans Leiter.
Entro con questa aspettativa, ma l’ingresso è a mezza luce: alcune cose appaiono nelle trasparenze delle vetrate, altre, lontane dalla luce, sono indistinte. Ciò che vedo è reale o solo apparente? Ogni visita al museo fa scoprire qualcosa di nuovo, così torno spesso, con la stessa perseveranza di chi ha cercato il rame. Mossa strategica degli organizzatori o suggestione subliminale?
Hans mi guida al racconto della “salamandra di rame”, diventata fumetto grazie alla perizia grafica di Peter Chiusole: racconta l’origine del grosso masso scuro incatenato in una gabbia di ferro fuori dal museo. È la storia di un mostro, precipitato lungo l’Aurino come un blocco solido, che si sveglia una notte sulle rive, affamato, e attraversa il villaggio per ingurgitare ogni tipo di metallo. Per fortuna la zona è protetta da una Grande Madre di pietra con il Figlio benedetto, e così, dopo agitazioni notturne fra stridori di catene e deglutizioni di lattine, il mostro torna metallo solidificato alla porta del museo. È di nuovo nella sua gabbia: è una “Ofensau”, rame rappreso, del tutto simile all’orso fuori dalla miniera, che sottoposto al calore assorbirebbe altro metallo invece di restituire il suo.
Anche i tratti originali della borgata dipendono dal rame. Il rosa quieto delle pareti del museo e di molte costruzioni nasce dall’unione tra la calce e il caput mortuum, avanzi di polvere ramata, che danno quella coloritura così appagante per gli occhi. Le cornici delle finestre e dei portoni, i cerchi del sottotetto, le lesene chiare disegnano un perfetto equilibrio di pieni e di vuoti, di luce e d’ombra, che sarebbe piaciuto a Leon Battista Alberti.

Hans mi suggerisce di dedicare un po’ di tempo all’esposizione temporanea sulla vita contadina in alta montagna: modelli di abitazioni, segherie, masi, coltivazioni e mulini, rappresentati in ogni dettaglio da abili intagliatori. Alle pareti, le foto della processione che gli abitanti della valle compiono da secoli, da Predoi a Casteldarne, per raggiungere la Madonna del grano. Il pellegrinaggio, per propiziare un buon raccolto, dura più di una giornata e di una nottata, con le soste per il riposo e per i riti nelle chiese delle valli attraversate. Partecipano solo i capifamiglia: nel Settecento la processione fu proibita alle donne, poi ai giovani. Regole dettate da censura o buon senso, per evitare complicazioni affettive o fattacci? Mi perderei ore in disquisizioni sul rapporto tra Chiesa, donne e territorio, ma ci sarà l’occasione propizia, non ora.
Torno da Hans: un po’ distratto, un po’ concentrato tra mille pensieri che in ogni momento della giornata devono trovare la loro quadra, gli occhi che da blu si fanno scuri, viola. Se lo richiami sorride e aggiunge: «Non l’avevo vista». Una vocina mi suggerisce: «Sei diventata parte dell’arredamento!», ma è naturale non accorgersi di qualcuno quando si è al computer, alla cassa, al telefono, ad ascoltare i visitatori, tutto contemporaneamente. Solo le donne riescono a fare molte cose in una volta: vero, Evi? Aiutante solare, mora con gli occhi scuri invece che bionda con gli occhi azzurri come vi sareste aspettati in queste terre del nord, con uno splendido sorriso si conferma novella Biancaneve, posta a sorvegliare gli elfi e i folletti di queste parti. Quando andrete al museo è probabile che vi sembri diversissimo: può accadere per quello strano incantesimo locale che perdura anche fuori dalla miniera, merito dei coboldi. Con la loro alleanza nulla può preoccuparci!
Già, i coboldi. «Questo maledetto piccolo coboldo ha di nuovo nascosto la mia mazzetta. Appena l’altro giorno ci ha spostati in un altro posto, che quasi non riuscivamo più a uscire dalla miniera. Ma che cosa ci si può fare? Dove scorrazzano i coboldi, si trova minerale in grande quantità». «Hai visto il mio martello? Non devi fare rumore, se no i folletti della miniera se la prendono con te. E poi osservano scrupolosamente se fai bene il tuo lavoro. Perciò sforzati, per piacere». «So di preciso che mi vorresti solo mettere alla prova. Arrivi in forma di un piccolo topo innocuo, ma in realtà sei uno dei folletti della miniera. Vieni, prendi un po’ della mia merenda, così mi aiuti ad avere un periodo fortunato. Non lo dico a nessuno, se no la fortuna va a farsi benedire».
Hans, come se avesse capito che mi sono persa a fantasticare, si avvicina e mi guida verso le nuove acquisizioni. Parla tedesco e italiano, e le poche incertezze rendono l’approccio intrigante. Tutta la vicenda dei musei delle miniere ha parti chiare e contorni indefiniti, a conferma dell’influenza dei folletti e del fatto che, in ogni percorso, il viaggio stesso ci trasforma. Anche nelle sale c’è un alone di magia che a tratti evapora, per lasciare spazio agli oggetti e ai fatti.
Il presepe e la raccolta dei conti Enzenberg
Ecco un presepe del Settecento, simbolo di devozione e pietà religiosa, in un’atmosfera indefinibile. Viene da Liebeneich, a Terlano, il castello di residenza invernale della famiglia Enzenberg e prima dei Tannenberg. È fatto di figurine di legno vestite con abiti tirolesi del tempo, modificati nei secoli seguendo le trasformazioni culturali: solo gli angeli e i magi conservano i preziosi abiti settecenteschi, scintillanti, mentre i popolani tirolesi si sono aggiornati dal Settecento al Novecento, e con loro il presepe vive e rivive. Fantastico e delicato insieme, è un ponte tra cultura mitteleuropea e borbonica, fra devozione comunitaria e familiare, fra passato e presente, fra Alto e Basso Tirolo.

Mi soffermo a lungo sulle interviste trasmesse al centro dell’esposizione, tanto sono coinvolgenti. Vorrei aver memorizzato, per ripeterle, le parole degli ex minatori, la loro versione della vita in miniera e nella comunità, le incomprensioni con il sindacato quando negli anni Settanta del Novecento aveva proposto di occupare la miniera, mentre per i minatori, diventata improduttiva, aveva finito il suo ciclo e raggiunto un meritato riposo. Poi le parole misurate del conte Georg Enzenberg, che ha dato vita al museo coinvolgendo Comune e Provincia e offrendo alla comunità tutte le collezioni esposte. Nell’intervista il conte ripercorre la storia del casato e racconta come il nonno, il conte Hugo von Enzenberg, colto e poeta, ultimo imprenditore minerario di Predoi, si facesse costruire i modellini dell’attività mineraria per custodirli in una stanza segreta del “Gassegg”. La Camera dei modelli diventava “il gabinetto delle meraviglie”, secondo una tradizione del Seicento: a Bologna le raccolte di Cospi, Marsili e Palagi hanno contribuito agli attuali musei civici. Mentre Georg mostra gli oggetti, li accarezza uno a uno, prima di consegnarli alla comunità che l’ha visto crescere e nella quale continua un po’ di se stesso.
Grazie a lui il Kornkasten, il Granaio, da magazzino della miniera è diventato il museo di Steinhaus, il nome tedesco di Cadipietra. Nel Settecento l’edificio era stato costruito su tre piani per raccogliere e distribuire ai minatori cereali, materie prime, attrezzi e lampade da lavoro, consegnati in parziale sostituzione del salario in denaro: i Pfennwerte, ciò che ha il valore di qualche Pfennig. Cessata l’attività mineraria nel 1893, l’edificio torna magazzino per alcuni decenni, finché nel 1989 il Comune lo acquisisce, accettando la proposta del conte Enzenberg di trasformarlo in museo; passa poi sotto la responsabilità della Provincia di Bolzano, che amministra tutto il complesso del Museo delle Miniere dell’Alto Adige.
Al centro dell’esposizione c’è proprio la raccolta della famiglia Enzenberg, fatta di modelli e oggetti dell’attività mineraria: una raccolta probabilmente unica in Europa, perché ai modellini in legno degli impianti si sono aggiunti dipinti, carte minerarie istoriate, libri, documenti e reperti. Ciascuno fa rivivere un pezzo della storia mineraria della Valle Aurina. Significativa la riproduzione dell’intera miniera di Rio Rosso (Rettenbach) con le sette gallerie maestre e i depositi del minerale, i modelli di fonderie, forni fusori, impianti di arricchimento e di sollevamento dell’acqua dai pozzi. Nelle vetrine ci sono strumenti originali di misurazione, lampade da minatore, campioni di minerale e saggi di fusione, le Politten, contromarche che autorizzavano il trasporto del minerale, e campioni di roccia di tutta la valle. Le collezioni chiedono la partecipazione del visitatore: si devono aprire personalmente sportelli e cassetti dei mobili alle pareti, in un’operazione di ricerca e scoperta che è la metafora del lavoro dei cercatori di rame.
Santa Barbara e la preghiera del minatore
Nella sala posteriore cinque vetrine sono dedicate a oggetti e temi socio-culturali: il salario, i privilegi dei minatori, fede e superstizione, le donne, gli imprenditori. Rileggo l’elenco dei diritti scritti nei contratti, i messaggi dei minatori: stanchi, affranti, innamorati, fiduciosi in Dio. La consapevolezza di essere in continuo pericolo li ha portati a una devozione particolare verso i santi protettori, ai quali dedicavano chiese, cappelle, capitelli e crocifissi: la vallata ne è ricca, il museo ne dà altre conferme. Ecco il quadro di Santa Barbara, con le chiome bionde sull’abito rosato e la palma nella mano, sorridente e garbata, icona del fatato più che del martirio, che continua a proteggere tutti da questo angolo di terra.
Mi appunto la “Preghiera di un minatore”: Dio onnipotente, / creatore dei metalli, / tu che puoi dare / benedizione e prosperità / al nostro duro lavoro, / ti prego / dal profondo del mio cuore / che tu voglia di grazia / darmi il mio pane quotidiano / e indicarmi / dove io devo picchiare con la mazza, / scavare e penetrare e frantumare, / e che tu voglia, / secondo la tua divina volontà, / donarmi nella mia miniera / un filone produttivo, prezioso, / buono e ricco minerale / e darmi la tua benedizione / per il mio lavoro. / Proteggimi / anche nel mio duro lavoro / e fa’ che i tuoi angeli entrino ed escano con me / dalla miniera, / che mi proteggano lungo la strada, / nella galleria e nelle discese in miniera, / che non mi cada addosso / alcuna parete, / che non mi incanti, / terrorizzi o accechi alcun mostro, / e che nessun gas o cattiva esalazione / mi possano intossicare. / Per i meriti del tuo amato figlio Gesù Cristo, / mio unico intercessore e salvatore. / Sempre sia lodato per l’eternità. / Amen.
I visitatori più giovani si impadroniscono facilmente dei computer, per entrare con un clic nel mondo virtuale delle meraviglie. Più che esaminare il dinamometro per la polvere da sparo o l’enorme mantice usato per pompare aria nella miniera, resto a osservare il lungo abito in pizzo al tombolo, realizzato dalle donne quando dovevano supplire agli scarsi guadagni dei mariti. Guardo le foto di famiglia, poi studio come il simbolo della miniera, mazza e scalpello, si sia trasformato negli ultimi secoli in AH, l’acronimo di Ahrner Handel, la società del “Commercio Aurino”. Si lavorava “presso l’Handel”, e le iniziali AH decorano atti, mobili, stufe e pareti degli edifici. All’epoca della visita il trasferimento dell’archivio non era ancora completato, per ritardi burocratici.
La quarta e ultima puntata, «L’enigma di Teresa e il conte Enzenberg», esce domenica 25 ottobre alle 7.


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