Secondo alcune fonti, la fondazione della parrocchiale della località gardesana risale alla moglie del re longobardo Aginulfo

A San Felice la chiesa di Teodolinda

29/07/2000 in Storia
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Di Luca Delpozzo
Riccardo Bartoletti

Nel rac­colto abi­ta­to di San Felice svet­ta per le sue notevoli dimen­sioni la par­roc­chiale inti­to­la­ta ai San­ti Felice e Adau­to. L’edificio attuale è il risul­ta­to del­la ricostruzione, avvenu­ta per decre­to del vesco­vo Gius­tini­ani nel 1749, su prog­et­to dell’architetto Anto­nio Cor­belli­ni, che riprende per la fac­cia­ta la soluzione già adot­ta­ta per la par­roc­chiale di Coccaglio, con l’unica dif­feren­za del tim­pano ricur­vo anziché tri­an­go­lare, men­tre l’interno ricor­da lo schema del­la par­roc­chiale di Orzivec­chi, a croce gre­ca e ampi volu­mi svilup­pati sot­to la vol­ta cen­trale. La fon­dazione del­la chiesa, come si legge in una pub­bli­cazione del Tavel­la, già pre­vos­to di San Felice, viene fat­ta risalire a Teodolin­da, moglie del re lon­go­b­ar­do Agilul­fo, la quale giunse in ques­ta local­ità del Gar­da insieme al vesco­vo di Bres­cia Felice, da cui appun­to derivò il nome al paese e all’edificio reli­gioso. Se questo episo­dio ha molti con­torni leggen­dari, è invece cer­to che già dal XIV esiste­va un edi­fi­cio di cul­to, al quale nel 1432 venne con­ces­so il fonte bat­tes­i­male. La rifab­bri­cazione del­la par­roc­chiale com­portò l’irrimediabile perdi­ta di un ciclo di affres­chi ese­gui­ti dal nell’antico pres­bi­te­rio, che raf­fig­u­ra­vano il mar­tirio dei due san­ti, gli idoli atter­rati dal sof­fio di san Felice e i pagani osta­co­lati dai demoni men­tre ten­ta­vano di dis­sot­ter­rare i loro cor­pi. D’altra parte è anco­ra con­ser­va­to sull’altare mag­giore un olio su tela del­lo stes­so autore con i san­ti Felice, Adau­to, Anto­nio Abate, Gio­van­ni Evan­ge­lista e Gen­naro (la let­tura icono­grafi­ca di quest’ultima figu­ra è dub­bia). Sia le pit­ture per­dute sia la tela, sul­la cui attribuzione al Romani­no alcu­ni crit­i­ci in ver­ità dis­cor­dano, sono data­bili, sul­la base di doc­u­men­ti con­ser­vati all’archivio comu­nale di San Felice che attes­tano in quel peri­o­do paga­men­ti al pit­tore bres­ciano, al peri­o­do com­pre­so fra il 1532 e il 1536. Altre sono le tes­ti­mo­ni­anze pit­toriche deg­ne di atten­zione e vis­i­bili sug­li altari lat­er­ali del­la set­te­cen­tesca chiesa: ador­na infat­ti il ter­zo altare di destra la pala di Pietro Ric­chi (1606–1675) raf­fig­u­rante l’Incoronazione del­la Vergine e i San­ti Nico­la da Bari, Anto­nio da Pado­va, Apol­lo­nia e Bernar­do di Chiar­avalle, attribui­ta gius­ta­mente all’artista nati­vo di Luc­ca da San­dro Guer­ri­ni, nel­la quale i richi­a­mi alla cul­tura gio­vanile dell’artista si unis­cono a citazioni raf­faellesche (San­ta Cecil­ia alla Pina­cote­ca di Bologna); un dip­in­to sei­cen­tesco con la Madon­na e san Roc­co orna l’altare omon­i­mo sul­la parete a sin­is­tra; men­tre appar­tate in sacres­tia sono la Madon­na del Rosario con i San­ti Domeni­co e Cate­ri­na da Siena e una del­i­ca­ta Nativ­ità. La pri­ma opera ripor­ta la fir­ma di Gio­van­ni Andrea Bertan­za: l’iconografia del dip­in­to acquisì grande popo­lar­ità in segui­to alla devozione per la Madon­na del­la vit­to­ria pro­mossa da Papa Pio V, in ringrazi­a­men­to del­la vit­to­ria di Lep­an­to (1571), ricor­ren­za che venne suc­ces­si­va­mente inti­to­la­ta alla Madon­na del Rosario. La tela del­la Nativ­ità, in orig­ine col­lo­ca­ta nel con­ven­to del­la Madon­na del Carmine, poco fuori dall’abitato di San Felice, è ascrit­ta al cat­a­l­o­go del cinque­cen­tesco Zenon Veronese. Le volte del­la rin­no­va­ta par­roc­chiale accol­go­no gli affres­chi di Car­lo Inno­cen­zo Car­loni, orig­i­nario di Scaria del­la val d’Intelvi, e del suo col­lab­o­ra­tore Gio­suè Scot­ti, ese­gui­ti attorno al 1760, che riper­cor­rono gli episo­di salien­ti del­la vita dei san­ti Felice e Adau­to (il mar­tirio, la sepoltura, il ten­ta­to rapi­men­to, la glo­ri­fi­cazione e un mira­co­lo). Le fig­ure, qua­si lev­i­tan­ti nel­lo spazio delle cupole, sem­bra­no ulte­ri­or­mente alleg­gerire la strut­tura architet­ton­i­ca inter­na e con­feriscono insieme agli algi­di stuc­chi una lumi­nosità dif­fusa, che sot­to­lin­ea il gio­co di cur­va­ture e rien­tranze delle pareti. Risaltano inoltre nelle cap­pelle lat­er­ali i mar­mi ver­si­col­ori degli altari, fra i quali si ammi­ra quel­lo ded­i­ca­to alla Madon­na del Rosario, con la stat­ua del­la Vergine e le quindi­ci tele dei Mis­teri del Rosario, rac­chiuse in una preziosa cor­nice. Meri­ta infine men­zionare, a con­clu­sione di ques­ta rap­i­da panoram­i­ca sug­li arre­di del­la chiesa, la men­sa dell’altare mag­giore: real­iz­za­ta nel 1856 da Gio­van­ni Emmanueli su prog­et­to di Alessan­dro Sidoli, è cos­ti­tui­ta da cinque bas­so­rilievi in mar­mo di Car­rara, alter­nati a spec­chia­ture in bron­zo dora­to. Le sto­rie scol­pite ripro­ducono, oltre agli episo­di salien­ti del­la vita dei san­ti tito­lari, il momen­to in cui il padre Ange­lo Moni­ga, mona­co benedet­ti­no, pre­sen­ta al clero di San Felice le reliquie dei due mar­tiri (lato destro) e san­ta Flavia men­tre si las­cia con­durre al carcere dove sono imp­ri­gionati Felice e Adau­to (lato sin­istro). Ric­car­do Bartoletti

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