Le formelle restano esposte fino al 28 febbraio nella Sala dei Provveditori

Quattordici scultori per una Via Lucis

04/02/2001 in Cultura
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Di Luca Delpozzo
f. lor.

Le 14 stazioni del­la Via Lucis rester­an­no esposte fino al 28 feb­braio nel­la Sala dei Provved­i­tori del Palaz­zo munic­i­pale, vis­itabili il saba­to e la domeni­ca. Il per­cor­so in 14 stazioni ideato in occa­sione del Giu­bileo del Duemi­la, rin­no­van­do la tradizione, che fu viva soprat­tut­to dal tar­do ’500 al ’700, dei Sac­ri Mon­ti, era sta­to pen­sato per una col­lo­cazione da Salò a Serni­ga. Ma sono nate polemiche e per­p­lessità nel­la stes­sa Giun­ta, per­ché le 14 formelle affi­date ad altret­tan­ti artisti sareb­bero finite in san­telle lun­go un per­cor­so poco bat­tuto a pie­di, a ris­chio di van­dal­is­mi. Prob­a­bil­mente le piazzer­an­no in pieno cen­tro, in via Gas­paro da Salò, e sul per­cor­so per Serni­ga andran­no dei foto­calchi. Le san­telle, anziché la più con­sue­ta Via Cru­cis lun­go le stazioni del­la Pas­sione, evo­cano gli even­ti che la litur­gia col­lo­ca tra la Pasqua e la Pen­te­coste, del Cristo che si riv­ela ai dis­ce­poli, per comu­ni­care la Res­ur­rezione. Il Cristo che indi­ca al cre­dente la via del ritorno dell’umanità a Dio. Non essendo sta­to qui il com­mit­tente un isti­tu­to reli­gioso, ma l’Amministrazione civi­ca, ci si doman­da quale sig­ni­fi­ca­to pos­sa acquistare il per­cor­so per tut­ta la comu­nità, cre­den­ti e non cre­den­ti. Lo si ritro­va senz’altro nel richi­amo alla prat­i­ca dell’arte come legante di un con­testo fisi­co e spir­i­tuale. Nell’Europa occi­den­tale si impose la figu­ra del Cristo cro­ci­fis­so, uomo sof­fer­ente e morente che riv­ela il volto divi­no; nell’Europa ori­en­tale quel­la del Cristo abbagliante di luce e di glo­ria. Pro­prio fonden­do le due tradizioni si arri­va alla Via Lucis salo­di­ana. Dal­la via che pas­sa attra­ver­so la sop­por­tazione del­la morte, all’invito a fare espe­rien­za del­la bellez­za ed a irra­di­ar­la, riper­cor­ren­do le tappe del­la Trasfig­u­razione. Vedi­amo le 14 «stazioni». In quel­la di Ilmì Kase­mi, Gesù risorge dal­la morte: fonde com­postez­za e scon­vol­gi­men­to emo­ti­vo. Nel­la formel­la di Entela Kasé­mi, I dis­ce­poli trovano il sepol­cro vuo­to. Insegue mezzi scabri e laconi­ci, in nome dell’energia costrut­ti­va. Nel­la formel­la di Ugo Donati, Il Risor­to si man­i­fes­ta alla Mad­dale­na: il dis­eg­no delle fig­ure, fat­to arabesco, è assor­bito total­mente nel­la luce, per attin­gere una dimen­sione ultra­sen­si­bile. Nel­la formel­la di Giuseppe Riva­dos­si si incon­tra Il Risor­to sul­la stra­da per Emmaus. Le fig­ure spri­gio­nano dal grem­bo del­la san­tel­la, ser­rate nel sen­ti­men­to corale dell’esistenza, nei sec­oli. In Albano Moran­di, Il Risor­to spez­za e dona il pane. Un seg­no di croce fran­tu­ma la formel­la come un guiz­zo di luce, tra feri­ta e gri­do, den­tro una vor­agine. In Fran­ca Ghit­ti, Il Risor­to si man­i­fes­ta ai dis­ce­poli. La san­tel­la nasce da scar­ti di stampi in fer­ro di antiche fucine: in uno speci­fi­co ambi­ente, si fon­dono la vita delle forme e quel­la degli uomi­ni, acqui­s­tan­do con­sapev­olez­za che la vita umana non si esaurisce nel tragit­to di una sola esisten­za. Nel­la formel­la di Mar­i­ano Fuga, Il Risor­to dà il potere di rimet­tere i pec­ca­ti. L’amore spande i suoi doni, e qui l’alito divi­no ani­ma una sap­i­da, vivi­da ges­tu­al­ità. La formel­la di Anto­nio Stag­no­li è ded­i­ca­ta al Risor­to che con­fer­ma la fede di Tom­ma­so. Il mira­co­lo sca­tur­isce con nat­u­ralez­za, dal­la realtà quo­tid­i­ana, come ris­arci­men­to di sol­i­dale pietà agli umil­iati e offe­si, che scon­tano su di sè il dolore del mon­do. Gian­fran­co Ren­zi­ni sceglie Il Risor­to che si man­i­fes­ta sul lago di Tiberi­ade. La sto­ria sacra si com­pie alla trascrizione lir­i­ca e stu­pe­fat­ta del­la realtà min­i­ma dei pesca­tori inten­ti a tirare le reti, poveri di spir­i­to deg­ni delle beat­i­tu­di­ni evan­geliche. In Giuseppe De Lucia, Il Risor­to con­ferisce il pri­ma­to a Pietro. Un tono qui­eto e per­sua­si­vo, nel porre l’accento su dati reali, riconosci­bili, il Cristo come un padre buono e con­so­la­tore. Per Pao­lo Fras­cati, Il Risor­to che invia i dis­ce­poli nel mon­do è un fremi­to d’energia, una fiamma guiz­zante che dal­la notte più cupa del mon­do in cui si dibat­te in Croce, trasfor­ma l’invocazione, il lamen­to, il gri­do in un’ansia di res­ur­rezione nel­la lumi­nosità. Nell’opera di Giulio Mot­tinel­li, Il Risor­to ascende al Cielo, lad­dove la luce, come una cas­ca­ta che ridesti tut­ta la natu­ra in un sog­no di rigoglio, pen­e­tran­do nei pori più seg­reti delle cose, illu­mi­na un tem­po esta­ti­co. Nel­la formel­la di Beat­riz Mil­lar ci si attes­ta con Maria in atte­sa del­lo Spir­i­to San­to: l’umanità con­tem­po­ranea frut­ti­fi­ca sull’albero del­la vita, o albero-Chiesa, che s’identifica anche con un rosone. Un rac­con­to di col­ori sim­bol­i­ci del­la fede come comu­ni­cazione fra­ter­na. Nell’ultima stazione, Attilio For­gi­oli figu­ra Il Risor­to che man­da lo Spir­i­to San­to con una manipo­lazione plas­ti­ca, baroc­ca e organicista del­la ceram­i­ca: la luce div­ina irrag­gia la ter­ra che è un coag­u­lo den­so e pal­pi­tante di col­ori gem­mati, fos­fores­cen­ti. Le mani fan­tas­ti­cano quan­do par­lano con la mate­ria, cer­cano di lib­er­are lo spir­i­to che vi è imp­ri­gion­a­to. Questo, comunque, dice a tut­ti la Via Lucis di Salò. f. lor.

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