Allarme maltempo. L’osservatorio di Desenzano denuncia una situazione paradossale Ma la postazione radar è sguarnita: manca il personale

«La grandine? Era prevedibile»

Di Luca Delpozzo
Desenzano del Garda

Non è vero che il ter­ri­to­rio bres­ciano sia indife­so con­tro la gran­dine. A Desen­zano c’è da quat­tro anni un radar per­fet­ta­mente fun­zio­nante, in gra­do di ril­e­vare le nubi gran­dini­gene in arri­vo dall’ampio set­tore tra il Bren­nero e l’Appennino, tra Novara e Venezia. Lo stru­men­to c’è, ma è come se non ci fos­se: per man­can­za di per­son­ale (e di sol­di) la postazione è rimas­ta sguar­ni­ta. Così nes­suno ha potu­to dare l’allarme quan­do, la notte del 4 agos­to, la cat­a­strofe si è abbat­tuta sul Bres­ciano. Si pote­va almeno sal­vare il salv­abile, sten­dere le reti sui campi, met­tere le auto in garage. Ma la «sen­tinel­la» era muta, un occhio sen­za voce. Accan­to alla macchi­na non c’era un uomo, e il dis­as­tro ha sor­pre­so tut­ti nel son­no. Il radar. E’ uno Sper­ry Marine Mk 10 di fab­bri­cazione amer­i­cana in dotazione all’Istituto di Geofisi­ca e Bio­cli­ma­tolo­gia sper­i­men­tale, che ha sede nel­la torre Speco­la del castel­lo di Desen­zano. «Con questo stru­men­to — spie­ga il pro­fes­sor Gian­fran­co Bertazzi, docente di fisi­ca ter­restre all’ Cat­toli­ca di Bres­cia — la grand­i­na­ta del 4 agos­to pote­va essere pre­vista con almeno tre ore di anticipo. Il nos­tro radar può ril­e­vare nubi che con­tengono acqua nei suoi sta­ti liq­ui­do e soli­do uti­liz­zan­do la ban­da X, cor­rispon­dente alla lunghez­za d’onda di 3 cm. con la fre­quen­za di 10 mila Mhz. In fun­zione dell’intensità delle immag­i­ni sul­lo scher­mo è pos­si­bile capire se si è in pre­sen­za di masse gran­dini­gene, val­u­tarne direzione e veloc­ità. Fino a pot­er dare, all’occorrenza, l’allarme alle autorità. Purchè ci sia qual­cuno». La sen­tinel­la muta. Gran bel radar, quel­lo di Desen­zano. E non è l’unico stru­men­to in dotazione all’osservatorio di Desen­zano. Sono attivi i col­lega­men­ti h24 con l’Istituto oceanografi­co di Ambur­go, i satel­li­ti polari e Meteosat. Sul tet­to, sen­sori elet­tron­i­ci ril­e­vano un menù com­ple­to di dati atmos­feri­ci. Tut­to, però, è sen­za per­son­ale: c’è solo il pro­fes­sor Bertazzi che se ne occu­pa quan­do può e vi tiene stages per lau­re­an­di in fisi­ca (12 le tesi di lau­rea prodotte con gli stru­men­ti di Desen­zano). Intan­to, si aspet­ta che si sblocchi­no le con­ven­zioni e i finanzi­a­men­ti in Provin­cia e in Regione. L’attesa dura da 4 anni. I fon­di. L’Istituto di Geofisi­ca è un’associazione di Enti pub­bli­ci: aderiscono i Comu­ni di Desen­zano, Poz­zolen­go, Toscolano Mader­no e Sirmione oltre all’Azienda con­sorzio Gar­da Uno. Con i loro con­tribu­ti (e con le don­azioni dell’ingegner Rober­to Spreafi­co) si è provve­du­to alle stru­men­tazioni e alla sede. Ora serve la gente che lavori. «Con altri 450 mil­ioni di vec­chie lire, potrem­mo met­tere in fun­zione un cen­tro sta­bile e pro­fes­sion­ale — spie­ga Orlan­do Farinel­li, ex asses­sore di An a Desen­zano e pres­i­dente dell’Istituto -. E’ impens­abile affi­dar­si solo a stu­den­ti e volon­tari: ser­vono due tec­ni­ci stipen­diati, che insieme a Bertazzi e ai suoi stu­den­ti garan­ti­reb­bero una cop­er­tu­ra. Final­mente è alla fir­ma la con­ven­zione con la Provin­cia, che ha fon­di disponi­bili. Anche la Regione ha espres­so disponi­bil­ità, ma il tem­po stringe ed è giun­to il momen­to di venire al sodo. Tiran­do le somme. Non v’è dub­bio che la grand­i­na­ta del 4 agos­to abbia las­ci­a­to il seg­no nel Bres­ciano: 105 mil­ioni di euro di dan­ni a pri­vati, aziende e municipi, più altri 27 mil­ioni di euro per l’agricoltura. Col­pi­ti 217 mila ulivi, bom­bar­dati 400 ettari di vigneti, rac­colti dis­trut­ti tra il 50 e il 90%. Si pote­va evitare? «E’ sta­ta una vio­len­ta com­mozione atmos­fer­i­ca, che in ogni caso avrebbe prodot­to dis­as­tri — ammet­tono all’istituto di Desen­zano -. Ma se aves­si­mo dato l’allarme tre ore pri­ma, gli agri­coltori avreb­bero potu­to sten­dere le reti anti­gran­dine sui campi, chi­ud­ere le serre, met­tere al riparo i macchi­nari. Anche i pri­vati pote­vano met­tere l’auto in garage, chi­ud­ere le tap­par­elle, eccetera. Si pote­va, insom­ma, sal­vare il salvabile».

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