La figlia Daniela ha deciso di pubblicare le memorie del padre scomparso nel 1976 all’età di 72 anni: «Un atto di rispetto per papà e tutti quelli che sono morti senza lasciare nulla». La presentazione del libro curato dalla Grafo è in programma il 6 n

Un diario di dolore e paura

22/10/2005 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Sergio Zanca

Pietro Cavedaghi se n’è anda­to nel luglio ’96, all’età di 72 anni, las­cian­do nel cas­set­to del­la scriva­nia il suo diario, che rac­con­ta­va il dolore del­la guer­ra, l’in­ter­na­men­to in Ger­ma­nia, la sper­an­za del ritorno a casa. Pagine sem­pli­ci, a volte con errori ortografi­ci, ma che gri­dano la rab­bia per quel­l’or­rore. Ora la figlia Daniela ha deciso di dare alle stampe il diario: un atto di memo­ria e di rispet­to ver­so il papà e, in un cer­to sen­so, nei con­fron­ti di quan­ti sono scom­par­si sen­za las­cia­re nem­meno un fram­men­to dei loro pensieri.«Pietro, il pri­mo di nove figli, era nato a Salò nel gen­naio del ’24 — ram­men­ta Daniela -. Iniz­iò come gar­zone nel negozio di fer­ra­men­ta dei Bel­li, e lì rimase fino alla parten­za per il servizio mil­itare. I tedeschi lo han­no cat­tura­to a Pinero­lo il 12 set­tem­bre ’43, e depor­ta­to nel cam­po di smis­ta­men­to di Luck­en­walde e, suc­ces­si­va­mente, a Berli­no. Lib­er­a­to dai rus­si, è ritor­na­to in Italia il 22 set­tem­bre ’45. Com­in­ciò a lavo­rare da rap­p­re­sen­tante per la dit­ta Bertazzi (liquori di cedro), quin­di Tas­soni, Cedrin­ca, Gan­cia e Ric­cadon­na. Nel ’78 ha ind­i­riz­za­to le sue energie ver­so un’al­tra pic­co­la azien­da del­la Fran­ci­a­cor­ta: Bellav­ista di Vit­to­rio Moret­ti. E’ lì che ha trova­to il suo più alto riconosci­men­to. Papà ha las­ci­a­to l’at­tiv­ità per motivi di salute alla fine del ’95». Il diario parte all’8 set­tem­bre ’43, il giorno in cui il gen­erale Badoglio chiese l’armistizio. Cavedaghi è in Piemonte, nel­la caser­ma di Pinero­lo, che viene cir­con­da­ta dalle S.S. Inizia il cal­vario: Man­to­va, Verona, Bren­nero, Innsbruck.«Quattro giorni e quat­tro not­ti di viag­gio – scrive Piero- Ci han­no dato mez­zo chi­lo di pane, mai vis­to al mon­do. La cinghia si tira al cen­to per cen­to. La des­ti­nazione è Luck­en­walde, a 65 chilometri da Berli­no. Qui si trovano i più gran­di campi di con­cen­tra­men­to per pri­gion­ieri. Siamo 30 mila ital­iani, 10 mila france­si, 7 mila rus­si e qualche migli­aio di ingle­si e amer­i­cani. Ma il numero aumen­ta di con­tin­uo, e si diminuisce di cinghia. Due etti di pane nero, fat­to con una parte di segatu­ra di leg­no, poi un cuc­chi­aio di marmel­la­ta (quan­do va bene) e mez­zo litro di zup­pa fat­ta con le buc­ce di patate e le rape bianche, che in Italia davano alle bestie. Questo è il vivere del­la gior­na­ta. Ci tro­vi­amo in mez­zo alla spor­cizia, sen­za acqua, 600 uomi­ni per ten­da, all’umidità, al fred­do, con pochissi­ma paglia. Per­chè qui gela già. A chi si lamen­ta, cal­ci di moschet­to, e sen­za man­gia­re anche quel poco».«Il mio nome non esiste più – pros­egue -. Por­to il numero 115.265.III.A. Mam­ma ritornerò, ave­vo det­to pri­ma di par­tire da casa, e la sper­an­za non man­ca». Il 6 otto­bre c’è il trasfer­i­men­to a Berli­no, la cap­i­tale tedesca. «A novem­bre il man­gia­re non è suf­fi­ciente neanche per un bam­bi­no di cinque anni. Le botte aumen­tano, le guardie diven­tano sem­pre più cat­tive. Ci alzi­amo alle quat­tro, si sta fuori in riga fino alle sei, con dieci gra­di sot­to zero. Poi ci por­tano al lavoro».Si sgob­ba inin­ter­rot­ta­mente fino alle 18, quin­di il rien­tro, e di nuo­vo in riga. Finchè, alle otto e mez­zo di sera, viene dis­tribuito «un pezzetti­no di pane nero e quel­la poca acqua sporca, di rape. Ques­ta porcheria si man­gia in un atti­mo». E ogni giorno è sem­pre uguale. Così bisogna arran­gia­r­si a «pren­dere le buc­ce di patate, e le buc­ce di rape che but­tano via i sig­nori tedeschi, e mag­a­ri da giorni bal­lano nel letame. Bisogna quin­di lavar­le per bene, e far­le cuo­cere con un po’ di sale nel­la gavetta».Cavedaghi, che pesa­va 65 chili, a è già sce­so a 51. «Anco­ra tan­to», com­men­ta. I bom­bar­da­men­ti degli anglo-amer­i­cani pros­eguono. «La Ger­ma­nia è una vera pen­iten­za — assi­cu­ra — ogni tan­to un com­pag­no scom­pare. Ci dicono che è anda­to all’ospedale». Nel feb­braio del ’44 Pietro pesa 38 chili. «Sem­bro uno scheletro, mi sen­to man­care le forze». Ma c’è la pos­si­bil­ità di pren­dere qual­cosa di con­tra­b­ban­do, da france­si e rus­si. «Tutte le sere fac­cio 500 sigarette di tabac­co, e ogni giorno le ven­do per com­per­are pane, patate a volon­tà, bur­ro, marmel­la­ta, salame, zuc­chero. O si man­gia col mer­ca­to nero o si crepa man­gian­do acqua e rape».Pietro, sposato con la sig­no­ra Gina, ha avu­to tre figlie. La Grafo ha rac­colto quelle pagine rimaste per tan­ti anni nel cas­set­to e le ha pub­bli­cate. Il libro, con la pre­fazione di Gian­fran­co Por­ta, sarà pre­sen­ta­to il 6 novem­bre, nel salone Domus.

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