Un tuffo nel passato, un balzo indietro di quasi quarant’anni che ha riportato a Rovereto le emozioni di quella favolosa epoca, i mitici «anni elettrici». E su questa ondata di revival, di quello vero e sentito ben distante dagli show catodici di lustrini e pailettes, l’altra sera si è radunata al Romy’s pub di corso Bettini mezza città.
La serata e i protagonisti
Sul palco, ovviamente, c’erano loro, i gruppi, i cantanti, i giovani di allora che bazzicavano nei vari locali deliziando gli avventori con le canzoni da jukebox. Erano feste, quei ritrovi serali al Salone Novello, all’hotel Venezia, all’Ancora, al Circolo Italia, al Vittoria, al Maffei oppure al Cral, all’Eden Barozzi, all’Osteria Vaccari. E festa, una grande festa, e stata pure mercoledì al Romy’s, un posto diverso, rivolto ai ragazzi ma che per una sera è stato pervaso da quell’aura magica che ha allietato più generazioni di roveretani.
Che, per inciso, hanno imbracciato nuovamente gli strumenti soffiano via la polvere del tempo e dimostrando che la musica, la voglia di stare insieme, di divertirsi non ha età. Per cinque ore si è suonato e cantato, con un pensiero che è andato a ritroso facendo rivivere vecchi amori, vecchie beghe anche, ma soprattutto ha rinverdito un sipario di vita di città che era solo stato momentaneamente accantonato e non già buttato come le vecchie cose che riposano in soffitta fino alle pulizie primaverili.
La fine della serata
Oggi come allora si è tirato tardi e alla fine, a notte fatta da un pezzo, è stata dura per chi calcava la scena staccare la spina, riporre il basso, la chitarra o la tastiera e tornarsene a casa, dalla famiglia, a prepararsi per l’ufficio, per lo studio professionale, per il negozio. Già, erano propri anni elettrici quelli, ma l’energia non se n’è andata con i capelli, non è ingrigita con quelli rimasti, anzi.
A tirare le fila di questo evento assoluto ci ha pensato Dario Turco, che, dopo aver divorato il libro di Giorgio Candioli, ha fatto tesoro delle sue esperienze con «Street Music» e ha calamitato il pubblico. Quelli i dio Benedetti? Certo che no, e allora via con un siparietto jazz sostenuto dal trombettista Lele Lauter e da Tino Vecli al contrabbasso.
Ognuno ha recitato la sua parte, ha contribuito a prendere per mano il pubblico, ma anche se stesso, interpretando i classici, la colonna sonora di una giovinezza che, vista la verve dell’altra sera, sembra non tramontare mai. Così, quando Gianfranco Brusco, sorretto dagli Anim del Suono, ha intonato «Il primo giorno di primavera» e stata subito apoteosi.
Le esibizioni e gli artisti
È quasi che il pub non riusciva a contenere i boati, il balzo felino sul palco di Paola Battistata. Gran voce, la sua, che l’età non ha rovinato; anzi, l’ha avvicinata alla dama della musica italiana, quella Mina, a cui, non a caso, ha dedicato «Parole». Non prima di aver emozionato anche quelli che allora erano pargoli o poco più, con «C’era un ragazzo…», pezzo storico che Mario Lusini «regalò» a Gianni Morandi.
I Giullari hanno poi dato la base a Gianni Paolini. Un’altra carrellata di evergreen: «Tre settimane da raccontare», «Vorrei la pelle nera», «Amore scusami» e avanti, in duetto con Paola, per «Parole» e «A chi». In platea c’era chi ricordava i vari musicisti come erano.
Il giovane Vittorio Micheli con il suo sax, ancora elegante, mentre Tino Vecli non riesce proprio a star fermo. Passa dal basso al contrabbasso, e quando canta «24 mila baci» e «Sono stanco», il pubblico è tutto per lui. Prima, la folla si era alzata ad applaudire ancora Paola Battistata, che ha rispolverato il suo disco, «Hai bruciato il mio cuore», e ha infiammato i cuori insieme a Gianfranco Brusco con «Anima mia».
In cinque ore c’è stato spazio anche per Antonio «Buscaglione» Carosini e per i Koala, con l’avvocato Mario Dapor («teso come fosse in corte d’assise», ha riso qualche collega) alla voce e al basso. Il sipario è stato lasciato a Gianni Caracristi, ma dopo, a festa finita, è stato il momento della session, dell’improvvisazione che, proprio per fissare il tempo, non ha scordato «Yesterday».
Eh sì, l’altra sera sembrava proprio ieri e invece oggi, per tutti, è già dopodomani.


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