lunedì, Luglio 22, 2024
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Sul Monte Baldo è entrato in produzione il primo impianto di Melanosporum, raccolti campioni anche di tre etti. Il presidente Vezzola: «Non diciamo dove si trova per non rischiare l’assalto dei raccoglitori»

Coltivazione segreta di tartufo nero pregiato

Sul Monte Baldo è entrata in produzione la prima coltivazione di tartufo nero pregiato. La notizia è per certi versi clamorosa: potrebbe rappresentare una svolta importante per l’agricoltura baldense. Il tartufo, si sa, spunta prezzi interessanti. Soprattutto se si tratta del Tuber Melanosporum, meglio noto come tartufo nero di Norcia, ma in realtà presente da sempre anche in area montebaldina. «È vero», conferma Virgilio Vezzola, presidente dell’associazione tartufai bresciani e ideatore della sperimentazione baldense, «il primo impianto di Melanosporum realizzato sul Baldo è entrato in produzione. Abbiamo raccolto campioni anche da trecento grammi. Un ottimo risultato, anche se andrà verificato nel tempo, visto che il 2002 è stato particolarmente propizio come raccolta del nero pregiato». Ma dove sia questa tartufaia, Vezzola non lo vuol proprio rivelare. «Altrimenti rischieremmo l’assalto da parte dei raccoglitori, vanificando l’impegno che abbiamo sin qui rivolto al progetto», dice. Che il Baldo sia terra di tartufi i buongustai della zona lo sanno bene. Da secoli. Del tartufo montebaldino, e più precisamente di quello di Caprino, si parla ad esempio in uno scritto della fine del Settecento. È una relazione indirizzata all’ Accademia d’Agricoltura Scienze e Lettere di Verona dal nobile Agostino Pignolati. Vi si legge che dagli «ubertosi» rilievi collinari della zona si inviavano tartufi alla corte imperiale tedesca addirittura per cinque o sei mesi l’anno. Ma non solo. Secondo il Pignolati, i tartufi del Caprinese erano «ad onta di esorbitante prezzo ricercati, e spediti in lontane regioni». Ai nostri giorni sul Baldo di tartufi se ne trovano ancora parecchi. E di qualità. Ne ha dato dimostrazione durante il Natale tra gli olivi a Garda un giovane cercatore di Brentino Belluno, Franco Castelletti, animatore dell’associazione tartufai del Monte Baldo, che ha esposto quasi quotidianamente il proprio raccolto. C’erano il Tuber Brumale (il tartufo nerto invernale), il Melanosporum, il Macrosporum. «Ecco, il Macrosporum è sicuramente il tartufo del futuro», sostiene Vezzola, «perché è profumatissimo, non viene attaccato dai parassiti, dura anche un mese, ed ha un’ottima resa nei casi di micorizzazione, o almeno così abbiamo verificato coi primi impianti tentati sul Garda bresciano. E questo ci dà buone garanzie anche per la riuscita del tartufo bianco». Già, perché in area gardesana c’è anche il famoso, ricercatissimo Tuber Magnatum, più noto come tartufo bianco di Alba. Se ne trovano pochissimi esemplari, tutti in un’area ben circostritta sulla sponda lombarda del lago. Dove già nell’Ottocento li aveva segnalati uno storico locale, il Solitro: «Nè mancano nella regione odorosi ed eccitanti tartufi bianchi e neri, delizia delle mense signorili», scriveva nel 1897. «Stiamo sperimentando anche gli impianti di tartufo bianco», ammette Vezzola. E come vanno le sperimentazioni? «Per il momento non ci sono segnali negativi», risponde lui con la sua consueta prudenza. Il che lascia davvero ben sperare.

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