Con l’enigma di Teresa e l’incontro con il conte Enzenberg si chiude Passaggio in Valle Aurina, il racconto di Mariateresa Martini sul soggiorno dell’estate 2012 in Valle Aurina, in Alto Adige. L’ultima puntata segue la ricerca di notizie su Teresa, che cercava il rame sepolto dall’alluvione del 1878 ad Arzbach, fino all’incontro con il conte Georg Enzenberg nella residenza estiva di Cadipietra.
Passaggio in Valle Aurina, il racconto in quattro puntate:
- Il viaggio fino a Cadipietra
- La miniera di Predoi e la speleoterapia
- Il museo minerario nel Granaio di Cadipietra
- L’enigma di Teresa e il conte Enzenberg
L’enigma di Teresa
Il giorno dopo torno per chiedere al signor Hans Leiter, guida del museo, qualche chiarimento sulla storia di Teresa, che avevo letto in Attività mineraria in Valle Aurina. Mentre racconta di lei, il suo sguardo si illumina, e io mi compiaccio del fascino che Teresa esercita. Anche per me è una figura speciale: donna energica, coraggiosa, preparata, originale ma non avventata, una donna moderna, senza carriera.
Teresa abitava in un maso vicino a San Giovanni. Conosceva l’alluvione del 1878, era vicina ai minatori, conoscitrice di prati, boschi e animali, guaritrice con le erbe, tanto che nel Cinquecento forse l’avrebbero considerata un po’ strega, mentre in paese tutti la stimavano. Forte e battagliera, si propone di recuperare il rame sepolto sotto metri di terra, sassi, legna, fango pietrificato e terriccio che avevano investito Arzbach. Raccoglieva mirtilli, allevava capre, era tanto forte da portare sulle spalle il fieno raccolto sui pendii, e seguiva con costanza le tracce dello strigolo: un fiore con tanti piccoli calici, simili a quelli del mughetto ma più impavidi, capace di crescere nei terreni ricchi di ferro e di rame. «Tanti strigoli, tanto rame», si ripeteva Teresa negli anni.
Con notevole pervicacia prepara un piano per arrivare al tesoro. Grazie al fratello rabdomante e ai tanti fiori di strigolo individua un’area di dodici metri di raggio, poi assolda un gruppo di minatori come manovali. Gli scavi proseguono per ore, con molta tensione, ed ecco il colpo di scena: raggiunti i quattro metri di profondità, alcune turiste petulanti richiamano l’attenzione delle guardie forestali italiane, che impongono subito di fermare ogni scavo: «Sotto un metro di terra tutto è di proprietà dello Stato!». Scene da commedia all’italiana: mi piacerebbe essere una regista! Quel rame non è stato raggiunto né dai cercatori né dalle istituzioni.
«Io l’ho sempre detto: donne sotto terra portano solo disgrazie. Che cosa sta scritto nell’ordinamento minerario di Schwaz?». «La miniera è lavoro per uomini, altrimenti i buoni minatori devono andarsene a spasso». «In nessun caso possono entrare donne in miniera, se no succede di sicuro una grande disgrazia. E poi: non hai sentito ieri, prima di mezzanotte, il canto del gallo?». Sono motti secolari dei minatori, e ai motti scaramantici si aggiunge che «forse un gatto nero ha attraversato la strada di Teresa». Realtà e superstizione, ancora una volta, si intrecciano.
Sono incantata da Teresa, vorrei saperne di più, mi intriga anche perché porta parte del mio nome. Se insisto troppo Hans diventa restio e mi suggerisce di parlare con Nanette, che sa mille cose e abita a Casere, o magari con il conte, che a breve dovrebbe tornare a Steinhaus. Io mi applico con pazienza nel ruolo di agente segreto 0112, sostenuta dalla solarità di Evi, che sembra grata delle conoscenze del “capo” e divertita dall’ironia del collega. Peccato non conoscere il tedesco: troppe sfumature mi sfuggono.
Seguo comunque i consigli: se un grande aiuto può venire da Nanette, vale la pena di concordare un incontro. Nanette, maestra del paese, ottuagenaria, residente a Casere, minuta e vivacissima, come avesse nove vite e fosse solo alla seconda, ha vissuto fra ragazzi, minatori e alpeggi, compreso il rifugio del Sasso Nero. Suggeritrice e collaboratrice di diversi funzionari, gradevolissima, forse una versione aggiornata di Teresa, colta e piena di buon senso, era una delle poche persone che decenni fa sapevano scrivere a macchina. Tanto amabile che la moglie del conte, principessa ungherese, salì fino al Sasso Nero per salutarla, un’estate di diversi anni fa. Quando accenno a Teresa, dice di non saperne nulla. È informata dell’alluvione del 1878, delle scelte sbagliate degli ultimi amministratori, delle relazioni contorte di alcuni funzionari, ma delle ricerche di Teresa niente. Starei a parlare con lei per ore, ma il colloquio non può durare a lungo perché ha altri impegni, e mi spedisce garbatamente a fare due chiacchiere con Enzi, ex minatore che abita qualche chilometro più in basso, in un’altra frazione di Predoi.
Per riordinare le idee faccio una passeggiata fino alla chiesetta del Santo Spirito, consacrata nel 1455 dal vescovo di Bressanone, il cardinale Niccolò Cusano (Nikolaus Krebs von Kues), lungo un percorso che il cardinale fece con ben maggiori disagi. Sul viottolo è esposta una Via Crucis in legno.
Il giorno dopo sono da Bruno Enzi. Con cortesia mi offre diversi suggerimenti sui momenti più adatti per la terapia, che faccio ogni giorno, ricorda con intensità i tempi della miniera e mi chiede di salutare il conte quando avrò occasione di vederlo. Parliamo fitto, mentre la moglie continua il suo pizzo al tombolo, ma lascia cadere nel vuoto il tema Teresa. Teresa sembra evaporata, come fosse stata una fata Morgana! Per raccogliere altre prove della sua esistenza e del suo modo di cercare il rame dovrò necessariamente sentire il conte.
L’incontro con il conte Enzenberg
Il conte è un mito, non solo per Leiter: è molto amato e benedetto dagli abitanti e dai funzionari della valle. Quando, suggestionata da tanto affetto, racconto del conte a Piero, mi sgrida: «Dopo il ’45 non ci sono più conti». «Questo è rimasto», ribadisco, «ed è riconosciuto e riconoscibile come tale: non sono ammesse perplessità!». Visto che la mia permanenza in montagna è di soli otto giorni, deve passare più di un anno per incontrare finalmente il segretario amministratore Michael Goess Enzenberg, impegnatissimo nipote del conte, che mi accompagna a conoscere Georg Enzenberg nella loro residenza estiva.
È la casa imponente di cui vi ho già parlato, dipinta di un bel rosa antico, con i motti poetici sui portoni d’ingresso. Una casa nobiliare arredata con stile sobrio e solido, con tavoli e sedie tirolesi di un bel grigio perlato. Nello studio, la scrivania, la libreria e un tavolo per gli incontri, perfettamente illuminato da due finestre: l’eleganza che nasce dal puntare all’essenziale, scelto con gusto. Mi torna alla mente una storiella ebraica. Un visitatore era andato con il suo asino dal rabbi Chofetz Chaim per chiedere consiglio e, vedendo che nella stanza c’erano solo un tavolo e una panca, gli chiese: «Dove sono i tuoi mobili?». «E i tuoi?». «Io sono di passaggio!». «Anch’io!». Siamo tutti di passaggio: molti lo dimenticano, non tutti.
Già nell’intervista video al museo il conte precisava: «Siamo eredi, non proprietari, dobbiamo passare la mano ad altri eredi». Per questo ha consegnato alla comunità di Cadipietra, e attraverso di essa alla Provincia di Bolzano, un patrimonio imponente e soprattutto un museo che per più generazioni conserva memoria del lavoro minerario raccolto dal nonno e dal padre.
Gli chiedo se, a dodici anni da quel dono alla comunità, abbia altro da suggerirmi per il racconto che ho in animo di scrivere. Ricorda i momenti felici dell’infanzia, quando la tata a volte acconsentiva ad accompagnare lui e i fratelli in miniera, per salire sui carrelli dei minatori e da lì intrufolarsi nell’ultimo pozzo. Nel raccontare si emoziona. Lo capisco: a Cadipietra restano le emozioni più forti e i ricordi più suggestivi di un periodo che lo vedeva nomade tra varie sedi, l’inverno a Terlano, poi a Tratzberg, niente mare se gli studi lasciavano a desiderare, Steinhaus d’estate.
Alle mie congratulazioni per il presepe, racconta di come il padre, il conte Sighard, al ritorno dalla guerra fosse irriconoscibile per le sofferenze patite, ma sano, e di come si avvicinasse alla casa preceduto da un frate del posto, che doveva preparare la famiglia all’abbraccio. La statuina che lo rappresenta nel presepe fu curata personalmente dalla figlia, con minuziosa attenzione a ogni dettaglio, dall’abito al contenuto della bisaccia. E Sighard è ancora lì, nella discesa fra la collina e la capanna: simbolo di dolori lontani e di affetti familiari sempre ravvivati. Ogni anno tutte le statuine del presepe prendevano vita grazie alle mani della sorella, e Georg è ancora grato a Maria Teresa per l’attenzione e l’abilità di allora. Ancor più riconoscente è a Maria Ottilia Tannenberg, la nobildonna dai capelli bianchi raccolti morbidi sul capo, che con il matrimonio portò in dote agli Enzenberg la miniera e la valle. Rievoco le sue parole nell’intervista al museo: «Siamo eredi, non siamo proprietari… dobbiamo passare la mano».
Suoi eredi siamo anche noi, in visita a questa particella di Mitteleuropa, e qui mi accingo a passare a mia volta la mano ai lettori, per condividere riflessioni ed emozioni. Vengo via via dipanando il fascino misterioso della miniera per gli ex minatori e per il conte: la miniera è fatica, dolore, ricerca, scoperta, e la vita non è forse fatica e dolore per conquistare la serenità? E per una turista, non solo turista per caso come me, immedesimarsi, capire, approfondire, dialogare con un mondo diverso dal proprio si rivela affascinante.
Alle mie richieste di notizie su Teresa il conte risponde di non ricordare nulla.
Congedo
Salutati i nobili ospiti, esco all’aperto, passo dalla chiesetta secolare voluta dai minatori, con il campanile ardito e il bronzo a decorarlo, raggiungo il piccolo cimitero con tanti coloratissimi fiori di campo intorno alle croci, mi siedo su una panchina come fossi in un giardino, e rifletto. Sorprende che ancora adesso ci sia chi imposta e conduce la propria vita secondo criteri diversi dall’accumulare, accumulare, accumulare: «si scava per purificare il cuore dalle incrostazioni». Un mondo di relazioni intense esiste, ed è possibile spargerne i frutti oltre la valle: una gioia per la mente, gli occhi, il cuore, e tanto materiale su cui meditare ancora.
La nebbia e le nuvole avvolgono le cime; per il riverbero splende una nuvola nascosta dietro il monte a destra. Scende la sera, devo rientrare. Rivolgo ancora uno sguardo alla valle, sempre racchiusa fra i monti che le fanno corona e che l’imbrunire ammanta di ombre. Da quei valichi sono scese popolazioni di cacciatori e mercanti. Che lingua parlavano? È proprio così anomalo che adesso parlino tedesco e noi no? Io dovrò impararlo per proseguire sulle tracce di Teresa, per lasciarmi assorbire meglio dal mondo magico degli elfi e degli gnomi, di donne sapienti, quasi maghe, nella Mitteleuropa montana dove gli abitanti sono austeri ma sognatori, in perfetta sintonia con l’ambiente che li circonda e di cui si prendono cura. Salici, betulle e ontani fremono lungo l’Aurino, che continua a scorrere vivace.
Prendo congedo con i versi di Erich Fried, da È quel che è: Il bene / se ne vola via / là dove / non tutto / sempre / ricade nel passato / ma ogni giorno / va su / e va giù / come il sole.


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