Problemi tecnici, nuovo tentativo in primavera. Sonar con il cavo corto, impossibile trovare il mezzo americano sprofondato nel 1945 con 24 soldati a bordo

Il robot non ha pescato l’anfibio

08/10/2004 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Stefano Joppi

Nul­la da fare. Nico­lus non è rius­ci­to ad indi­vid­uare sul fon­do del Gar­da l’anfibio affonda­to con 24 sol­dati amer­i­cani il 30 aprile del 1945. Il pic­co­lo robot filogu­ida­to da Daniel Mod­i­na, ven­titreenne di Mader­no, nel­la notte di mer­coledì si è immer­so fino a qua­si due­cen­to metri di pro­fon­dità sen­za trovare e fotogra­fare il Dukw, inghiot­ti­to dal lago due giorni pri­ma dal­la fine del­la sec­on­da guer­ra mon­di­ale. L’anfibio era spro­fonda­to per il ven­to e le onde del lago, ma soprat­tut­to per­ché trop­po cari­co, con 25 uomi­ni a bor­do, un can­none, mitragli­atri­ci e munizioni: 9475 lib­bre con­tro le 5000 toller­ate dal mez­zo par­ti­to, assieme ad altri due Dukw, dal por­to di Mal­ce­sine per aggi­rare i tedeschi asser­ragliati a Tor­bole, dopo che ave­vano fat­to saltare la gal­le­ria del­la Garde­sana ori­en­tale nei pres­si di Navene. Quel­la notte solo il capo­rale Thomas Hough dell’Ohio si salvò, aggrap­pan­dosi a un relit­to di leg­no. Oggi l’ex solda­to del III battaglione dell’86° Reg­g­i­men­to fan­te­ria di mon­tagna vive in una casa di riposo di Day­ton. Trop­po malanda­to per arrivare in Italia insieme alla del­egazione amer­i­cana gui­da­ta da Brett Pha­neuf, ricer­ca­tore del­la Texas Uni­ver­si­ty e coor­di­na­tore del­la ricer­ca per il recu­pero delle salme. Le ricerche dell’anfibio domeni­ca scor­sa giun­gono a una svol­ta: il sonar seg­nala a una pro­fon­dità di cir­ca 170 metri, davan­ti alla spi­ag­gia Sab­bioni tra por­to San Nicolò e la Baia azzur­ra, una sago­ma metal­li­ca ret­tan­go­lare di 11 metri per tre, esat­ta­mente le mis­ure del Dukw. Trop­po cor­to il filo del sonar, solo 100 metri, per pot­er sciogliere ogni dub­bio sull’identità del relit­to ed ecco quin­di l’intervento di Nico­lus, il robot muni­to di due motori oriz­zon­tali e uno ver­ti­cale, di quat­tro tele­camere, di un brac­cio mec­ca­ni­co e del sis­tema Gps satel­litare. «Purtrop­po quan­do abbi­amo avvi­c­i­na­to il robot sub­ac­queo al pun­to sta­bil­i­to ci siamo resi con­to che la sago­ma iden­ti­fi­ca­ta dal sonar al largo di Por­to San Nicolò era in realtà un pic­co roc­cioso che si erge sul fon­do del lago da 140 a 153 metri di pro­fon­dità, una pun­ta di cir­ca 13 metri», spie­ga Ange­lo Mod­i­na, tito­lare del robot filogu­ida­to. «La ricer­ca è sta­ta cir­co­scrit­ta a un rag­gio d’azione lim­i­ta­to, poiché Nico­lus non è dota­to di un sonar e negli abis­si del lago si muove a ten­toni. Sem­pli­f­i­can­do, è sta­to come cer­care un ago nel pagli­aio», pun­tu­al­iz­za l’emiliano Gio­van­ni Sul­la, anti­quario mil­itare che tre anni fa inter­essò l’ambasciata statu­nitense a Roma sul­la vicen­da del Dukw affonda­to. «Siamo sta­ti sfor­tu­nati», ha invece com­men­ta­to il colon­nel­lo Jeff Pat­ton, a capo del­la del­egazione amer­i­cana. «Purtrop­po non ave­va­mo le attrez­za­ture tec­niche richi­este, il cavo del sonar era trop­po cor­to e ci ha imped­i­to di avvic­i­nar­ci abbas­tan­za agli obi­et­tivi per dis­tinguere i par­ti­co­lari. La scor­sa notte abbi­amo lavo­ra­to in tre riprese di mezz’ora, ma alcu­ni prob­le­mi tec­ni­ci ci han­no osta­co­la­to. Con­ti­amo di tornare in pri­mav­era per­ché non vogliamo rin­un­cia­re a dare sepoltura ai sol­dati amer­i­cani morti».