Prima della guerra erano una quarantina le ragazze rivane operaie del cotonificio

Riva-Campione e ritorno, tutti i giorni al lavoro in bicicletta

12/10/2008 in Attualità
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Di Luca Delpozzo

L’annuncio arriva­to dalle nos­tre colonne del­la sec­on­da rinasci­ta di Cam­pi­one dalle ceneri d’un abban­dono dura­to qua­si trent’anni, ha avu­to l’effetto d’un sof­fione su altre ceneri: quelle deposi­tate a coprire i ricor­di di decine di donne che anche da Riva anda­vano a lavo­rare nel cotonifi­cio Olcese. Dopo la dis­as­trosa allu­vione che can­cel­lò le fer­riere degli Arche­t­ti (monop­o­liz­za­vano il set­tore, com­pre­sa la pro­duzione dei ledren­si) alla fine dell’Ottocento Gia­co­mo Fel­trinel­li ‑indus­tri­ale del leg­no di Gargnano, grande banchiere e fonda­tore del­la casa editrice che por­ta anco­ra il suo nome- avviò un cotonifi­cio che, pri­ma affida­to e poi acquis­ta­to da Vit­to­rio Olcese, conobbe uno stra­or­di­nario svilup­po nel ven­ten­nio fra le due guerre. Nell’immenso capan­none, ora des­ti­na­to a diventare un alber­go di lus­so, arrivarono a lavo­rare fino ad un migli­aio di operai, donne in mas­si­ma parte, alle mac­chine che provvede­vano alla filatu­ra del cotone. I più for­tu­nati tra i lavo­ra­tori abita­vano le case fat­te costru­ire da Olcese a nord del­lo sta­bil­i­men­to, ancor oggi intat­te all’esterno, fat­ta eccezione per i bal­la­toi che nel­la ver­sione orig­i­nar­ia col­le­ga­vano tut­ti gli appar­ta­men­ti d’uno stes­so piano. Per le ragazze del­la spon­da veronese, in alter­na­ti­va al pen­dolar­is­mo quo­tid­i­ano in bar­ca c’era un con­vit­to gesti­to dalle suore. Altre rag­giungevano tut­ti i giorni il cotonifi­cio: tra di loro anche Iole Pal­trinieri. «Si parti­va alle sei e mez­za, in bici­clet­ta: diciot­to chilometri, un’ora e mez­za all’andata ed altret­tan­ti al ritorno. Pri­ma del­la sec­on­da guer­ra la squadra delle pen­dolari era forte d’una quar­an­ti­na di ragazze. Qual­cu­na resiste­va tre, cinque mesi, quel­li nec­es­sari a far­si il corre­do, e poi si sposa­vano, subito sos­ti­tu­ite da altre». Ave­vano un’ora di sos­ta a mez­zo­giorno per il pran­zo, il più delle volte se lo por­ta­vano da casa, d’estate col sole pote­va scap­par­ci anche un bag­no sul­la spi­agget­ta, d’inverno ogni tan­to pren­de­vano una mines­tra al con­vit­to per met­tere qual­cosa di cal­do nel­lo stom­a­co. Nei mesi fred­di, quan­do la notte s’ostina a non finire mai, seguiv­ano lun­go il sen­tiero che scende da Tremo­sine la teo­ria delle lanterne adop­er­ate dalle col­leghe per vedere dove met­tere i pie­di. «Fu una fes­ta quan­do, per inter­es­sa­men­to di Pier­lui­gi Canob­bio, il pro­pri­etario del­la Rovere­to-Riva, la isti­tuì una cor­sa inver­nale del bat­tel­lo da Riva a Cam­pi­one pas­san­do per Limone e Mal­ce­sine: la dura­ta del viag­gio era sem­pre quel­la ma almeno si viag­gia­va al cop­er­to». Eppure era­no anni feli­ci, gra­zie ad un ambi­ente di lavoro che las­ci­a­va spazio alle ami­cizie ed alla seren­ità. Per la sig­no­ra Iole, dopo l’interruzione del­la guer­ra quan­do Cam­pi­one era irrag­giun­gi­bile per­chè nelle gal­lerie lavo­ra­vano gli operai del­la Fiat, il lavoro riprese fin qua­si agli anni Ses­san­ta. Vent’anni più tar­di il cotonifi­cio Olcese, ormai ingoia­to dal­la Snia, avrebbe chiu­so l’attività.

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