mercoledì, Luglio 24, 2024
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La risalita descritta da Goethe. Partiti i lavori sul Sarca per permettere alla «regina del Garda» di riprodursi

Scale di monta per aiutare la trota lacustre

Operazione salvezza per la trota lacustre, specie sempre più rara, a rischio estinzione. Sono iniziati in questi giorni i lavori per la realizzazione di quelle «scale di monta» che dovrebbero permettere ai sempre più rari salmonidi benacensi di risalire il fiume Sarca per riprodursi. Un ritorno al passato. Quelle dell’immissario del Garda sono acque proibite da più di mezzo secolo per le trote: troppi ostacoli artificiali. E pensare che la risalita della lacustre lungo il Sarca ha avuto testimoni d’eccezione. Come Goethe, il grande scrittore tedesco. Nel 1786 giunse in riva al lago. Di quel viaggio ci ha lasciato ricordo nel suo «Italienische Reise». Sotto la data del 12 settembre ha annotato l’incontro col Benaco, «questo maestoso spettacolo della natura», scrivendo della cena servitagli a Torbole: «L’albergatore mi partecipò, con enfasi tutta italiana, che si sarebbe stimato felice di potermi servire la trota più prelibata. Queste trote son prese vicino a Torbole, dove il fiume scende dai monti, e nel punto in cui esse tentano di salire a ritroso. L’imperatore ricava da questa pesca mille fiorini per il solo appalto. Non si tratta veramente di trote; queste di Torbole sono grandi, del peso talvolta di cinquanta libbre e picchiettate per tutto il corpo fino alla testa; ma il sapore, fra quel della trota e del salmone, è delicato e squisito». Appunti oggi preziosi, quelli di Goethe, trovabili nella versione italiana del 1907 fatta da uno dei più grandi traduttori goethiani, Eugenio Zaniboni. La risalita della trota era attesa dai pescatori. Per farne preda. Alla fine dell’800 lo storico benacense Giuseppe Solitro scriveva: «Si usa pigliare la trota del Benaco anche quando tenta essa di saltare dal lago per guadagnare un’alta corrente di fiume che dentro vi cade». E nel 1615 il rettore veneziano Marco Barbarigo scriveva così: «Si pigliano con nasse di rete grandissima quantità di trutte, che uscendo dal lago vanno all’insù nel fiume contr’acqua». Ma il metodo più originale per catturare la trota che risaliva il Sarca era quello di aspettare la lontra. Un animale, un predatore, che un tempo abitava gli acquitrini del fiume. L’ultima lontra è stata avvistata nel 1925. Poi è scomparsa, per le bonifiche del territorio. Via le paludi, via le lontre. Non che fossero ammaestrate. A catturare le trote ci andavano da sole, per istinto. Preso il pesce, lo portavano a riva, lo azzannavano e consumavano solo le interiora, lasciando intatte le carni saporitissime. Alla gente del posto bastava andare a raccoglierle. D’altro canto, pescare sul fiume era vietato. La pesca era un diritto feudale dei conti d’Arco, abolito solo nel 1962. Si rischiava il carcere: l’accusa era quella di bracconaggio. Ora la trota potrebbe finalmente tornare a risalire il Sarca. Non la pescherà nessuno, né uomo, né lontra. Potrà riprodursi. Si dice che i lavori potrebbero concludersi entro la prossima primavera. Forse la rara lacustre, la mitica «regina del Garda», come la chiamava l’ittiologo gardesano Floreste Malfer negli anni Venti, sarà salva.

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